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Regina Viarum e le Terre del Falerno

È da poco passata l’ora di pranzo quando lasciamo l’autostrada. Siamo nell’Ager Falernus, territorio sospeso tra mito e realtà alle pendici del monte Massico, tra il Vulcano spento di Roccamonfina e il Litorale Domitio.
È il fertile terreno che la leggenda vuole donato da Bacco ad un contadino generoso, lo stesso da cui i Romani ricavarono il vino più celebrato dell’antichità, il Falerno.
Lo testimoniano i ritrovamenti di anfore usate per il commercio e l’esportazione del vino, con tanto di etichette riportanti anno, tipologia e zona di origine, timbro e ceralacca sui tappi.

Regina Viarum e le Terre del Falerno
©Regina Viarum

Una fitta vegetazione di infestanti popola i bordi delle strade semi deserte, tanto da nascondere in parte il panorama circostante fatto di campi punteggiati di enormi ulivi dai tronchi annodati.

Nel silenzio della campagna raggiungiamo Falciano del Massico, un paesino apparentemente sospeso in uno stato di torpore e accidia ma dal sorprendente fascino decadente.
Un cane, un piccolo arruffato meticcio sdraiato sul selciato, guarda con indifferenza la nostra auto che passa poco distante.
Alcuni anziani sembrano gli unici avventori del bar. Radunati attorno ad un tavolino, discutono pacificamente.

Regina Viarum e le Terre del Falerno
showroom – ©Enoteca Giro di Vite

Ci infiliamo in un labirinto di strette viuzze per raggiungere Regina Viarum, cantina il cui nome è ispirato all’antica Via Appia che collegava Roma ai territori del Sud Italia.
Un cancello la separa da questa dimensione assurdamente onirica, al di là del quale veniamo accolti in un altro mondo, fatto di lavoro e meraviglia.
Nel giardino curato trovano posto, tra statue e scenografiche piramidi di bottiglie, la casa di famiglia e un delizioso showroom in legno che porta l’insegna della cantina.
Poco distante, diverse pile di cassette rosse ci annunciano che la vendemmia è già iniziata.
È la signora Elda che si occupa di tutte le fasi di vinificazione. Ma ad accoglierci oggi c’è Amalia, dall’aspetto di un vivace folletto ma con le idee ben chiare e tanta voglia di fare.

Stile – ©Enoteca Giro di Vite

L’assaggio della nuova annata e la presentazione di una nuova referenza sono la scusa per pranzare insieme in un posticino non lontano dalla cantina. Friselle e caprese accompagnano la degustazione: in fin dei conti siamo nel regno della mozzarella di bufala.Il primo calice è per Stile, un nuovissimo rifermentato in bottiglia da uve di primitivo. A prima vista ritornano alla mente ricordi di infanzia, di quei bicchieroni di aranciata sanguinella che si bevevano in estate.
Impossibile non associarlo immediatamente ad un’idea di freschezza e bevibilità. Poi Petali e Zer05, rispettivamente un rosato da uve di primitivo e un Falerno del Massico DOP da uve di primitivo.

Dopo il rifermentato e il rosato, un vino di corpo decisamente più consistente. Un bellissimo colore rosso rubino intenso suggerisce profumi – poi confermati – di frutta rossa e nera matura, non molto lontani da quelli percepiti nel Petali. Il tannino vellutato e la buona acidità invogliano a berne un altro calice.

È tardi, Amalia deve lasciarci ma non prima di averci accompagnato in cantina. Piccola e ordinata, le vasche in inox dove già riposa il mosto del Petali e dello Stile la occupano quasi interamente.

Amalia, Federico e l’anfora – ©Enoteca Giro di Vite

Quasi, perché una grande anfora fa bella mostra di sé in una nicchia a lei dedicata: è pronta per accogliere le uve di falanghina.
Un nuovo progetto, un ritorno alle vinificazioni antiche, un’unione tra passato e presente.
Una leggera macerazione sulle bucce e fermentazione in anfora per questo bianco ancora senza nome.
In famiglia il dibattito è aperto. C’è chi sostiene che sia meglio un nome che richiami il luogo in cui crescono le viti. E poi c’è chi preferirebbe evocasse l’importanza storica di questo tipo di vinificazione.
Aspettiamo curiosi di scoprire il vincitore. Noi puntiamo tutto su Amalia.

Cantina Regina Viarum
Falciano del Massico (CE)

Precedentemente in questa regione: Il Kalimera e la magia di Aenaria

Vendemmia, l’ancestrale rito settembrino

Settembre, mese dei buoni propositi, dell’inizio della scuola e del ritorno alla routine quotidiana.
Ma soprattutto è il mese convenzionalmente associato alla vendemmia, il momento in cui i vignaioli possono finalmente tirare le somme di un’intera annata di lavoro e di fatiche.

Il valore antropologico della vendemmia risale a tempi molto antichi e per millenni è stata associata a rituali religiosi.
Le prime testimonianze, infatti, risalgono addirittura al 10.000 a.C. nelle zone della Mezzaluna Fertile, dove la raccolta dell’uva ha fatto parte di una vera e propria cerimonia di ringraziamento agli dei per i frutti donati dalla terra.

Questo momento ha conservato le caratteristiche di sacralità almeno fino alla metà del secolo scorso assumendo, al contempo, un significato sociale e di forte comunione.

vendemmia
vendemmia @vignameridio – © Enoteca Giro di Vite

Ancora oggi conserva il fascino del rituale ancestrale che si tramanda di generazione in generazione, attraverso metodi di lavoro agricolo, saperi contadini e tradizioni popolari.

Qual è il periodo migliore per la raccolta dell’uva?

Tecnicamente, con “vendemmia” si intende il processo di raccolta delle uve destinate alla vinificazione. Il momento giusto è quello in cui l’acino raggiunge la perfetta maturazione o, meglio, quando il contenuto zuccherino degli acini è in quantità tale da permettere di ricavarne un vino con un determinato grado alcolico.

Quindi la vera domanda è “quando si può considerare matura l’uva?

Innanzitutto è necessario un periodo di attenta osservazione dei grappoli in vigna. L’enologo e l’agronomo hanno solitamente l’onere di questa valutazione, analizzando tre differenti tipi di maturazione che permettono di stabilire se l’uva sia pronta o meno per essere colta:

  • Tecnologica, ovvero l’equilibrio tra la concentrazione degli zuccheri e quella degli acidi. Questo rapporto è chiamato indice di maturazione. Man mano che l’uva matura, gli zuccheri presenti negli acini aumentano mentre gli acidi diminuiscono. Per gli spumanti o per i vini prodotti da viti allevate in zone climatiche più calde, la raccolta viene fatta un po’ prima della completa maturazione per avere un mosto più ricco di acidità.
  • Fenolica, ovvero la concentrazione nelle bucce e nei vinaccioli di antociani e tannini. In generale si può dire che si ottiene quando la buccia è in grado di rilasciare il maggior numero di sostanze fenoliche e i tannini dei vinaccioli assumono maggiore importanza.
    Queste sostanze naturali sono in grado di influenzare il gusto amaro, l’astringenza, il colore e la sensibilità all’ossidazione. Inoltre sono un conservante importante utile per gettare le basi di un lungo invecchiamento del vino.
    Solitamente avviene dopo quella tecnologica e determina un aumento della componente fenolica e una diminuzione di quella degli antociani, che rendono il colore del vino pieno e compatto.
  • Aromatica, ovvero la concentrazione degli aromi varietali, cioè caratteristici di quel vitigno. L’accumulo di sostanze aromatiche aumenta durante la maturazione, per poi diminuire se questa viene prolungata.
vendemmia
vendemmia @vignameridio – © Enoteca Giro di Vite

Questi parametri, ovviamente, variano a seconda del vitigno, del tipo di vino che si vuole ottenere, della zona climatica in cui crescono le viti, dell’andamento dell’annata e del tipo di gestione del vigneto.
Il viticoltore o l’enologo che conoscono le proprie uve sanno scegliere il momento migliore per la raccolta osservandone il colore e analizzando la consistenza e il sapore dell’acino.

Ecco perché, per assicurare il giusto equilibrio fra tutti i parametri, in una stessa zona o regione si possono susseguire tre differenti periodi: agosto-settembre, settembre-ottobre e ottobre-novembre.

Le “altre” vendemmie

In funzione agli obiettivi produttivi del vignaiolo, l’uva può essere raccolta anche in altri periodi dell’anno. In particolare:

  • I vini da vendemmia tardiva. Si ottengono raccogliendo i grappoli da alcuni giorni fino a una-due settimane dopo il periodo consueto per quella varietà di vitigno. Con questo sistema si ottengono vini più ricchi di corpo – grazie soprattutto all’aumento di polifenoli – e dell’aroma più complesso.
  • I vini passiti o da uve stramature. In questo caso la vendemmia avviene ancora più tardi, lasciando l’uva sulla pianta fino all’appassimento. L’evaporazione dell’acqua comporta un aumento nella concentrazione dello zucchero. Lo stesso risultato si ottiene anche raccogliendola nel periodo consueto e lasciandola ad essiccare in fruttaio.
  • Eiswein o Icewine (cioè i “vini di ghiaccio”). In Germania e Austria si raccolgono le uve gelate, cioè quando la temperatura atmosferica è di qualche grado sotto lo 0. Tale pratica ha preso piede anche nelle zone italiane dove il clima lo consente, come la Valle d’Aosta e l’Alto Adige.
La raccolta

La prima fase consiste nella raccolta dei grappoli, che può avvenire sia per mezzo di macchine a scuotimento, garantendo un processo più rapido ed economico, sia manualmente.

