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Roero ways? Roero Arneis!

Il nostro viaggio enologico nelle colline piemontesi continua e ci porta nel cuore del Roero, terra privilegiata per la coltivazione del vitigno Arneis. Si tratta di uve profumate ma non aromatiche, quindi particolarmente adatte per realizzare un grande bianco secco.

Pian piano, mentre la strada si srotola davanti a noi, godiamo dell’incredibile paesaggio roerino con le sue colline dai versanti ripidi e i calanchi creati dall’antico corso del Tanaro.

E in queste colline, il vitigno di Arneis è coltivato da sempre. Alcuni documenti lo legherebbero al Roero già fin dal Quattrocento. Nel ‘700 acquista popolarità, al punto che si parlava dell’Arneis come di una tra le uve più pregiate, quanto quella di Moscato, e proprio come questa, l’Arneis veniva principalmente vinificato dolce o sotto forma di vermouth.
Ma durante il ‘900 questo vitigno, dopo anni di assoluta prosperità, viene fatalmente colpito dalla crisi della viticoltura causata, tra le altre cose, dalla fillossera.
Pensate che negli anni ’60, per via dei suoi acini dolcissimi e della sua precoce maturazione, era ridotto a pochi filari sparsi tra quelli di Nebbiolo per proteggere i grappoli destinati ai pregiati rossi piemontesi.

Fortunatamente negli ultimi decenni ha avuto la sua rivincita per merito di alcuni produttori che hanno saputo rivalutarne le potenzialità.

Uno di questi è sicuramente la famiglia Careglio, che raggiungiamo in tarda mattina a Baldissero d’Alba, dove porta avanti il suo lavoro contadino da decenni.
A cominciare è stato Pierangelo, che negli anni Ottanta ha scelto di aiutare il padre a coltivare i terreni di famiglia. Si interessava soprattutto alla vigna per questo motivo, insieme a un amico enologo, ha deciso di iniziare l’avventura della vinificazione.
Oggi insieme a lui c’è il figlio Andrea, che ci accoglie al nostro arrivo facendoci accomodare nella sala degustazione.

Ci apre una bottiglia di Roero Arneis mentre ci racconta dell’ultima vendemmia e delle recenti attività dell’azienda. E’ inevitabile non sentirsi subito amici di Andrea. Sarà per il suo sguardo attento ma non invadente o forse per la passione che lo anima quando racconta il suo territorio e la sua vigna.
Di certo le idee e le capacità non gli mancano, lo dimostra anche il suo impegno nelle attività del Consorzio del Roero e nelle iniziative di promozione del territorio dove spesso si pone in prima linea.
La sua passione è coinvolgente ma, del resto, conosciamo questa azienda già da tempo e vedere come, vendemmia dopo vendemmia, il loro percorso di crescita sia già segnato, è davvero una grande soddisfazione anche per noi.

Tra un pezzo di toma e qualche grissino ci godiamo il nostro calice di Arneis: sarà per la sua genuina personalità che lo rende unico e riconoscibile, ma chi si aspetta un vino che appaghi la curiosità di chi lo assaggia dopo il primo bicchiere deve necessariamente ricredersi!

Intenso e sapido come il terreno sabbioso su cui crescono le uve e con la stessa riservata classe e cortese eleganza di Andrea, questo vino dal colore dell’oro ha una freschezza e una piacevole persistenza. Al naso note agrumate e floreali, in bocca una lunghezza sapida e una beva disarmante.
La sua gradazione alcolica è importante ma questo assicura una rotondità e una pienezza di gusto davvero interessanti.

In un periodo storico in cui c’è grande interesse per i vini con lunghe macerazioni o affinamenti in anfora, Andrea continua a cercare la tipicità del vitigno e del vino attraverso vinificazioni tradizionali e fermentazioni classiche. Non fa eccezione il suo Roero Arneis che viene vinificato rigorosamente in inox in regime di riduzione, con una sosta sur lies di 3-4 mesi con frequenti batonnage.

Per le sue caratteristiche gustative, il Roero Arneis dà il meglio di sé con piatti di pesce semplici e non troppo saporiti. È ottimo anche con minestre a base di verdure o cereali, con paste dal ripieno delicato e con formaggi molli o di media stagionatura.

Le chiacchiere con un amico, la bottiglia aperta sul tavolo e il piacere di riscoprire ad ogni sorso questo incredibile vino ci fanno quasi perdere la cognizione del tempo.
Carichiamo le ultime scorte di vino e si riparte, con la consapevolezza che i vitigni autoctoni possono regalare davvero grandi vini.

Cantina Careglio 
Baldissero d’Alba

 

Roero Days - Roero Week

Se sei curioso di approfondire la conoscenza del mondo dei vini del Roero, dal 25 marzo al 5 aprile ti aspetta la Roero Week! Il Giro di Vite è tra i “Locali Amici del Roero Docg” e per l’occasione potrai trovare in mescita oltre ai vini in carta della Cantina Careglio, anche i Roero Arneis e Roero Docg di altre due cantine del territorio!

 

Precedentemente in questa regione: Pörlapa: la Barbera che stupisce

La vite: il ciclo biologico e il ciclo annuale

Quante volte avrete sentito dire la frase “il buon vino si fa in vigna”? Il senso metaforico è chiaro: all’origine di una buona bottiglia c’è la vite.
Negli ultimi decenni, infatti, assistiamo ad una sempre maggiore consapevolezza dell’aspetto naturale del processo produttivo del vino a partire proprio dalla vigna. Ecco perché se parliamo di vino dobbiamo necessariamente parlare anche della vite.

