Dedicatum: seducente interpretazione di una Valpolicella inconsueta

Dedicatum: seducente interpretazione di una Valpolicella inconsueta

Valpolicella, patria di grandi vini rossi. Un territorio da sempre considerato fertile per la presenza di corsi d’acqua, come dimostrano i segni evidenti della presenza dell’uomo sin dal Paleolitico.
Numerose sono le ipotesi e le interpretazioni per il nome “Valpolicella”, la più accreditata è quella latina “policellae” cioè terra dalle tante cantine.

Il nostro viaggio – è l’inverno 2019 – in questa valle ricca di tradizioni in cui il vino è protagonista assoluto, è il pretesto per parlare di una cantina piuttosto atipica per questi luoghi e di un vino altrettanto singolare nonostante la sua spiccata territorialità: il Dedicatum di Terre di Leone.

Percorrendo la provinciale che ci porta nel cuore della Valpolicella, ci lasciamo alle spalle San Pietro in Cariano ed arriviamo a Marano, incastonata tra le valli di Negrar e di Fiumane. Forse una delle località più suggestive della zona, con le sue colline tappezzate di frutteti e di ordinate marogne.
In passato, questi muri a secco erano costruiti utilizzando sassi di diversa grandezza. Avevano il compito, oltre che di rendere il terreno più sicuro, di accumulare il calore del sole portando tepore alle radici degli alberi e delle viti.

Viaggiamo spesso in auto. Questo ci permettere di cogliere molti dettagli del panorama.
Particolari che rimangono impressi nella nostra mente come le tracce di un percorso. Come le briciole nella fiaba di Pollicino, sassolini che inconsapevolmente lasciamo lungo il nostro percorso come punti di riferimento e che affiorano nella memoria quando torniamo in un luogo a distanza di tempo.
Succede anche a voi?
Oggi, la “X” che marca il luogo in cui si cela il forziere della nostra personalissima Mappa del Tesoro è l’imponente cancello che delimita la cantina di Terre di Leone.
Quel dettaglio che immediatamente ci fa pensare «siamo arrivati». Ma non ci facciamo impressionare: Chiara ci accoglie sempre con entusiasmo. E mentre Federico e i figli sono impegnati a spostare cassette di uva, lei ci racconta che stanno iniziando a vinificare l’amarone 2018.

Si offre di accompagnarci a visitare il fruttaio, costantemente a 10 gradi di temperatura.
«Quest’anno c’è stata veramente tanta uva. Io non ho mai visto il fruttaio così carico» continua Chiara mentre ci porge qualche piccolo acino, appassito ma sugoso.
«Abbiamo cercato di lavorare velocemente. Finita la vendemmia abbiamo vinificato il Valpolicella, poi il Superiore e a seguire il Dedicatum per arrivare ad avere in fruttaio solo l’Amarone».

È piacevole ascoltare Chiara mentre ci racconta le varie fasi della vinificazione, la sua voce pacata non nasconde la dedizione e la passione per queste terre che l’hanno accolta come una figlia.
Perché di questi luoghi, dei suoi panorami e dei suoi profumi se ne è innamorata anni fa, quando Federico le fece conoscere Leone, suo nonno.
Saggio e pieno di vita, insegnò loro il valore della pazienza e l’amore per la terra, ma anche che dalla passione si trova la volontà di realizzare un’idea.

Ed è così che, dopo tanti anni di studio, dopo la sistemazione dei campi e la ristrutturazione della cantina, pian piano il progetto di Federico e Chiara ha iniziato a prendere forma.
Un progetto basato su strategia e saggezza, con metodi inconsueti (e spesso non compresi) per la Valpolicella.
A partire dalle scelte in vigna: in queste terre la tradizione impone l’impianto a pergola, mentre Federico e Chiara hanno scelto di potare i vigneti a guyot, consapevoli che terreno ed esposizione avrebbero meglio supportato questo tipo di allevamento dalle rese bassissime.
Anche in cantina le scelte non sono convenzionali, come il ricorso a lavorazioni per gravità. In questo modo favoriscono un’estrazione dolce, senza dover temere surriscaldamenti dovuti né ai macchinari né a variazioni di pressione e senza estrazioni dai vinaccioli e dalla buccia.

C’è chi si limita a storcere il naso e ci sono i “puristi” delle tradizioni per partito preso. Ma Federico e Chiara sono consapevoli che l’innovazione tecnologica va necessariamente posta al servizio del corso naturale del tempo.

Dopo la visita del fruttaio, ritorniamo con Chiara nella sala degustazione, dove ci fa assaggiare un calice di Dedicatum, annata 2013. Un vino di territorio, che innegabilmente racconta la Valpolicella anzi, racconta la vallata di Marano dove nasce.
14 sono i vitigni che lo compongono: corvina veronese, corvinone, rondinella, oseléta, molinara, negrara, dindarella, croatina, marzemino, incrocio Manzoni rosso, teroldego e sangiovese, rebo e barbera, sparsi qui e là nei vigneti dell’azienda.
Le uve vengono raccolte a mano e subiscono un appassimento in fruttaio per circa 80 giorni prima di essere vinificate.

Rosso rubino nel bicchiere, il nostro naso si riempie di sentori di geranio e frutti rossi, accompagnato da profumi balsamici di liquirizia e pepe nero.
Una volta assaggiato, è impossibile non rimanere colpiti dall’eleganza “francese” di questo vino dalla piacevole persistenza. Fascinoso e ammaliante come un’orchidea selvaggia, un’intrigante nota alcolica lo rende morbido e accompagna bene i tannini setosi. Ma non aspettatevi di rimanere appagati dopo il primo assaggio: nonostante il buon corpo, il Dedicatum nasconde un’insospettabile freschezza salina.
Il palato, avido, ne reclama un altro calice.

Chiara e Federico si definiscono interpreti di questo territorio. Noi possiamo dire che il Dedicatum è il loro seducente modo di raccontarlo.

 

Terre di Leone
Marano di Valpolicella (Verona)

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