I problemi che la meccanizzazione comporta riguardano soprattutto la rottura degli acini (con rischio di fermentazioni più elevato), la presenza accidentale di materiali estranei come frammenti di foglie e tralci (che possono influire sul profilo sensoriale dei vini prodotti) e l’impossibilità di fare una selezione in funzione dello stato di maturazione e di sanità.
La meccanizzazione in vigna è diffusa soprattutto nei paesi esteri, in Francia, ad esempio, si raccoglie in questo modo circa il 65% dell’uva prodotta.
In Italia invece incontra notevoli difficoltà, sia per le pendenze o la presenza di terrazzamenti nei vigneti, che per le forme non adatte di allevamento delle viti. Per questo motivo si raccoglie a macchina solo il 5% della produzione italiana.

La vendemmia manuale, invece, garantisce un rispetto maggiore della pianta e viene utilizzata soprattutto per produzioni artigianali e di vini di qualità.
In questo caso viene reciso il grappolo alla base con appositi strumenti, separando gli acini in cattivo stato di sanità e le foglie.
I migliori vengono adagiati in cassette di plastica che non superano i 15-20 kg di contenuto per evitarne lo schiacciamento, causa di fermentazioni indesiderate.

vendemmia
vendemmia @vignameridio – © Enoteca Giro di Vite

Queste cassette sono poi trasportate in cantina con piccoli carrelli, che vengono pesati e registrati dal personale di cantina.

Leggi e disciplinari di produzione impongono ai produttori di dichiarare con precisione la quantità di uva vendemmiata che deve essere trascritta in appositi registri di vinificazione e comunicata alle autorità preposte.

La pigiatura

Una volta terminata la raccolta, si trasportano i grappoli raccolti in cantina per dirasparli e pigiarli.
La separazione dai raspi è fondamentale perché cederebbero al vino sostanze dal gusto legnoso e allappante.
Grazie alle macchine pigiadiraspatrici è possibile separare direttamente mosto, bucce e vinaccioli dai raspi.

È fondamentale che passi meno tempo possibile tra la raccolta e la pigiatura, per evitare che gli acini si deteriorino: grappoli sodi, con la buccia ben integra sono la premessa indispensabile per ottenere un buon vino.

vendemmia
vendemmia @vignameridio presso la cantina Poggio di Bortolone – © Enoteca Giro di Vite

Una volta separati i raspi, si pompa il mosto ottenuto in vasche dette fermentatori, dove inizia finalmente la fase della fermentazione.

 

Ma questa è un’altra storia!

Antonio Ognibene e le Anfore… Romane

In un caldo pomeriggio primaverile, l’auto scorre senza fretta lungo la fondovalle, ci aspetta un pomeriggio piuttosto istruttivo in compagnia di Antonio e del suo Pignoletto “Le Anfore”.

Il Pignoletto, o meglio il Grechetto Gentile, è un vitigno dal passato piuttosto controverso che ha trovato nei Colli Bolognesi la sua zona di elezione. Dalla vendemmia 2014, infatti, “Pignoletto” ha cessato di essere il nome di un vitigno ed è diventato ufficialmente quello di un vino e di una località nel comune di Monteveglio, lasciando all’uva l’appellativo di Grechetto Gentile. Questa storia presenta molte similitudini con la vicenda che ha riguardato in precedenza il Prosecco e che è derivata dalla necessità di proteggere le produzioni del nostro territorio dalle imitazioni estere che iniziavano ad invadere il mercato. Questo perché il nome del vitigno può essere utilizzato da chiunque, per poter tutelare il prodotto originale era dunque necessario legare la denominazione ad una località, ed è così che è nata la Doc Pignoletto da uve Grechetto Gentile.

Imbocchiamo una stretta stradina dal nome suggestivo che si inerpica dolcemente sulle colline bolognesi.
Ancora qualche metro di salita e giungiamo in una suggestiva terrazza con vista privilegiata sulle colline ricoperte di ordinati e rigogliosi vigneti.
Antonio esce dal portone della cantina in tenuta da lavoro: una camicia blu di cotone grosso e pantaloni mimetici i quali, con quel suo tono di voce pacato e il suo caldo sorriso, gli danno un’aria di ospitale benevolenza.

Entrando in cantina passiamo accanto ad una nicchia semi-nascosta da una cassa piena di bottiglie e vediamo spuntare timide tre grandi anfore con la scritta Gradizzolo: c’è il Pignoletto macerato che riposa in silenzio lì dentro.
Incuriositi chiediamo ad Antonio cosa lo abbia spinto a tentare l’azzardo di seguire la strada della vinificazione in anfora di terracotta per creare un Pignoletto così “alternativo”.
E così scopriamo che Antonio vinifica in questo modo già da 10 anni, da prima, quindi, che diventasse una moda. Ha avuto la sua “folgorazione” quando, nel 2008, nel comune di Castello di Serravalle venne riportato alla luce un antico dolium romano (sferiche e tozze anfore in terracotta) al cui interno custodiva vinaccioli e bucce di un’uva antichissima.

E’ stata quindi come una sorta di richiamo ancestrale quello che Antonio ha avuto il coraggio di seguire proponendo il suo Pignoletto in anfora quale tributo a quegli ingegnosi Romani che già 2000 anni fa vinificavano nella terracotta.
Osserviamo le anfore più attentamente, assumono quasi un altro significato ora che sappiamo il motivo che le ha fatte giungere nel nostro Appennino dalla Toscana.

Antonio continua il racconto spiegandoci che sono realizzate in terracotta senese e sono molto più spesse di quelle georgiane, per questo motivo, essendo meno fragili, non necessitano di essere interrate.
L’invecchiamento in anfora migliora la qualità gusto-olfattiva del vino”, prosegue. “Non solo, la terracotta è la fase finale di un ciclo cosmico naturale di una produzione che nasce dalla terra, perché la vite attinge dalla terra i sali minerali e l’acqua, e, in questo modo, termina la sua evoluzione sempre nella terra”.

E’ evidente che il vino “Le Anfore” sia il risultato di tanta passione.
Con crescente entusiasmo Antonio, infatti,  ci spiega come viene vinificato: il mosto rimane tre mesi in anfora sulle bucce poi, una volta eliminate, l’anfora viene ricolmata e il liquido al suo interno lasciato a riposare per altri nove mesi.
Il vino, poi, viene trasferito in un altro contenitore che gli consenta di decantarsi e poi viene imbottigliato. In questo modo le anfore sono pronte per ospitare l’uva del nuovo anno.

Il tempo vola ascoltando questa entusiasmante storia e, uscendo dalla cantina, Antonio si offre di preparaci un piccolo spuntino per cena come scusa per stappare una bottiglia ed assaggiare la nuova annata.

Nel calice questo vino dal color giallo dorato regala aromi complessi di frutta a polpa gialla come una mela o una nespola, e floreali, come di fiori di campo.
Lo assaggiamo e già al primo sorso rimaniamo colpiti dal suo equilibrio. L’alcol, che lo rende caldo e avvolgente, è ben bilanciato da una buona acidità e da una sapidità che invoglia a berne un altro sorso.
E’ un Pignoletto ma con una sua precisa identità.

L’anfora – continua Antonio – non rilascia nel mosto sentori aromatici come il legno, è neutra“.
Per farci capire meglio gli effetti che ha sul vino, ci fa l’esempio della cottura della carne nelle pentole in coccio invece che in quelle di acciaio. “Nel coccio – spiega – il calore è più morbido, passa meglio dalla fiamma alla carne rispetto all’acciaio. E la stessa cosa è per il vino. Il vino sta bene nella terracotta. Ci gode”.

Ecco spiegato perché il Pignoletto di Antonio accolga con risultati così lodevoli la vinificazione in anfora, traendone tutti i benefici in termini di struttura ed eleganza senza, tuttavia, perdere l’identità del vitigno.

E così, salumi e formaggi accompagnati da tigelle e chiacchiere tra amici, regalano una serata davvero speciale, di quelle che non si possono dimenticare per il senso di benessere che hanno saputo trasmettere.

E’ quasi ora di rientrare, ci concediamo due passi fuori, nella terrazza, per sgranchire le gambe rimaste troppo tempo sotto la tavola imbandita. Nel buio compaiono alcune lucciole. Affascinati ci godiamo ancora per qualche istante le tenui luci svolazzanti nella notte prima di salire in auto e ripartire.