La vite: il ciclo biologico e il ciclo annuale
la vite – ©Enoteca Giro di Vite

Come per tutte le piante, anche per la vite possiamo definire un ciclo vitale, che corrisponde all’arco della vita della pianta.
Il ciclo vitale della vite ha inizio con la germinazione del seme, o nella maggior parte dei casi, con l’attecchimento della barbatella (una talea provvista di radici).

Nei primi 2-3 anni, a seconda del tipo di coltura adottata, la vite cresce ma non è produttiva.

Dopo tale periodo, normalmente, la vite ha raggiunto la forma definitiva che consente al viticoltore di produrre uva: è il periodo in cui la produttività è crescente e che normalmente varia in funzione del vitigno coltivato, del sistema di allevamento adattato e agli interventi del viticoltore.
In generale, il periodo di massima produttività è compreso tra i 20 e i 25 anni di vita della pianta, che costituisce la fase di piena maturità della vite e qualità delle uve prodotte.
Dopo 30-40 anni, la pianta inizia a invecchiare e la sua produttività inizia a calare.

Ciclo annuale: sottociclo vegetativo e produttivo

Nel corso del su suo ciclo vitale, le viti in produzione seguono anche un ciclo annuale che si manifesta con fasi fenologiche diverse, frutto delle caratteristiche della vite, delle interazioni con le condizioni ambientali e delle pratiche colturali.
Il ciclo annuale comprende il sottociclo vegetativo e quello produttivo.

Il sottociclo vegetativo

Inizia, in genere, a marzo quanto le temperature pian piano aumentano e riscaldano il terreno. La vite reagisce con il “pianto”: la linfa inizia a risalire lungo il tronco e, per alcuni giorni, fuoriesce dai tagli della potatura dell’inverno fino a che essi non si cicatrizzano completamente.

Circa 20 giorni dopo la fase del pianto, la vite comincia a germogliare: le gemme dapprima si ingrossano per poi dischiudersi nella conseguente uscita del germoglio.
La fase del germogliamento è estremamente delicata ed è influenzata sia da fattori climatici che dai metodi di coltivazione utilizzati come, ad esempio, la potatura o il tipo di impianto.
In questo periodo, i giovani germogli sono ricchissimi d’acqua e le gelate primaverili possono essere fatali.

La vite: il ciclo biologico e il ciclo annuale
la crescita dei germogli – ©Enoteca Giro di Vite

I germogli cominciano ad allungarsi ad una velocità sempre maggiore, raggiungendo il suo apice a metà giugno e continuano, seppur rallentati, fino ad agosto.
E’ in questo momento che inizia la fase di agostamento o maturazione del tralcio, durante la quale le sostanze elaborate vengono immagazzinate come riserve della pianta e i tralci cambiano colore diventando legnosi.
L’agostamento è molto importante per la produzione dell’anno successivo: una buona lignificazione permette alla pianta di superare meglio l’inverno e influisce anche sul suo ciclo vitale.

Questa fase continua fino a fine novembre. Con la caduta delle foglie inizia poi il periodo di riposo, che termina con la ripresa vegetativa dell’anno seguente.

Il sottociclo produttivo

Durante questo arco di tempo la vite segue anche un sottociclo produttivo, caratterizzato da due fenomeni paralleli:

  • lo sviluppo dei germogli uviferi nati da gemme ibernanti, differenziatesi l’anno precedente
  • formazione e differenziazione delle gemme ibernanti per l’anno successivo

Le gemme, infatti, sono di tre tipi: pronte (o estive), ibernanti e latenti. Le prime danno origine a rami improduttivi chiamati femminelle; le gemme ibernanti sono quelle da cui verrà generato il capo a frutto e che si apriranno l’anno successivo a quello della formazione.
Le gemme latenti, invece, possono rimanere inattive per molti anni e poi svilupparsi in caso di necessità formando quasi sempre rami sterili chiamati polloni.

La vite: il ciclo biologico e il ciclo annuale
la fioritura – ©Enoteca Giro di Vite

Tra la metà di maggio e quella di giugno inizia poi la fioritura. Può durare da una settimana a quindici giorni, a seconda delle condizioni ambientali.
Nella vite è possibile sia l’autoimpollinazione che la fecondazione incrociata. Se la fecondazione è imperfetta, gli acini saranno sprovvisti di vinaccioli e rimarranno, di conseguenza, verdi e immaturi: è la cosiddetta acinellatura.
I fiori invece che completano la fecondazione si dicono “allegati”.
Da questi si svilupperà una bacca, che inizierà ad aumentare in peso e volume in seguito alla divisione e distensione delle cellule.

Alcune infiorescenze anziché diventare grappoli si allungano (“filano”) e si trasformano in viticci; questo fenomeno, detto filatura, è una forma di autoregolazione per cui la pianta, a seconda delle proprie disponibilità nutritive, lascia cadere una certa quantità di fiori.
Alla fine del mese di giugno, i grappoli saranno già completamente formati.

A luglio avviene l’invaiatura: l’acino si ingrossa accumulando acqua, concentrando la gradazione zuccherina e diminuendo l’acidità. In questa fase l’acino cambia colore e diventa elastico, perdendo la durezza tipica del frutto acerbo.

La vite: il ciclo biologico e il ciclo annuale
maturazione – ©Enoteca Giro di Vite

Tra la metà di agosto e la fine di ottobre i grappoli giungono a maturazione. Dal punto di vista enologico si possono distinguere due tipi di maturazioni: uno a livello della polpa, corrispondente ad un rapporto zuccheri/acidità, ed uno a livello della buccia corrispondente all’accumulo di composti polifenolici ed aromatici.

Il controllo dell’uva durante il periodo della maturazione, permette al vignaiolo di scegliere con il momento più ottimale per la raccolta, in base, ovviamente, al risultato che vorrà ottenere.

🍷🍷🍷

“Il sole, con tutti quei pianeti che gli girano attorno e da lui dipendono, può ancora far maturare una manciata di grappoli d’uva come se non avesse nient’altro da fare nell’universo”
Galileo Galilei

Denominazioni e marchi del vino. Scegliere un vino in base alla Denominazione è garanzia di qualità?

Spesso si pensa che preferire un vino con Denominazione di Origine o Indicazione Geografica sia automaticamente assicurata la qualità del vino.
Ma è davvero così? E cosa rappresentano le “Denominazioni di Origine” e le “Indicazioni Geografiche”?

Un po’ di storia

Dalle civiltà più antiche fino ad oggi, il vino ha avuto la necessità di una corretta identificazione, sia per esigenze di controllo della produzione che per comunicare il tipo, la qualità e l’origine geografica.
Dalle antiche popolazioni della regione del Caucaso all’Egitto dei faraoni, dall’Antica Grecia all’Impero Romano, la necessità di avere una corretta identificazione del vino era fondamentale grazie al fiorente commercio nel bacino del Mediterraneo.

Nel corso dei secoli questa esigenza si è mantenuta e il marchio ha conosciuto una continua evoluzione anche grazie alla trasformazione dei recipienti di conservazione del vino, che ha portato nuove esigenze e opportunità.
Verso la fine del 1600, infatti, fanno la prima comparsa le bottiglie di vetro ed è proprio in questo periodo che, presumibilmente, nasce quella che oggi noi chiamiamo “etichetta”.

Ancora oggi l’identificazione e la tutela del vino sono fondamentali ecco perché, nello stesso secolo, l’Europa inizia a delimitare le prime aree dedicate a determinati vini. In questo modo, potevano essere chiamati con il nome geografico solo se prodotti in quelle specifiche zone.

In Italia, le prime forme di tutela delle produzioni vitivinicole risalgono invece al 1930 ma è solo nel 1963 che viene emanato il primo provvedimento a disciplina delle produzioni vitivinicole.
Con questo provvedimento viene introdotto l’attuale concetto di Denominazione di Origine e istituiti i Disciplinari di Produzione per rafforzare il legame col territorio.

Nel 1992 una nuova legge introduce significative novità: è in questo periodo che vengono introdotte le IGT e l’obbligo di analisi chimiche-fisiche prima della messa in commercio dei vini.

L’ultima importante riforma del settore vitivinicolo è ad opera della Comunità Europea. Nel 2008, infatti, per equiparare la normativa vitivinicola a quelle già vigenti per gli agli altri prodotti agroalimentari, vengono mantenute solo due categorie: vini con indicazione geografica (DOP e IGP) e vini senza Indicazione geografica (Vini generici o con indicazione del solo vitigno).

L’uso delle sigle DOCG, DOC E IGT è concesso unicamente per i vini commerciati in Italia.

Ma cosa significano esattamente queste sigle?

IGT significa Indicazione Geografica Tipica ed è il primo gradino che separa la base della piramide costituita dai vini senza indicazione da quelli con indicazione. Rientrano in questa categoria i vini prodotti in zone geografiche piuttosto estese e il disciplinare di produzione non è tanto restrittivo quanto quello previsto per le Denominazioni.

DOC significa invece Denominazione di Origine Controllata e può essere riconosciuta a vini prodotti in zone piuttosto delimitate e avere caratteristiche legate sia all’ambiente naturale che a fattori umani di produzione.

Il marchio DOCG indica invece i vini a Denominazione di Origine Controllata e Garantita. Possono utilizzare questa Denominazione solo i vini già riconosciuti DOC da almeno dieci anni e con particolare “pregio qualitativo”. Il disciplinare di produzione è piuttosto rigido e impone anche la numerazione delle bottiglie prodotte.

Denominazioni, sinonimi di identificazione, tutela e valorizzazione. Ma non sempre

L’evoluzione delle denominazioni dimostra che ancora oggi distinguere, identificare, tutelare, garantire e valorizzare la produzione vitivinicola siano esigenze fondamentali.
Così come lo stretto legame con il territorio che si è voluto rafforzare per garantire la zona di provenienza delle uve.
Ma questo “vincolo territorialesi è rivelato essere oggetto di querelle nell’evolversi dello scenario della nuova Europa. La normativa Europea, infatti, tutela i vini che prendono il nome dalla zone geografica ma non quelli che derivano dal nome del vitigno, anche se storicamente conosciuto.

La vicenda più nota e discussa è stata la sentenza che ha imposto all’Italia di sostituire il nome “Tocai” con “Friulano” nelle etichette delle bottiglie dello storico vino friulano, per non confonderlo con quello prodotto nella regione ungherese del Tokaj.