 

Precedentemente in questa regione:  Il Giovin Andrea e l’Albana da… Panico

Le Campeur à Vin, ovvero il nostro viaggio alla scoperta dei vitigni della Valle della Loira

deuxième partie

Raduniamo un po’ le idee e ripensiamo al nostro lungo viaggio alla scoperta dei vitigni della Valle della Loira iniziato a Bourges, cittadina della Regione Centre – Val del Loire e terminato circa cinquecento chilometri più a ovest, sulle coste dell’Oceano Atlantico. Ritorniamo allora a costeggiare le acque del più lungo fiume di Francia a bordo del nostro camper e riprendiamo il viaggio da dove ci eravamo fermati.

Abbiamo parlato di Sancerre con le sue distese di vigneti mozzafiato e dei Pays Nantais, con lo spettacolo delle saline di Guérande, ad un passo dall’Oceano. Abbiamo anche imparato che la produzione in queste due aree “esterne” è prevalentemente dedicata ai vini bianchi. Ritorniamo indietro, allora, e fermiamoci nella zona centrale dove, seguendo l’ideale divisione da un punto di vista strettamente produttivo, troviamo invece una grande varietà di vini. E anche la maggiore concentrazione di castelli da favola.

Barricaia a Montluis Sur Loire © Enoteca Giro di Vite
Barricaia a Montluis Sur Loire © Enoteca Giro di Vite

Le terre bucoliche dei dipartimenti di Anjou-Saumur e della Touraine sono infatti punteggiate di castelli e manieri prestigiosi che hanno fatto la storia di Francia e dei suoi re. Antiche dimore dai meravigliosi giardini che fanno pensare ai tumulti del Medioevo e ai fasti del Rinascimento.

Touraine

Lasciamo allora alle spalle i rigogliosi vigneti di Sancerre ed entriamo nella Touraine. Le colline cedono il posto alla pianura e il panorama si fa più piatto e monotono. Anche le estensioni dei vigneti si riducono, alternati a fitti boschi delle tenute reali che si susseguono lungo la Loira.

Cheverny © Enoteca Giro di Vite
Cheverny © Enoteca Giro di Vite

In questo distretto, le origini dei vigneti risalgono all’antichità: la presenza della viticoltura è infatti legata al processo di romanizzazione della campagna gallica. La mancanza di sicurezza delle strade rendeva la Loira un mezzo di circolazione ideale, appare quindi chiara la ragione dello sviluppo dei vigneti lungo questa linea.

Qui i terreni sono molto vari e composti prevalentemente da tufo, argille, selce e ghiaia formati dai depositi alluvionali del fiume. Da un punto di vista climatico, invece, il distretto della Touraine rappresenta un vero e proprio crocevia delle influenze oceaniche e continentali.
Queste differenze climatiche, combinate con la varietà della composizione dei suoli, determinano una differenziazione nella scelta delle varietà di uve allevate e, di conseguenza, alla ricchezza di stili di vini.

E questo distretto è anche il trait d’union tra i vini della Regione Centre con quelli di Anjou-Saumur.

L’Appellation Cheverny è quella nella parte più occidentale del distretto, dove il confine con la regione Centre è davvero vicino. Difatti questa Appellation racchiude vini rossi nati dell’assemblaggio di Gamay, Pinot Nero e Malbec (in queste zone chiamato Côt) e vini bianchi ottenuti prevalentemente da uve Sauvignon Blanc, Chardonnay e Menu Pineau, ai quali si affianca il Romorantin la cui denominazione Cour-Cheverny ne rappresenta l’esclusività.

vitigni della Valle della Loira
Tratto da Atlas des vignobles de Loire © Patrick Merienne

Man mano che ci si sposta verso il centro del distretto cambiano i vitigni. Ecco allora che le Appellations Vouvray e Montluis Sur Loire, rispettivamente sulla riva destra e sinistra del fiume, racchiudono vini bianchi spumanti ma anche secchi, semisecchi, abboccati e liquorosi provenienti da un unico vitigno – lo Chenin – apprezzati per la loro eleganza e delicatezza con ottimi sviluppi organolettici nel tempo. L’Appellation Chinon, invece, include vini rossi e rosé d’eccezione, tutti prodotti a partire dal Cabernet Franc, vitigno che si è magnificamente adattato alle condizioni climatiche nella valle della Loira e che qui trova la sua piena dimensione.

Per le sue peculiarità lo Chenin Blanc – chiamato anche “Pineau de la Loire” – meriterebbe un approfondimento a parte. Tuttavia possiamo dire che in nessun altro luogo del mondo come nella Valle della Loira questo poliedrico vitigno riesce ad esprime meglio la ricchezza del territorio. Qui infatti, grazie alle particolari condizioni ambientali e climatiche, lo Chenin Blanc è capace di produrre vini con piacevole mineralità, freschezza e aromi complessi.

Vitigno affascinante e versatile, se raccolto all’inizio della vendemmia, lo Chenin permette di elaborare vini bianchi secchi o dei raffinati spumanti metodo classico. Se raccolto tardivamente, la sottile buccia lo rende sensibile alla “muffa nobile” (Botrytis Cinerea), permettendo così la produzione di straordinari vini demi-secs, moelleux e liquorosi che possono raggiungere decine di anni di affinamento in bottiglia.

La caratteristica organolettica principale dello Chenin Blanc è l’acidità, una caratteristica che quest’uva è capace di mantenere sia nelle zone a clima fresco sia in quelle a clima caldo che, insieme al buon grado zuccherino e al suo elevato potenziale alcolico, gli conferiscono un alto potenziale di invecchiamento.

A nostro avviso è sotto la denominazione Vouvray che mette in luce maggior eleganza e profondità, grazie ai terreni a forte presenza calcarea su cui vengono allevate le viti.

Il filo conduttore che unisce i vini della Regione Centre con la Touraine è sicuramente la freschezza e la grande bevibilità, ancora più marcata ed evidente nei vini rossi.
La tecnica di vinificazione con macerazione a freddo è molto spesso utilizzata e, combinata con le caratteristiche dei vitigni locali, conferisce ai vini Touraine un profilo molto aperto, fruttato e aromatico.

Cinque sono le aziende che abbiamo avuto occasione di visitare o, quantomeno, di assaggiare: due nella denominazione Cheverny, una nella denominazione Montluis sur Loire e due nella denominazione Chinon, tutte in agricoltura naturale.

 

Le due aziende visitate nella denominazione Cheverny si trovano sulla sponda sinistra della Loira a pochi minuti di distanza l’una dall’altra. Simile è la produzione di vini: per entrambe le cantine diverse referenze sia in bianco che in rosso dai vitigni della zona. Mentre la prima cantina, con le sue vinificazioni con macerazione carbonica, ci presenta dei vini sorprendentemente freschi, leggeri e profumati e piuttosto immediati, dalla seconda abbiamo degustato vini eleganti, diretti e dall’agile beva, accompagnati da due referenze di intriganti macerati in anfora. Le vinificazioni avvengono tutte in riduzione, con solamente una minima percentuale di solforosa aggiunta in fase di imbottigliamento.

Dopo i Gamay, i Pinot Noir e Côt della AOP Cheverny, ci aspettano i rossi fruttati, complessi ma estremamente beverini della AOP Chinon, terra d’elezione per la produzione di Cabernet Franc. Se c’è un vino che, in questo viaggio, ci ha colpito per le sue peculiarità e per le sue sostanziali differenze rispetto alle produzioni nostrane, quello è il Cabernet Franc.

Anche in questo caso, due diverse aziende a pochi minuti di distanza l’una dall’altra, separate dal corso della Vienne.

La prima cantina ha tre referenze di Cabernet Franc che restituiscono tre diverse espressioni di questo vitigno date dalla differenza dei suoli e dall’età delle vigne. A questi si uniscono un “vin d’ailleurs” 100% Merlot estremamente carnoso e beverino e un bianco, una vera e propria “lametta”, ottenuto, ça va sans dire, da uve Chenin Blanc.

Anche l’altra cantina, pur avendo più referenze, vinifica un solo bianco – sempre da uve Chenin Blanc – mentre le restanti etichette sono esclusivamente da uve Cabernet Franc.

Ben lontano dall’esprimere le classiche note di peperone che assume in Italia, troviamo in questi vini, così rotondi in bocca, morbidi e piacevoli, un crescendo di eleganza e bevibilità.
La gestione delle vigne è la più naturale possibile, lavorando il terreno e proteggendo le viti solo con l’ausilio di zolfo e rame.
In cantina, la pigiatura avviene per gravità in vasche di cemento. L’assaggio dell’uva, in vigna come durante la vinificazione, conduce le decisioni.

E dopo gli intriganti rossi della AOP Chinon, finiamo con l’azienda situata nell’Appellation Montluis sur Loire. Questa cantina produce sia una gamma di cuvée da uve di vigne di proprietà che cuvée da uve di altri viticoltori da cui le acquistano e a cui è dedicata una linea di referenze specifica. In effetti, abbiamo imparato che molti vigneron in queste zone sono soliti avere questa doppia proposta di referenze.