Ma abbiamo un esempio anche sulle nostre colline: è il caso del Pignoletto. Per ottenere la denominazione a tutela di questo vino già noto in epoca romana è stato necessario associarne il nome ad una località.
Per questo motivo la Giunta di Monteveglio ha istituito l’omonima località Pignoletto nel comune di Valsamoggia, territorio di confine tra Modena e Bologna. Il Sindaco aveva infatti manifestato la preoccupazione che il vino-simbolo dei nostri colli potesse essere prodotto altri Paesi del mondo dove, peraltro, erano già a quel tempo segnalati impianti di Grechetto Gentile.
Ne è nato quindi un disciplinare che espressamente prevede, all’articolo 3: “Zona di produzione delle uve – La zona di produzione delle uve della DOC “Pignoletto”, corrispondente al nome geografico della omonima località ricadente nel Comune di Monteveglio in Provincia di Bologna, comprende l’intero territorio amministrativo dei Comuni sotto indicati […]”.

Indicazione geografica non è sempre sinonimo di qualità

 Ma allora, l’appartenenza di un vino ad una Denominazione di origine garantisce che sia un prodotto di qualità?

Si e no. L’intenzione dei disciplinari è quello di valorizzare le tipicità e di tutelare i consumatori rispetto a frodi e sofisticazioni ma, soprattutto per quel che riguarda le caratteristiche organolettiche del vino, i requisiti richiesti sono molto generici. Ecco perché spesso troviamo dei vini che pur appartenendo alla stessa denominazione hanno livelli qualitativi molto diversi.
Infatti, il termine stesso (Denominazione di Origine) garantisce la “zona di produzione” che comprende sia fattori ambientali (il territorio) che umani (il processo produttivo) ma non garantisce necessariamente la qualità del vino stesso.

E’ chiaro che la zona di coltivazione delle uve (il cosiddetto Terroir) o il processo di vinificazione rappresentino fattori fondamentali per determinare le caratteristiche di un vino ma, purtroppo, da soli non bastano per farne un buon vino.
La qualità “vera” del prodotto è legata alla serietà e alle scelte del vignaiolo piuttosto che alle indicazioni dei disciplinari tant’è che spesso un’azienda decide di far rientrare un vino in una delle Denominazioni semplicemente per fini commerciali. Si può possedere un vigneto nel luogo più vocato al mondo ma se le pratiche produttive sono approssimative o votate al puro guadagno, quasi sicuramente non si otterrà un prodotto di qualità.

Riconoscibilità o Conoscenza

Ma allora le denominazioni sono strumenti per la tutela della qualità del vino o sono solo un altro mezzo che consente speculazioni commerciali? La verità, come spesso accade, sta nel mezzo.
Se l’etichetta può essere considerata come “il biglietto da visita della bottiglia”, è anche vero che rappresenta uno strumento per il consumatore utile per conoscere e riconoscere il prodotto che acquista.
Le informazioni presenti, marchi compresi, sono normate con l’obiettivo di offrire una garanzia al consumatore rispetto al vino contenuto all’interno della bottiglia.

Tuttavia, l’unico modo che abbiamo per scegliere un vino di qualità è la conoscenza.
Conoscenza di coloro che producono il vino e della loro filosofia, ma anche conoscenza del prodotto. E questo meraviglioso bagaglio si costruisce in tanti anni di confronti con i produttori, di lezioni e di studio ma, soprattutto, di vini bevuti.

Insomma, degustare in maniera consapevole significa imparare a bere meglio e a riconoscere la vera qualità, indipendentemente dal marchio apposto sulla bottiglia.

L’autentica poesia del Santa Maddalena

Di ritorno dal recente viaggio in terre altoatesine, oggi vi raccontiamo della nostra visita al podere Messnerhof, sui pendii a nord di Bolzano, zona di produzione classica del Santa Maddalena.

E’ ormai notte fonda quando imbocchiamo lo stretto stradello che conduce alla Tenuta, dove un caldo ed accogliente letto ci aspetta. Viaggiare di notte è faticoso, ma è il modo migliore per avere qualche ora in più a disposizione per le nostre visite. L’indomani mattina ci alziamo di buona lena e raggiungiamo Bernhard, che ci accoglie con un garbato sorriso e la sua autentica gentilezza.

L’autentica poesia del Santa Maddalena
© Enoteca Giro di Vite

Insieme percorriamo un breve tratto a piedi costeggiando i vigneti. Il rigore dell’inverno ha spogliato le viti del loro verde brillante permettendo così di cogliere una distesa di ordinatissimi filari che si inerpicano sulle colline circostanti. Lo sguardo spazia e coglie la città sottostante, le montagne che incorniciano il panorama e una piccola chiesetta dal caratteristico campanile, riempiendo gli occhi e il cuore di una pace assoluta. Raggiungiamo il vecchio fienile, oggi trasformato in un’elegante sala degustazione rigorosamente in legno con una vista mozzafiato sulla città.

Seduti al bancone, Bernhard versa un calice di Santa Maddalena e ci racconta dell’ultima vendemmia e delle recenti attività dell’azienda. Sarà per il suo ruolo di docente all’Istituto Tecnico Agrario, ma Bernhard ha la capacità di rendere particolarmente piacevole la conversazione.

Questo elegante uvaggio color rosso rubino viene ottenuto da due vitigni autoctoni, la Schiava e, in piccola parte, il Lagrein che gli conferisce colore e struttura. In passato questo vino, che prende il nome dal paese di Santa Maddalena alle porte di Bolzano, oltre a rivestire un ruolo di primo piano nella produzione vinicola altoatesina, era anche uno dei rossi più noti d’Italia. La Schiava, frutto di uno dei più antichi vitigni autoctoni dell’Alto Adige troppo spesso rimasta nell’ombra a causa della sua delicatezza e aromaticità, raggiunge in questo vino una delle sue massime espressioni, grazie al particolare terroir che contraddistingue la sua zona produzione.

L’autentica poesia di questo vino è nella sua capacità di entrare nel cuore di chi lo assaggia con la stessa eleganza e garbo delle persone che abitano la sua terra d’origine. La sua unicità e quella classe tipica dei vitigni poco tannici lo rendono piacevole e appagante come la compagnia di Bernhard.

Con i suoi sentori di frutta e fiori e il suo armonico equilibrio tra tannini e acidità, questo vino è particolarmente versatile, perfetto per accompagnare antipasti e specialità tipiche della cucina tirolese, speck e affettati, ma anche con carni bianche, pesce e formaggi.

Il tempo scorre veloce quando si è in piacevole compagnia: Bernhard e il suo Santa Maddalena hanno anche questo magico potere. E’ tardi dovremmo ripartire, altre visite in cantina ci aspettano. Ma la pace che permea queste colline è un chiaro invito a restare. D’altra parte, cosa ci può essere di meglio che risvegliarsi al mattino, aprire la finestra e respirare la frizzante aria dicembrina tra i filari del vigneto?

Tenuta Messnerhof 
Bolzano

Precedentemente in questa regione: Il Riesling, lo Speck e il Vecchio Maso

Le Campeur à Vin, ovvero il nostro Viaggio alla scoperta dei vitigni della Valle della Loira

première partie

Da Bologna a Guérande e ritorno in camper, alla scoperta dei vitigni della Valle della Loira. 3600 km di strade dalle Alpi all’Oceano,  attraverso il Giardino di Francia.

La Loira – © Enoteca Giro di Vite

Più che una vacanza un Viaggio, dove il “viaggio” in senso stretto non è la parentesi noiosa del tragitto che separa casa propria dalla destinazione finale, ma diventa esso stesso la meta: ogni curva affrontata, ogni sosta, ogni paese attraversato, ogni castello visitato o vigneron conosciuto sono tutte parti essenziali che, come in un puzzle, alla fine costituiscono il Viaggio.

Cosa ci ha colpito di più vi chiederete. E’ difficile stilare un elenco, sicuramente le sconfinate dimensioni della campagna francese, così diverse dalle nostre, hanno lasciato un segno. Il senso di spazio, di vastità e di “vuoto” dato da lunghe, drittissime strade poco trafficate non trova eguale contropartita nel nostro Paese. Abituati alla nostra variegata campagna, attraversare le ampie distese di campi seminati alternati a pascoli di placide mucche di razza Limousine e Charolaise che brucano incuranti dei passanti, rasenta quasi i limiti della noia.

Ma poi, giunti alle porte di Sancerre, i pascoli e campi cedono il passo ad altrettanto vaste distese di ordinati filari e la monotonia lascia spazio all’incredulità: siamo nel cuore della Francia, nella Regione Centre – Val de Loire. Per quanti vigneti in altrettante regioni possiamo aver visitato in Italia, non ne troviamo corrispondenza alcuna con quanto visto oltre confine.

Ma prima di entrare nel dettaglio e parlare della zona vinicola di Sancerre, è meglio raccontare qualcosa sulla Valle della Loira e sulla sua viticoltura.

Da sempre considerata il “giardino della Francia” per il suo suggestivo paesaggio, i Reali francesi ne furono talmente affascinati da costruire in questa zona i castelli e le residenze estive che l’hanno resa famosa in tutto il mondo. Ma forse non molti sanno che la Valle della Loira è anche la terza regione vinicola di Francia per grandezza e che i terreni vitati si estendono su circa 70.000 ettari. Questa fascia che costeggia il corso della Loira dal suo ingresso nella regione Centre sino all’Oceano rappresenta il punto d’equilibrio tra il nord e il sud del Paese.

Il clima è generalmente temperato, la sua estensione su un asse orizzontale infatti implica una minore varietà climatica rispetto a quella a cui siamo abituati nel nostro Paese. Qui le principali differenze sono date dall’influenza dell’Oceano , che caratterizza le regioni più occidentali attenuando le variazioni stagionali, mentre in quelle più centrali prevale il clima continentale, con maggiori sbalzi termici.
Tuttavia, la presenza della Loira e dei suoi affluenti favorisce l’esistenza di diversi microclimi e la grande varietà di suoli e sottosuoli che si susseguono dal Centro sino a giungere all’Oceano influiscono grandemente sulla scelta dei vitigni, sulle pratiche dei vignaioli e, ovviamente, sulle caratteristiche dei vini.