Vigneto a Saint Lambert du Lattay © Enoteca Giro di Vite
Vigneto a Saint Lambert du Lattay © Enoteca Giro di Vite

Ci concentriamo sulla AOP Montluis sur Loire, prodotta esclusivamente da uve Chenin Blanc di proprietà vinificate diversamente a seconda delle parcelle dei terreni. Qui lo Chenin regala vini abbastanza verticali ma meno “asciutti” di quelli della AOP Cheverny. Anche questa azienda produce in agricoltura naturale e in cantina non utilizzano chimica ma lasciano che sia “il vino a decidere”.

Anjou-Saumur

Lo Chenin Blanc è anche il protagonista dei vigneti nel distretto di Anjou-Saumur, dove si declina in una sorprendente tavolozza di vini. Questo perché qui i terreni sono molto vari, composti prevalentemente da ardesia, oltre a scisti composti da depositi carboniferi, tufo di gesso e argille di selce.

In questo distretto, sulla sponda sinistra della Loira, lo Chenin Blanc si esprime al meglio nella vinificazione di uve botritizzate. L’incontro tra i due fiumi, il Layon e la Loira, crea infatti le condizioni ideali per la formazione delle nebbie che aiutano il proliferare della muffa nobile. Sono vini notevoli, dotati di struttura, aromaticità ed eleganza, oltre che uno stile unico e abbastanza definito.

vitigni della Valle della Loira
Tratto da Atlas des vignobles de Loire © Patrick Merienne

La zona del Savennières, invece, sulla sponda destra della Loira, è la più famosa per lo Chenin Blanc vinificato secco che regala vini dotati di mineralità, freschezza e aromi complessi e una notevole longevità che può raggiungere decine di anni di affinamento in bottiglia.

Due sono le aziende che abbiamo visitato nel distretto di Anjou-Saumur: una in agricoltura biologica, l’altra naturale. Collocata sulla riva destra della Loira nella zona di produzione della AOP Savennières l’una, dall’altro lato del fiume e nella zona di produzione della AOP Coteaux du Layon, l’altra.
All’apparenza non potrebbero essere più diverse. Una, con la sua location raffinata ed elegante che sembra appena uscita da una rivista patinata di arredamento, l’altra più informale e “casalinga” con l’intera famiglia intenta a lavorare nella cantina accanto all’abitazione.

Un breve giro tra i vigneti dell’una e dell’altra azienda ci mostrano quanto sia ampio il divario di vedute, anche oltralpe, tra i vignaioli che scelgono l’agricoltura biologica e quelli che si affidano esclusivamente a Madre Natura. Differenze che ben si rispecchiano nel divario delle strutture ricettive: da una parte vigneti perfettamente potati e terreni prontamente lavorati per eliminare tutte le erbacce, dall’altra, vigne dall’aria arruffata, con un’alternanza di viti giovani ad alcune vecchie di oltre 80 anni, tutte immerse in una rigogliosa vegetazione.

La prima cantina in prevalenza incentrata sulla produzione di bianchi, tra i quali spicca la parcella “Roche aux Moines” caratterizzata da suoli poco profondi e composti di scisti di grès d’origine vulcanica. L’influenza microclimatica del fiume permette loro di produrre vini bianchi secchi di alta maturazione, che vengono commercializzati solo con lunghissimo affinamento in bottiglia, perché lo Chenin non svolge mai malolattica ed è concepito per essere grande bianco da invecchiamento.

La seconda cantina, con una raccolta delicata, la pressatura leggera, l’uso esclusivo di lieviti indigeni e il rifiuto di additivi aromatici produce diverse referenze sia in bianco che in rosso, tutti dotati di un carattere speciale.

Nella sostanza, i vini assaggiati di entrambe le cantine sono precisi, ricchi e franchi, potenti e raffinati allo stesso tempo, con l’ovvia mineralità. Due visite decisamente appaganti e istruttive, sia per ciò che abbiamo visto, così immersi nei vigneti, che per quanto assaggiato, con la scoperta del ventaglio di aromi freschi, fruttati e minerali degli chenin.

Tra ordinati filari e suggestivi panorami, il nostro inebriante percorso alla scoperta dei vitigni della Valle della Loira termina qui. l vini, i territori, la cultura e le persone hanno reso questa vacanza un vero e proprio viaggio esperienziale. Il nostro unico rammarico? Non essere riusciti a visitare tutte le cantine che avremmo voluto. Ma a questo possiamo sempre rimediare!

Non hai ancora letto la prima parte del nostro viaggio alla scoperta dei vitigni della Valle della Loira?    Lo trovi qui!

Roero ways? Roero Arneis!

Il nostro viaggio enologico nelle colline piemontesi continua e ci porta nel cuore del Roero, terra privilegiata per la coltivazione del vitigno Arneis. Si tratta di uve profumate ma non aromatiche, quindi particolarmente adatte per realizzare un grande bianco secco.

Pian piano, mentre la strada si srotola davanti a noi, godiamo dell’incredibile paesaggio roerino con le sue colline dai versanti ripidi e i calanchi creati dall’antico corso del Tanaro.

E in queste colline, il vitigno di Arneis è coltivato da sempre. Alcuni documenti lo legherebbero al Roero già fin dal Quattrocento. Nel ‘700 acquista popolarità, al punto che si parlava dell’Arneis come di una tra le uve più pregiate, quanto quella di Moscato, e proprio come questa, l’Arneis veniva principalmente vinificato dolce o sotto forma di vermouth.
Ma durante il ‘900 questo vitigno, dopo anni di assoluta prosperità, viene fatalmente colpito dalla crisi della viticoltura causata, tra le altre cose, dalla fillossera.
Pensate che negli anni ’60, per via dei suoi acini dolcissimi e della sua precoce maturazione, era ridotto a pochi filari sparsi tra quelli di Nebbiolo per proteggere i grappoli destinati ai pregiati rossi piemontesi.

Fortunatamente negli ultimi decenni ha avuto la sua rivincita per merito di alcuni produttori che hanno saputo rivalutarne le potenzialità.

Uno di questi è sicuramente la famiglia Careglio, che raggiungiamo in tarda mattina a Baldissero d’Alba, dove porta avanti il suo lavoro contadino da decenni.
A cominciare è stato Pierangelo, che negli anni Ottanta ha scelto di aiutare il padre a coltivare i terreni di famiglia. Si interessava soprattutto alla vigna per questo motivo, insieme a un amico enologo, ha deciso di iniziare l’avventura della vinificazione.
Oggi insieme a lui c’è il figlio Andrea, che ci accoglie al nostro arrivo facendoci accomodare nella sala degustazione.

Ci apre una bottiglia di Roero Arneis mentre ci racconta dell’ultima vendemmia e delle recenti attività dell’azienda. E’ inevitabile non sentirsi subito amici di Andrea. Sarà per il suo sguardo attento ma non invadente o forse per la passione che lo anima quando racconta il suo territorio e la sua vigna.
Di certo le idee e le capacità non gli mancano, lo dimostra anche il suo impegno nelle attività del Consorzio del Roero e nelle iniziative di promozione del territorio dove spesso si pone in prima linea.
La sua passione è coinvolgente ma, del resto, conosciamo questa azienda già da tempo e vedere come, vendemmia dopo vendemmia, il loro percorso di crescita sia già segnato, è davvero una grande soddisfazione anche per noi.

Tra un pezzo di toma e qualche grissino ci godiamo il nostro calice di Arneis: sarà per la sua genuina personalità che lo rende unico e riconoscibile, ma chi si aspetta un vino che appaghi la curiosità di chi lo assaggia dopo il primo bicchiere deve necessariamente ricredersi!

Intenso e sapido come il terreno sabbioso su cui crescono le uve e con la stessa riservata classe e cortese eleganza di Andrea, questo vino dal colore dell’oro ha una freschezza e una piacevole persistenza. Al naso note agrumate e floreali, in bocca una lunghezza sapida e una beva disarmante.
La sua gradazione alcolica è importante ma questo assicura una rotondità e una pienezza di gusto davvero interessanti.

In un periodo storico in cui c’è grande interesse per i vini con lunghe macerazioni o affinamenti in anfora, Andrea continua a cercare la tipicità del vitigno e del vino attraverso vinificazioni tradizionali e fermentazioni classiche. Non fa eccezione il suo Roero Arneis che viene vinificato rigorosamente in inox in regime di riduzione, con una sosta sur lies di 3-4 mesi con frequenti batonnage.

Per le sue caratteristiche gustative, il Roero Arneis dà il meglio di sé con piatti di pesce semplici e non troppo saporiti. È ottimo anche con minestre a base di verdure o cereali, con paste dal ripieno delicato e con formaggi molli o di media stagionatura.

Le chiacchiere con un amico, la bottiglia aperta sul tavolo e il piacere di riscoprire ad ogni sorso questo incredibile vino ci fanno quasi perdere la cognizione del tempo.
Carichiamo le ultime scorte di vino e si riparte, con la consapevolezza che i vitigni autoctoni possono regalare davvero grandi vini.

Cantina Careglio 
Baldissero d’Alba

 

Roero Days - Roero Week

Se sei curioso di approfondire la conoscenza del mondo dei vini del Roero, dal 25 marzo al 5 aprile ti aspetta la Roero Week! Il Giro di Vite è tra i “Locali Amici del Roero Docg” e per l’occasione potrai trovare in mescita oltre ai vini in carta della Cantina Careglio, anche i Roero Arneis e Roero Docg di altre due cantine del territorio!