Se dovessimo definire in una parola i vini della Loira, siano essi bianchi, rosati o rossi, sarebbe sicuramente “freschezza”. Pur sempre con le differenze dovute a vitigno, suolo e clima, la latitudine in cui si trovano le vigne di questa zona dona, in generale, una freschezza che potremmo definire caratteristica. Il filo conduttore della quasi totalità dei vini assaggiati è questo sentore di fresco frutto dissetante, che invoglia a bere un altro calice.

I vini della Loira si dividono in oltre 60 Appellations tra bianchi, rosati, rossi, secchi, morbidi o spumanti.
Nonostante gli stili così diversi, questa regione è comunque legata in modo particolare ai bianchi grazie sia alla qualità del territorio che delle uve con cui si producono che, da est verso ovest, sono: Sauvignon Blanc, Chenin Blanc e Muscadet (o Melon de Bourgogne).
Fra le uve a bacca rossa troviamo invece, sempre da est verso ovest, Pinot Noir, Gamay, Grolleau e Cabernet Franc.
Esistono poi altri vitigni “minori”, autoctoni, come il Pineau d’Aunis, il Malbec (qui noto come Côt) e il Romorantin che vengono coltivati in misura minore ma che regalano comunque vini interessanti.

Vitigni Loira
Tratto da Atlas des vignobles de Loire © Patrick Merienne

Da un punto di vista strettamente produttivo, potremmo idealmente suddividere questa regione in tre zone: una occidentale vicino alla Costa Atlantica, una centrale e una orientale, poco a sud di Orleans. Mentre potremmo definire le due aree esterne come “bianchiste”, nella parte centrale la produzione è piuttosto variegata e prevede diversi stili, dai bianchi ai rossi, dai rosati agli spumanti per non parlare dei vini moelleux di rara eleganza prodotti con uve attaccate dalla Botrytis Cinerea.

Seguendo questa ideale divisione, torniamo nella parte orientale, zona di produzione dell’AOP Sancerre, che con i suoi sublimi paesaggi vitati, forse è una delle aree vinicole più belle che abbiamo visitato.

Sancerre
Sancerre © Enoteca Giro di Vite

Il vitigno qui è Sauvignon Blanc, completato da Pinot Noir per rossi e rosé. Il bianco Sancerre è apprezzato per la sua freschezza, i suoi aromi minerali e di pietra focaia e una complessità al palato che migliora con il tempo. I rossi e i rosé invece sono vini gourmet, che offrono un piacevole divertimento a tavola.

Ma procediamo con ordine. Qui la vite viene coltivata da più di 2000 anni: nel XII secolo questa area viticola ha vissuto un vero boom grazie a monaci e frati e allo sviluppo delle vie fluviali che seguivano il corso del fiume.
A Sancerre a quei tempi si produceva un famoso vino rosso ottenuto principalmente con Pinot Noir ma dopo la piaga della fillossera del 1886 che distrusse pressoché tutti i vigneti, i viticoltori reimpiantarono nelle loro parcelle in prevalenza Sauvignon Blanc, uva particolarmente adatta al clima e ai terroir, su portainnesti americani.

Per produrre grandi vini con questo tipo di uve in una zona così vicina al limite settentrionale della viticoltura i vignerons devono seguire particolari accorgimenti, come la scelta delle aree con la giusta esposizione in cui allestire il vigneto e la densità dell’impianto ma soprattutto devono attenersi ad una gestione della vite piuttosto rigorosa.

Le sfumature di aromi caratteristiche dei Sauvignon Blanc di questa zona sono dovute alle differenti tipologie di terreni. “Terre Blanches”, è un tipo di terreno ricco di calcare, argilla e conchiglie fossili che regala vini rotondi dalla lenta evoluzione; “Caillottes”, è invece sassoso e calcareo che, al contrario, regala vini minerali con molta finezza e corpo. Il terreno di “Les Griottes” è composto da calcare tenero: qui i vini hanno grande personalità. Infine, il terreno di “Cailloux”, è un suolo bruno ricco di silicio e di selce del Kimmeridgiano, che conferisce ai vini aromi speziati e una mineralità un po’ “nervosa”.

Region Centre Loire
Tratto da Atlas des vignobles de Loire © Patrick Merienne

Due sono le aziende che abbiamo visitato in questa zona: una in agricoltura “ragionata”, l’altra naturale al limite dell’estremo. Collocata sulla riva sinistra della Loira l’una, dall’altro lato del fiume e a pochi minuti di distanza, l’altra.
Differenti anche le produzioni. La prima classicamente di prevalenza “bianchista” con vini sia da assemblaggi di varie vigne che vinificazioni da lieu dit (cioè “località”, nel mondo della viticoltura definisce un vigneto preciso). Tutti Sauvignon Blanc eleganti e profumati, ognuno con un carattere ben definito conferito dai differenti suoli. A queste bottiglie si affiancano interessanti declinazioni di Pinot Noir, due rossi dagli aromi fruttati e il tannino armonioso e un rosato dalla spiccata freschezza.

La seconda cantina, al contrario, vinifica in prevalenza rossi, con tre bottiglie di assemblaggi in differenti percentuali di Pinot Noir e Gamay e solamente un Sauvignon Blanc. Tutti vini che chiedono di essere aspettati, subito “difficili” al naso, ma una volta aperti si rivelano vini fini, eleganti e complessi.