 

Precedentemente in questa regione: Pörlapa: la Barbera che stupisce

La vite: il ciclo biologico e il ciclo annuale

Quante volte avrete sentito dire la frase “il buon vino si fa in vigna”? Il senso metaforico è chiaro: all’origine di una buona bottiglia c’è la vite.
Negli ultimi decenni, infatti, assistiamo ad una sempre maggiore consapevolezza dell’aspetto naturale del processo produttivo del vino a partire proprio dalla vigna. Ecco perché se parliamo di vino dobbiamo necessariamente parlare anche della vite.

La vite: il ciclo biologico e il ciclo annuale
la vite – ©Enoteca Giro di Vite

Come per tutte le piante, anche per la vite possiamo definire un ciclo vitale, che corrisponde all’arco della vita della pianta.
Il ciclo vitale della vite ha inizio con la germinazione del seme, o nella maggior parte dei casi, con l’attecchimento della barbatella (una talea provvista di radici).

Nei primi 2-3 anni, a seconda del tipo di coltura adottata, la vite cresce ma non è produttiva.

Dopo tale periodo, normalmente, la vite ha raggiunto la forma definitiva che consente al viticoltore di produrre uva: è il periodo in cui la produttività è crescente e che normalmente varia in funzione del vitigno coltivato, del sistema di allevamento adattato e agli interventi del viticoltore.
In generale, il periodo di massima produttività è compreso tra i 20 e i 25 anni di vita della pianta, che costituisce la fase di piena maturità della vite e qualità delle uve prodotte.
Dopo 30-40 anni, la pianta inizia a invecchiare e la sua produttività inizia a calare.

Ciclo annuale: sottociclo vegetativo e produttivo

Nel corso del su suo ciclo vitale, le viti in produzione seguono anche un ciclo annuale che si manifesta con fasi fenologiche diverse, frutto delle caratteristiche della vite, delle interazioni con le condizioni ambientali e delle pratiche colturali.
Il ciclo annuale comprende il sottociclo vegetativo e quello produttivo.

Il sottociclo vegetativo

Inizia, in genere, a marzo quanto le temperature pian piano aumentano e riscaldano il terreno. La vite reagisce con il “pianto”: la linfa inizia a risalire lungo il tronco e, per alcuni giorni, fuoriesce dai tagli della potatura dell’inverno fino a che essi non si cicatrizzano completamente.

Circa 20 giorni dopo la fase del pianto, la vite comincia a germogliare: le gemme dapprima si ingrossano per poi dischiudersi nella conseguente uscita del germoglio.
La fase del germogliamento è estremamente delicata ed è influenzata sia da fattori climatici che dai metodi di coltivazione utilizzati come, ad esempio, la potatura o il tipo di impianto.
In questo periodo, i giovani germogli sono ricchissimi d’acqua e le gelate primaverili possono essere fatali.

La vite: il ciclo biologico e il ciclo annuale
la crescita dei germogli – ©Enoteca Giro di Vite

I germogli cominciano ad allungarsi ad una velocità sempre maggiore, raggiungendo il suo apice a metà giugno e continuano, seppur rallentati, fino ad agosto.
E’ in questo momento che inizia la fase di agostamento o maturazione del tralcio, durante la quale le sostanze elaborate vengono immagazzinate come riserve della pianta e i tralci cambiano colore diventando legnosi.
L’agostamento è molto importante per la produzione dell’anno successivo: una buona lignificazione permette alla pianta di superare meglio l’inverno e influisce anche sul suo ciclo vitale.

Questa fase continua fino a fine novembre. Con la caduta delle foglie inizia poi il periodo di riposo, che termina con la ripresa vegetativa dell’anno seguente.

Il sottociclo produttivo

Durante questo arco di tempo la vite segue anche un sottociclo produttivo, caratterizzato da due fenomeni paralleli:

  • lo sviluppo dei germogli uviferi nati da gemme ibernanti, differenziatesi l’anno precedente
  • formazione e differenziazione delle gemme ibernanti per l’anno successivo

Le gemme, infatti, sono di tre tipi: pronte (o estive), ibernanti e latenti. Le prime danno origine a rami improduttivi chiamati femminelle; le gemme ibernanti sono quelle da cui verrà generato il capo a frutto e che si apriranno l’anno successivo a quello della formazione.
Le gemme latenti, invece, possono rimanere inattive per molti anni e poi svilupparsi in caso di necessità formando quasi sempre rami sterili chiamati polloni.

La vite: il ciclo biologico e il ciclo annuale
la fioritura – ©Enoteca Giro di Vite

Tra la metà di maggio e quella di giugno inizia poi la fioritura. Può durare da una settimana a quindici giorni, a seconda delle condizioni ambientali.
Nella vite è possibile sia l’autoimpollinazione che la fecondazione incrociata. Se la fecondazione è imperfetta, gli acini saranno sprovvisti di vinaccioli e rimarranno, di conseguenza, verdi e immaturi: è la cosiddetta acinellatura.
I fiori invece che completano la fecondazione si dicono “allegati”.
Da questi si svilupperà una bacca, che inizierà ad aumentare in peso e volume in seguito alla divisione e distensione delle cellule.

Alcune infiorescenze anziché diventare grappoli si allungano (“filano”) e si trasformano in viticci; questo fenomeno, detto filatura, è una forma di autoregolazione per cui la pianta, a seconda delle proprie disponibilità nutritive, lascia cadere una certa quantità di fiori.
Alla fine del mese di giugno, i grappoli saranno già completamente formati.

A luglio avviene l’invaiatura: l’acino si ingrossa accumulando acqua, concentrando la gradazione zuccherina e diminuendo l’acidità. In questa fase l’acino cambia colore e diventa elastico, perdendo la durezza tipica del frutto acerbo.

La vite: il ciclo biologico e il ciclo annuale
maturazione – ©Enoteca Giro di Vite

Tra la metà di agosto e la fine di ottobre i grappoli giungono a maturazione. Dal punto di vista enologico si possono distinguere due tipi di maturazioni: uno a livello della polpa, corrispondente ad un rapporto zuccheri/acidità, ed uno a livello della buccia corrispondente all’accumulo di composti polifenolici ed aromatici.

Il controllo dell’uva durante il periodo della maturazione, permette al vignaiolo di scegliere con il momento più ottimale per la raccolta, in base, ovviamente, al risultato che vorrà ottenere.

🍷🍷🍷

“Il sole, con tutti quei pianeti che gli girano attorno e da lui dipendono, può ancora far maturare una manciata di grappoli d’uva come se non avesse nient’altro da fare nell’universo”
Galileo Galilei

Denominazioni e marchi del vino. Scegliere un vino in base alla Denominazione è garanzia di qualità?

Spesso si pensa che preferire un vino con Denominazione di Origine o Indicazione Geografica sia automaticamente assicurata la qualità del vino.
Ma è davvero così? E cosa rappresentano le “Denominazioni di Origine” e le “Indicazioni Geografiche”?

Un po’ di storia

Dalle civiltà più antiche fino ad oggi, il vino ha avuto la necessità di una corretta identificazione, sia per esigenze di controllo della produzione che per comunicare il tipo, la qualità e l’origine geografica.
Dalle antiche popolazioni della regione del Caucaso all’Egitto dei faraoni, dall’Antica Grecia all’Impero Romano, la necessità di avere una corretta identificazione del vino era fondamentale grazie al fiorente commercio nel bacino del Mediterraneo.

Nel corso dei secoli questa esigenza si è mantenuta e il marchio ha conosciuto una continua evoluzione anche grazie alla trasformazione dei recipienti di conservazione del vino, che ha portato nuove esigenze e opportunità.
Verso la fine del 1600, infatti, fanno la prima comparsa le bottiglie di vetro ed è proprio in questo periodo che, presumibilmente, nasce quella che oggi noi chiamiamo “etichetta”.

Ancora oggi l’identificazione e la tutela del vino sono fondamentali ecco perché, nello stesso secolo, l’Europa inizia a delimitare le prime aree dedicate a determinati vini. In questo modo, potevano essere chiamati con il nome geografico solo se prodotti in quelle specifiche zone.

In Italia, le prime forme di tutela delle produzioni vitivinicole risalgono invece al 1930 ma è solo nel 1963 che viene emanato il primo provvedimento a disciplina delle produzioni vitivinicole.
Con questo provvedimento viene introdotto l’attuale concetto di Denominazione di Origine e istituiti i Disciplinari di Produzione per rafforzare il legame col territorio.

Nel 1992 una nuova legge introduce significative novità: è in questo periodo che vengono introdotte le IGT e l’obbligo di analisi chimiche-fisiche prima della messa in commercio dei vini.

L’ultima importante riforma del settore vitivinicolo è ad opera della Comunità Europea. Nel 2008, infatti, per equiparare la normativa vitivinicola a quelle già vigenti per gli agli altri prodotti agroalimentari, vengono mantenute solo due categorie: vini con indicazione geografica (DOP e IGP) e vini senza Indicazione geografica (Vini generici o con indicazione del solo vitigno).