Di tutt’altro tenore invece il Muscadet, vino semplice e immediato caratteristico della Regione dei Pays Nanatais, altra zona vinicola di tradizione “bianchista”. Come il nome suggerisce, si tratta della regione che circonda la città di Nantes e si protende verso l’Oceano Atlantico, sconfinando nella Bretagna. Qui, al posto dei castelli dall’aspetto fiabesco, troviamo severe fortezze sul mare, e le ampie distese collinari cedono il passo alla sconfinata distesa dei marais delle saline.

le saline
Guérande – le saline © Enoteca Giro di Vite

In questa area la coltivazione della vite esiste con tutta probabilità dall’epoca Romana ma in passato il vitigno coltivato era principalmente Cabernet Franc, introdotto dalla regione di Bordeaux. A seguito della terribile gelata del 1709, buona parte dei vigneti fu reimpiantata con Melon de Bourgogne e Folle Blanche. Grazie all’introduzione della Poltiglia Bordolese e all’innesto su piede americano, questi vigneti sopravvissero sia all’epidemia di oidio che alla fillossera, avvenute entrambe negli ultimi anni del 1800.

Il Melon de Bourgone, così chiamato per la forma rotonda delle sue foglie, è l’unico vitigno utilizzato per la produzione del Muscadet, “Vins de Soif” dalle note aromatiche, delicate e sapide. Si tratta di un’uva dagli aromi semplici che ha trovato in queste terre il suo terroir d’elezione raggiungendo una delle sue massime espressioni.
Per conferire una maggiore complessità di aromi a questo vino dalla impressionante mineralità salina, i produttori hanno scelto di vinificarlo sur lie, cioè di lasciarlo a contatto con i lieviti esausti, le fecce. In questo modo acquisisce maggiore ricchezza e quella fragranza tipica di pane fresco, ma soprattutto una buona attitudine all’invecchiamento.
La fermentazione del Muscadet è generalmente svolta in vasche in vetrocemento, spesso di diverse dimensioni e interrate, che permettono al vino di riposare al buio.

Quattro sono le Appellations di Muscadet della zona: oltre a quella generica di Muscadet, troviamo Cotes de Grandlieu, Coteaux de la Loire e la più rinomata Sèvre et Maine. Poco conosciuto fuori dai confini francesi, il Muscadet rappresenta la produzione principale in termini di quantità di tutta la Valle della Loira. I suoi profumi floreali, le note agrumate e iodate, la sua freschezza e mineralità ne fanno il perfetto connubio con piatti a base di frutti di mare.

pays nantais
Tratto da Atlas des vignobles de Loire © Patrick Merienne

Anche in questa Regione sono due le aziende che abbiamo visitato: una in agricoltura biologica, l’altra biodinamica con chiari richiami al naturale. Collocata nell’Appellation Cotes de Grandlieu l’una, sul confine tra l’Appellation Coteaux de la Loire e la regione vinicola dell’Anjou-Saumur, l’altra.
Differenti anche le produzioni. La prima in prevalenza incentrata sulla produzione di Muscadet con vini sia da assemblaggi di varie vigne che vinificazioni da singole parcelle. C’è una forte sensazione marina in tutti i suoi Muscadet, vivaci, piacevoli e con un’acidità stimolante. Si affiancano alla produzione del Muscadet, altre bottiglie ottenute da vitigni a bacca bianca (Gros Plants e Chardonnay) e a bacca rossa (Gamay).

La seconda cantina, al contrario, ha solo una referenza di Muscadet, affiancata dalla produzione di bottiglie sia da vitigni a bacca bianca (Chenin Blanc) che a bacca rossa (Gamay, Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon e Grolleau Gris). Avremmo voluto assaggiare il Muscadet ma purtroppo a causa delle gelate buona parte della produzione è andata persa. Abbiamo assaggiamo quindi i rossi. Ricchi e corposi in bocca, sono caratterizzati da una bevibilità incredibile, la stessa che accomuna tutti i rossi di questa valle. Una menzione speciale merita il suo Chenin Blanc, forse una delle espressioni più “territoriali” e tipiche assaggiate durante il viaggio.

Il nostro viaggio alla scoperta dei vitigni della Valle della Loira continua, con nuovi paesaggi esplorati e la conferma ad ogni sguardo dello stretto legame tra il vino e il luogo in cui viene prodotto.

À suivre… campeur a vin

I vulcanici fratelli Skok e l’esuberante Zabura del Collio

Il nostro viaggio enologico continua e ci conduce in terra friulana, più precisamente nel Collio.

Diviso dal Carso dal corso dell’Isonzo, questo lembo di terra ancorato tra Italia e Slovenia dove, da sempre, la natura non ha confini precisi, offre un incantevole paesaggio di dolci colline votate sin dai tempi antichi alla viticultura per la particolarità del clima e per il tipo di terreno.
E’ una terra di confine e di vini unici, ma il più conosciuto e diffuso della regione ha origine da un antichissimo vitigno autoctono ed è il Tocai Friulano.

E’ difficile districarsi tra leggenda e realtà quando si parla delle origini di questo antico vitigno. Di certo c’è solo il fatto che da sempre hanno incrociato la strada del Tokaji ungherese ed è il motivo per il quale, dopo il 31 marzo del 2007, il Tocai ha perso il suo nome.