L’uso delle sigle DOCG, DOC E IGT è concesso unicamente per i vini commerciati in Italia.

Ma cosa significano esattamente queste sigle?

IGT significa Indicazione Geografica Tipica ed è il primo gradino che separa la base della piramide costituita dai vini senza indicazione da quelli con indicazione. Rientrano in questa categoria i vini prodotti in zone geografiche piuttosto estese e il disciplinare di produzione non è tanto restrittivo quanto quello previsto per le Denominazioni.

DOC significa invece Denominazione di Origine Controllata e può essere riconosciuta a vini prodotti in zone piuttosto delimitate e avere caratteristiche legate sia all’ambiente naturale che a fattori umani di produzione.

Il marchio DOCG indica invece i vini a Denominazione di Origine Controllata e Garantita. Possono utilizzare questa Denominazione solo i vini già riconosciuti DOC da almeno dieci anni e con particolare “pregio qualitativo”. Il disciplinare di produzione è piuttosto rigido e impone anche la numerazione delle bottiglie prodotte.

Denominazioni, sinonimi di identificazione, tutela e valorizzazione. Ma non sempre

L’evoluzione delle denominazioni dimostra che ancora oggi distinguere, identificare, tutelare, garantire e valorizzare la produzione vitivinicola siano esigenze fondamentali.
Così come lo stretto legame con il territorio che si è voluto rafforzare per garantire la zona di provenienza delle uve.
Ma questo “vincolo territorialesi è rivelato essere oggetto di querelle nell’evolversi dello scenario della nuova Europa. La normativa Europea, infatti, tutela i vini che prendono il nome dalla zone geografica ma non quelli che derivano dal nome del vitigno, anche se storicamente conosciuto.

La vicenda più nota e discussa è stata la sentenza che ha imposto all’Italia di sostituire il nome “Tocai” con “Friulano” nelle etichette delle bottiglie dello storico vino friulano, per non confonderlo con quello prodotto nella regione ungherese del Tokaj.

Ma abbiamo un esempio anche sulle nostre colline: è il caso del Pignoletto. Per ottenere la denominazione a tutela di questo vino già noto in epoca romana è stato necessario associarne il nome ad una località.
Per questo motivo la Giunta di Monteveglio ha istituito l’omonima località Pignoletto nel comune di Valsamoggia, territorio di confine tra Modena e Bologna. Il Sindaco aveva infatti manifestato la preoccupazione che il vino-simbolo dei nostri colli potesse essere prodotto altri Paesi del mondo dove, peraltro, erano già a quel tempo segnalati impianti di Grechetto Gentile.
Ne è nato quindi un disciplinare che espressamente prevede, all’articolo 3: “Zona di produzione delle uve – La zona di produzione delle uve della DOC “Pignoletto”, corrispondente al nome geografico della omonima località ricadente nel Comune di Monteveglio in Provincia di Bologna, comprende l’intero territorio amministrativo dei Comuni sotto indicati […]”.

Indicazione geografica non è sempre sinonimo di qualità

 Ma allora, l’appartenenza di un vino ad una Denominazione di origine garantisce che sia un prodotto di qualità?

Si e no. L’intenzione dei disciplinari è quello di valorizzare le tipicità e di tutelare i consumatori rispetto a frodi e sofisticazioni ma, soprattutto per quel che riguarda le caratteristiche organolettiche del vino, i requisiti richiesti sono molto generici. Ecco perché spesso troviamo dei vini che pur appartenendo alla stessa denominazione hanno livelli qualitativi molto diversi.
Infatti, il termine stesso (Denominazione di Origine) garantisce la “zona di produzione” che comprende sia fattori ambientali (il territorio) che umani (il processo produttivo) ma non garantisce necessariamente la qualità del vino stesso.

E’ chiaro che la zona di coltivazione delle uve (il cosiddetto Terroir) o il processo di vinificazione rappresentino fattori fondamentali per determinare le caratteristiche di un vino ma, purtroppo, da soli non bastano per farne un buon vino.
La qualità “vera” del prodotto è legata alla serietà e alle scelte del vignaiolo piuttosto che alle indicazioni dei disciplinari tant’è che spesso un’azienda decide di far rientrare un vino in una delle Denominazioni semplicemente per fini commerciali. Si può possedere un vigneto nel luogo più vocato al mondo ma se le pratiche produttive sono approssimative o votate al puro guadagno, quasi sicuramente non si otterrà un prodotto di qualità.

Riconoscibilità o Conoscenza

Ma allora le denominazioni sono strumenti per la tutela della qualità del vino o sono solo un altro mezzo che consente speculazioni commerciali? La verità, come spesso accade, sta nel mezzo.
Se l’etichetta può essere considerata come “il biglietto da visita della bottiglia”, è anche vero che rappresenta uno strumento per il consumatore utile per conoscere e riconoscere il prodotto che acquista.
Le informazioni presenti, marchi compresi, sono normate con l’obiettivo di offrire una garanzia al consumatore rispetto al vino contenuto all’interno della bottiglia.

Tuttavia, l’unico modo che abbiamo per scegliere un vino di qualità è la conoscenza.
Conoscenza di coloro che producono il vino e della loro filosofia, ma anche conoscenza del prodotto. E questo meraviglioso bagaglio si costruisce in tanti anni di confronti con i produttori, di lezioni e di studio ma, soprattutto, di vini bevuti.

Insomma, degustare in maniera consapevole significa imparare a bere meglio e a riconoscere la vera qualità, indipendentemente dal marchio apposto sulla bottiglia.

L’autentica poesia del Santa Maddalena

Di ritorno dal recente viaggio in terre altoatesine, oggi vi raccontiamo della nostra visita al podere Messnerhof, sui pendii a nord di Bolzano, zona di produzione classica del Santa Maddalena.

E’ ormai notte fonda quando imbocchiamo lo stretto stradello che conduce alla Tenuta, dove un caldo ed accogliente letto ci aspetta. Viaggiare di notte è faticoso, ma è il modo migliore per avere qualche ora in più a disposizione per le nostre visite. L’indomani mattina ci alziamo di buona lena e raggiungiamo Bernhard, che ci accoglie con un garbato sorriso e la sua autentica gentilezza.

L’autentica poesia del Santa Maddalena
© Enoteca Giro di Vite

Insieme percorriamo un breve tratto a piedi costeggiando i vigneti. Il rigore dell’inverno ha spogliato le viti del loro verde brillante permettendo così di cogliere una distesa di ordinatissimi filari che si inerpicano sulle colline circostanti. Lo sguardo spazia e coglie la città sottostante, le montagne che incorniciano il panorama e una piccola chiesetta dal caratteristico campanile, riempiendo gli occhi e il cuore di una pace assoluta. Raggiungiamo il vecchio fienile, oggi trasformato in un’elegante sala degustazione rigorosamente in legno con una vista mozzafiato sulla città.

Seduti al bancone, Bernhard versa un calice di Santa Maddalena e ci racconta dell’ultima vendemmia e delle recenti attività dell’azienda. Sarà per il suo ruolo di docente all’Istituto Tecnico Agrario, ma Bernhard ha la capacità di rendere particolarmente piacevole la conversazione.

Questo elegante uvaggio color rosso rubino viene ottenuto da due vitigni autoctoni, la Schiava e, in piccola parte, il Lagrein che gli conferisce colore e struttura. In passato questo vino, che prende il nome dal paese di Santa Maddalena alle porte di Bolzano, oltre a rivestire un ruolo di primo piano nella produzione vinicola altoatesina, era anche uno dei rossi più noti d’Italia. La Schiava, frutto di uno dei più antichi vitigni autoctoni dell’Alto Adige troppo spesso rimasta nell’ombra a causa della sua delicatezza e aromaticità, raggiunge in questo vino una delle sue massime espressioni, grazie al particolare terroir che contraddistingue la sua zona produzione.

L’autentica poesia di questo vino è nella sua capacità di entrare nel cuore di chi lo assaggia con la stessa eleganza e garbo delle persone che abitano la sua terra d’origine. La sua unicità e quella classe tipica dei vitigni poco tannici lo rendono piacevole e appagante come la compagnia di Bernhard.

Con i suoi sentori di frutta e fiori e il suo armonico equilibrio tra tannini e acidità, questo vino è particolarmente versatile, perfetto per accompagnare antipasti e specialità tipiche della cucina tirolese, speck e affettati, ma anche con carni bianche, pesce e formaggi.

Il tempo scorre veloce quando si è in piacevole compagnia: Bernhard e il suo Santa Maddalena hanno anche questo magico potere. E’ tardi dovremmo ripartire, altre visite in cantina ci aspettano. Ma la pace che permea queste colline è un chiaro invito a restare. D’altra parte, cosa ci può essere di meglio che risvegliarsi al mattino, aprire la finestra e respirare la frizzante aria dicembrina tra i filari del vigneto?

Tenuta Messnerhof 
Bolzano

Precedentemente in questa regione: Il Riesling, lo Speck e il Vecchio Maso

Le Campeur à Vin, ovvero il nostro Viaggio alla scoperta dei vitigni della Valle della Loira

première partie

Da Bologna a Guérande e ritorno in camper, alla scoperta dei vitigni della Valle della Loira. 3600 km di strade dalle Alpi all’Oceano,  attraverso il Giardino di Francia.

La Loira - © Enoteca Giro di Vite
La Loira – © Enoteca Giro di Vite

Più che una vacanza un Viaggio, dove il “viaggio” in senso stretto non è la parentesi noiosa del tragitto che separa casa propria dalla destinazione finale, ma diventa esso stesso la meta: ogni curva affrontata, ogni sosta, ogni paese attraversato, ogni castello visitato o vigneron conosciuto sono tutte parti essenziali che, come in un puzzle, alla fine costituiscono il Viaggio.

Cosa ci ha colpito di più vi chiederete. E’ difficile stilare un elenco, sicuramente le sconfinate dimensioni della campagna francese, così diverse dalle nostre, hanno lasciato un segno. Il senso di spazio, di vastità e di “vuoto” dato da lunghe, drittissime strade poco trafficate non trova eguale contropartita nel nostro Paese. Abituati alla nostra variegata campagna, attraversare le ampie distese di campi seminati alternati a pascoli di placide mucche di razza Limousine e Charolaise che brucano incuranti dei passanti, rasenta quasi i limiti della noia.

Ma poi, giunti alle porte di Sancerre, i pascoli e campi cedono il passo ad altrettanto vaste distese di ordinati filari e la monotonia lascia spazio all’incredulità: siamo nel cuore della Francia, nella Regione Centre – Val de Loire. Per quanti vigneti in altrettante regioni possiamo aver visitato in Italia, non ne troviamo corrispondenza alcuna con quanto visto oltre confine.

Ma prima di entrare nel dettaglio e parlare della zona vinicola di Sancerre, è meglio raccontare qualcosa sulla Valle della Loira e sulla sua viticoltura.

Da sempre considerata il “giardino della Francia” per il suo suggestivo paesaggio, i Reali francesi ne furono talmente affascinati da costruire in questa zona i castelli e le residenze estive che l’hanno resa famosa in tutto il mondo. Ma forse non molti sanno che la Valle della Loira è anche la terza regione vinicola di Francia per grandezza e che i terreni vitati si estendono su circa 70.000 ettari. Questa fascia che costeggia il corso della Loira dal suo ingresso nella regione Centre sino all’Oceano rappresenta il punto d’equilibrio tra il nord e il sud del Paese.

Il clima è generalmente temperato, la sua estensione su un asse orizzontale infatti implica una minore varietà climatica rispetto a quella a cui siamo abituati nel nostro Paese. Qui le principali differenze sono date dall’influenza dell’Oceano , che caratterizza le regioni più occidentali attenuando le variazioni stagionali, mentre in quelle più centrali prevale il clima continentale, con maggiori sbalzi termici.
Tuttavia, la presenza della Loira e dei suoi affluenti favorisce l’esistenza di diversi microclimi e la grande varietà di suoli e sottosuoli che si susseguono dal Centro sino a giungere all’Oceano influiscono grandemente sulla scelta dei vitigni, sulle pratiche dei vignaioli e, ovviamente, sulle caratteristiche dei vini.

Se dovessimo definire in una parola i vini della Loira, siano essi bianchi, rosati o rossi, sarebbe sicuramente “freschezza”. Pur sempre con le differenze dovute a vitigno, suolo e clima, la latitudine in cui si trovano le vigne di questa zona dona, in generale, una freschezza che potremmo definire caratteristica. Il filo conduttore della quasi totalità dei vini assaggiati è questo sentore di fresco frutto dissetante, che invoglia a bere un altro calice.

I vini della Loira si dividono in oltre 60 Appellations tra bianchi, rosati, rossi, secchi, morbidi o spumanti.
Nonostante gli stili così diversi, questa regione è comunque legata in modo particolare ai bianchi grazie sia alla qualità del territorio che delle uve con cui si producono che, da est verso ovest, sono: Sauvignon Blanc, Chenin Blanc e Muscadet (o Melon de Bourgogne).
Fra le uve a bacca rossa troviamo invece, sempre da est verso ovest, Pinot Noir, Gamay, Grolleau e Cabernet Franc.
Esistono poi altri vitigni “minori”, autoctoni, come il Pineau d’Aunis, il Malbec (qui noto come Côt) e il Romorantin che vengono coltivati in misura minore ma che regalano comunque vini interessanti.

Vitigni Loira
Tratto da Atlas des vignobles de Loire © Patrick Merienne

Da un punto di vista strettamente produttivo, potremmo idealmente suddividere questa regione in tre zone: una occidentale vicino alla Costa Atlantica, una centrale e una orientale, poco a sud di Orleans. Mentre potremmo definire le due aree esterne come “bianchiste”, nella parte centrale la produzione è piuttosto variegata e prevede diversi stili, dai bianchi ai rossi, dai rosati agli spumanti per non parlare dei vini moelleux di rara eleganza prodotti con uve attaccate dalla Botrytis Cinerea.

Seguendo questa ideale divisione, torniamo nella parte orientale, zona di produzione dell’AOP Sancerre, che con i suoi sublimi paesaggi vitati, forse è una delle aree vinicole più belle che abbiamo visitato.

Sancerre © Enoteca Giro di Vite
Sancerre © Enoteca Giro di Vite

Il vitigno qui è Sauvignon Blanc, completato da Pinot Noir per rossi e rosé. Il bianco Sancerre è apprezzato per la sua freschezza, i suoi aromi minerali e di pietra focaia e una complessità al palato che migliora con il tempo. I rossi e i rosé invece sono vini gourmet, che offrono un piacevole divertimento a tavola.

Ma procediamo con ordine. Qui la vite viene coltivata da più di 2000 anni: nel XII secolo questa area viticola ha vissuto un vero boom grazie a monaci e frati e allo sviluppo delle vie fluviali che seguivano il corso del fiume.
A Sancerre a quei tempi si produceva un famoso vino rosso ottenuto principalmente con Pinot Noir ma dopo la piaga della fillossera del 1886 che distrusse pressoché tutti i vigneti, i viticoltori reimpiantarono nelle loro parcelle in prevalenza Sauvignon Blanc, uva particolarmente adatta al clima e ai terroir, su portainnesti americani.

Per produrre grandi vini con questo tipo di uve in una zona così vicina al limite settentrionale della viticoltura i vignerons devono seguire particolari accorgimenti, come la scelta delle aree con la giusta esposizione in cui allestire il vigneto e la densità dell’impianto ma soprattutto devono attenersi ad una gestione della vite piuttosto rigorosa.

Le sfumature di aromi caratteristiche dei Sauvignon Blanc di questa zona sono dovute alle differenti tipologie di terreni. “Terre Blanches”, è un tipo di terreno ricco di calcare, argilla e conchiglie fossili che regala vini rotondi dalla lenta evoluzione; “Caillottes”, è invece sassoso e calcareo che, al contrario, regala vini minerali con molta finezza e corpo. Il terreno di “Les Griottes” è composto da calcare tenero: qui i vini hanno grande personalità. Infine, il terreno di “Cailloux”, è un suolo bruno ricco di silicio e di selce del Kimmeridgiano, che conferisce ai vini aromi speziati e una mineralità un po’ “nervosa”.

Region Centre Loire
Tratto da Atlas des vignobles de Loire © Patrick Merienne

Due sono le aziende che abbiamo visitato in questa zona: una in agricoltura “ragionata”, l’altra naturale al limite dell’estremo. Collocata sulla riva sinistra della Loira l’una, dall’altro lato del fiume e a pochi minuti di distanza, l’altra.
Differenti anche le produzioni. La prima classicamente di prevalenza “bianchista” con vini sia da assemblaggi di varie vigne che vinificazioni da lieu dit (cioè “località”, nel mondo della viticoltura definisce un vigneto preciso). Tutti Sauvignon Blanc eleganti e profumati, ognuno con un carattere ben definito conferito dai differenti suoli. A queste bottiglie si affiancano interessanti declinazioni di Pinot Noir, due rossi dagli aromi fruttati e il tannino armonioso e un rosato dalla spiccata freschezza.

La seconda cantina, al contrario, vinifica in prevalenza rossi, con tre bottiglie di assemblaggi in differenti percentuali di Pinot Noir e Gamay e solamente un Sauvignon Blanc. Tutti vini che chiedono di essere aspettati, subito “difficili” al naso, ma una volta aperti si rivelano vini fini, eleganti e complessi.

Di tutt’altro tenore invece il Muscadet, vino semplice e immediato caratteristico della Regione dei Pays Nanatais, altra zona vinicola di tradizione “bianchista”. Come il nome suggerisce, si tratta della regione che circonda la città di Nantes e si protende verso l’Oceano Atlantico, sconfinando nella Bretagna. Qui, al posto dei castelli dall’aspetto fiabesco, troviamo severe fortezze sul mare, e le ampie distese collinari cedono il passo alla sconfinata distesa dei marais delle saline.

Guérande - le saline © Enoteca Giro di Vite
Guérande – le saline © Enoteca Giro di Vite

In questa area la coltivazione della vite esiste con tutta probabilità dall’epoca Romana ma in passato il vitigno coltivato era principalmente Cabernet Franc, introdotto dalla regione di Bordeaux. A seguito della terribile gelata del 1709, buona parte dei vigneti fu reimpiantata con Melon de Bourgogne e Folle Blanche. Grazie all’introduzione della Poltiglia Bordolese e all’innesto su piede americano, questi vigneti sopravvissero sia all’epidemia di oidio che alla fillossera, avvenute entrambe negli ultimi anni del 1800.

Il Melon de Bourgone, così chiamato per la forma rotonda delle sue foglie, è l’unico vitigno utilizzato per la produzione del Muscadet, “Vins de Soif” dalle note aromatiche, delicate e sapide. Si tratta di un’uva dagli aromi semplici che ha trovato in queste terre il suo terroir d’elezione raggiungendo una delle sue massime espressioni.
Per conferire una maggiore complessità di aromi a questo vino dalla impressionante mineralità salina, i produttori hanno scelto di vinificarlo sur lie, cioè di lasciarlo a contatto con i lieviti esausti, le fecce. In questo modo acquisisce maggiore ricchezza e quella fragranza tipica di pane fresco, ma soprattutto una buona attitudine all’invecchiamento.
La fermentazione del Muscadet è generalmente svolta in vasche in vetrocemento, spesso di diverse dimensioni e interrate, che permettono al vino di riposare al buio.

Quattro sono le Appellations di Muscadet della zona: oltre a quella generica di Muscadet, troviamo Cotes de Grandlieu, Coteaux de la Loire e la più rinomata Sèvre et Maine. Poco conosciuto fuori dai confini francesi, il Muscadet rappresenta la produzione principale in termini di quantità di tutta la Valle della Loira. I suoi profumi floreali, le note agrumate e iodate, la sua freschezza e mineralità ne fanno il perfetto connubio con piatti a base di frutti di mare.

pays nantais
Tratto da Atlas des vignobles de Loire © Patrick Merienne

Anche in questa Regione sono due le aziende che abbiamo visitato: una in agricoltura biologica, l’altra biodinamica con chiari richiami al naturale. Collocata nell’Appellation Cotes de Grandlieu l’una, sul confine tra l’Appellation Coteaux de la Loire e la regione vinicola dell’Anjou-Saumur, l’altra.
Differenti anche le produzioni. La prima in prevalenza incentrata sulla produzione di Muscadet con vini sia da assemblaggi di varie vigne che vinificazioni da singole parcelle. C’è una forte sensazione marina in tutti i suoi Muscadet, vivaci, piacevoli e con un’acidità stimolante. Si affiancano alla produzione del Muscadet, altre bottiglie ottenute da vitigni a bacca bianca (Gros Plants e Chardonnay) e a bacca rossa (Gamay).

La seconda cantina, al contrario, ha solo una referenza di Muscadet, affiancata dalla produzione di bottiglie sia da vitigni a bacca bianca (Chenin Blanc) che a bacca rossa (Gamay, Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon e Grolleau Gris). Avremmo voluto assaggiare il Muscadet ma purtroppo a causa delle gelate buona parte della produzione è andata persa. Abbiamo assaggiamo quindi i rossi. Ricchi e corposi in bocca, sono caratterizzati da una bevibilità incredibile, la stessa che accomuna tutti i rossi di questa valle. Una menzione speciale merita il suo Chenin Blanc, forse una delle espressioni più “territoriali” e tipiche assaggiate durante il viaggio.

Il nostro viaggio alla scoperta dei vitigni della Valle della Loira continua, con nuovi paesaggi esplorati e la conferma ad ogni sguardo dello stretto legame tra il vino e il luogo in cui viene prodotto.

À suivre… campeur a vin

I vulcanici fratelli Skok e l’esuberante Zabura del Collio

Il nostro viaggio enologico continua e ci conduce in terra friulana, più precisamente nel Collio.

Diviso dal Carso dal corso dell’Isonzo, questo lembo di terra ancorato tra Italia e Slovenia dove, da sempre, la natura non ha confini precisi, offre un incantevole paesaggio di dolci colline votate sin dai tempi antichi alla viticultura per la particolarità del clima e per il tipo di terreno.
E’ una terra di confine e di vini unici, ma il più conosciuto e diffuso della regione ha origine da un antichissimo vitigno autoctono ed è il Tocai Friulano.

E’ difficile districarsi tra leggenda e realtà quando si parla delle origini di questo antico vitigno. Di certo c’è solo il fatto che da sempre hanno incrociato la strada del Tokaji ungherese ed è il motivo per il quale, dopo il 31 marzo del 2007, il Tocai ha perso il suo nome.

Il Consiglio dell’Unione Europea decretò, infatti, che solo il vino ungherese potesse chiamarsi Tokaji impedendo, di fatto, di utilizzare quel nome e le sue varianti di grafia a tutti gli altri vini ugualmente o similmente nominati.
La decisione suscitò numerose polemiche, sostenute dal fatto che il Tocai Friulano era l’unico Tocai a prendere il nome dall’uva stessa.
Ma proprio in virtù delle norme sulla proprietà intellettuale della Organizzazione Mondiale del Commercio, in caso di omonimia tra un’indicazione geografica e una denominazione che riprende il nome di un vitigno è la prima che deve prevalere.

Se vi state chiedendo il motivo di tale similitudine nei nomi nonostante le evidenti differenze di tipologia di vino, possiamo dirvi che anche in questo caso il confine tra storia e leggenda è piuttosto labile.
Le origini di questa diatriba, infatti, risalgono a tempi ben più lontani del marzo 2007 tuttavia, non è facile stabilire con certezza quale dei due vini abbia avuto origine per primo proprio in virtù dei numerosi  scambi di vitigni tra Friuli Venezia Giulia e Ungheria avvenuti nel corso dei secoli.

Ed è così che la storia di questo vino dal passato glorioso continua, anche se sotto il nuovo nome di “Friulano”.

Eccoci allora raggiungere, in un tiepido pomeriggio autunnale, San Floriano del Collio e più precisamente la bellissima Giasbana.
Ad attenderci troviamo Orietta e Edi Skok che, da ottimi padroni di casa, ci accolgono con consueto calore e affetto e ci accompagnano nella splendida terrazza immersa nel verde dei filari di Villa Jasbinae.
Ci accomodiamo su morbidi cuscini e godiamo del lussureggiante panorama dei vigneti di Sauvignon e Friulano che sembrano rincorrersi lungo i dolci declivi delle colline circostanti.

E così, in questa oasi di silenzio e di pace, sorseggiamo un calice di Zabura.
Ne approfittiamo per scambiare qualche parola con i vulcanici fratelli Skok, che con la stessa complicità degli amici di vecchia data, ci raccontano con dovizia di particolari l’impegnativo lavoro in vigna e le origini di questo vino.
Apprendiamo così che il suo è un nome antico, legato direttamente alla loro azienda. Già nelle antiche mappe catastali dell’Impero Austriaco che rappresentano la tenuta Skok è indicato l’appezzamento di terreno – il Cru – proprio con questo nome.
Edi ci mostra le vigne che sono messe a dimora sulla cima di una collina esposta ad est: sono solo otto i filari di Zabura.

Dimentichi del tempo che scorre, degustiamo sorso a sorso questo vino accattivante e lo scopriamo particolarmente minerale e sapido. Orietta ci spiega che sono caratteristiche proprie dei vini che nascono nelle soleggiate colline di Giasbana, dove la Ponca, un particolare terreno composto da stratificazioni di marne argillose e arenarie sabbiose ricche di minerali, dona al vino un impronta particolare e unica.
L’evoluzione nel calice ci fa percepire sentori di fiori di campo e piacevoli profumi di mandorla e miele, e quello stesso sentore di mandorla che lascia nel finale in bocca ci permette di apprezzarne l’eleganza.

Il Friulano è, per definizione e sentimento, il vino dei friulani, per questo motivo si sposa bene con un altro prodotto autoctono per eccellenza: il Prosciutto di Cormòns di D’Osvaldo. La mineralità del vino, infatti, ben si abbina alla morbida grassezza di questo prosciutto.
Interessante anche l’incontro con gli asparagi e le erbe primaverili, che ben si coniugano alla piacevole aromaticità dello Zabura. Splendido con pesce e crostacei.

La grande struttura di questo vino dal colore dell’oro accompagnata al tempo stesso da gentilezza e rotondità inevitabilmente rimanda, in un piacevole ed intrigante equilibrio, alla forza di questa terra selvaggia e all’amore profondo per il vino buono a cui i fratelli Skok portano avanti con grande dedizione.

Perché se fai vino solo per venderlo non hai capito neanche la metà della verità invece se lo fai per dare piacere agli altri è tutta un altra storia. Parola di Orietta Skok.

Azienda Vinicola Skok 
Località Giasbana – San Floriano del Collio (Gorizia)

 

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