Il Consiglio dell’Unione Europea decretò, infatti, che solo il vino ungherese potesse chiamarsi Tokaji impedendo, di fatto, di utilizzare quel nome e le sue varianti di grafia a tutti gli altri vini ugualmente o similmente nominati.
La decisione suscitò numerose polemiche, sostenute dal fatto che il Tocai Friulano era l’unico Tocai a prendere il nome dall’uva stessa.
Ma proprio in virtù delle norme sulla proprietà intellettuale della Organizzazione Mondiale del Commercio, in caso di omonimia tra un’indicazione geografica e una denominazione che riprende il nome di un vitigno è la prima che deve prevalere.

Se vi state chiedendo il motivo di tale similitudine nei nomi nonostante le evidenti differenze di tipologia di vino, possiamo dirvi che anche in questo caso il confine tra storia e leggenda è piuttosto labile.
Le origini di questa diatriba, infatti, risalgono a tempi ben più lontani del marzo 2007 tuttavia, non è facile stabilire con certezza quale dei due vini abbia avuto origine per primo proprio in virtù dei numerosi  scambi di vitigni tra Friuli Venezia Giulia e Ungheria avvenuti nel corso dei secoli.

Ed è così che la storia di questo vino dal passato glorioso continua, anche se sotto il nuovo nome di “Friulano”.

Eccoci allora raggiungere, in un tiepido pomeriggio autunnale, San Floriano del Collio e più precisamente la bellissima Giasbana.
Ad attenderci troviamo Orietta e Edi Skok che, da ottimi padroni di casa, ci accolgono con consueto calore e affetto e ci accompagnano nella splendida terrazza immersa nel verde dei filari di Villa Jasbinae.
Ci accomodiamo su morbidi cuscini e godiamo del lussureggiante panorama dei vigneti di Sauvignon e Friulano che sembrano rincorrersi lungo i dolci declivi delle colline circostanti.

E così, in questa oasi di silenzio e di pace, sorseggiamo un calice di Zabura.
Ne approfittiamo per scambiare qualche parola con i vulcanici fratelli Skok, che con la stessa complicità degli amici di vecchia data, ci raccontano con dovizia di particolari l’impegnativo lavoro in vigna e le origini di questo vino.
Apprendiamo così che il suo è un nome antico, legato direttamente alla loro azienda. Già nelle antiche mappe catastali dell’Impero Austriaco che rappresentano la tenuta Skok è indicato l’appezzamento di terreno – il Cru – proprio con questo nome.
Edi ci mostra le vigne che sono messe a dimora sulla cima di una collina esposta ad est: sono solo otto i filari di Zabura.

Dimentichi del tempo che scorre, degustiamo sorso a sorso questo vino accattivante e lo scopriamo particolarmente minerale e sapido. Orietta ci spiega che sono caratteristiche proprie dei vini che nascono nelle soleggiate colline di Giasbana, dove la Ponca, un particolare terreno composto da stratificazioni di marne argillose e arenarie sabbiose ricche di minerali, dona al vino un impronta particolare e unica.
L’evoluzione nel calice ci fa percepire sentori di fiori di campo e piacevoli profumi di mandorla e miele, e quello stesso sentore di mandorla che lascia nel finale in bocca ci permette di apprezzarne l’eleganza.

Il Friulano è, per definizione e sentimento, il vino dei friulani, per questo motivo si sposa bene con un altro prodotto autoctono per eccellenza: il Prosciutto di Cormòns di D’Osvaldo. La mineralità del vino, infatti, ben si abbina alla morbida grassezza di questo prosciutto.
Interessante anche l’incontro con gli asparagi e le erbe primaverili, che ben si coniugano alla piacevole aromaticità dello Zabura. Splendido con pesce e crostacei.

La grande struttura di questo vino dal colore dell’oro accompagnata al tempo stesso da gentilezza e rotondità inevitabilmente rimanda, in un piacevole ed intrigante equilibrio, alla forza di questa terra selvaggia e all’amore profondo per il vino buono a cui i fratelli Skok portano avanti con grande dedizione.

Perché se fai vino solo per venderlo non hai capito neanche la metà della verità invece se lo fai per dare piacere agli altri è tutta un altra storia. Parola di Orietta Skok.

Azienda Vinicola Skok 
Località Giasbana – San Floriano del Collio (Gorizia)

 

Precedentemente in questa regione: La Vitovska e il Castello della Memoria

Il Kalimera e la magia di Aenaria

E’ una soleggiata tarda mattina di fine primavera, quando lasciamo il caotico traffico di Ischia Porto per raggiungere Serrara Fontana dove, a Tenuta Kalimera, ci aspettano Federica e Pasquale.
E proprio in questo angolo di paradiso vengono allevate le viti di Biancolella che danno vita al vino che ne porta il nome: il Kalimera.

Questo antico vitigno a bacca bianca predilige i terreni di origine vulcanica e ha trovato in questa isola, come nei vicini Campi Flegrei, la sua terra d’elezione donando ai vini il caratteristico profumo fruttato e mediterraneo.
Si pensa che le prime barbatelle siano state introdotte sull’Isola dagli Antichi Greci, rimasti colpiti dalla fertilità delle sue terre di origine vulcanica e dal clima mite ideale per la crescita della vite.

Quella del vino dunque è molto più che un’antica tradizione, è l’anima stessa di Ischia.
Questo nesso indissolubile tra i primi insediamenti e la coltivazione della vite si ritrova anche nel nome con cui era conosciuta l’isola: se per i Romani era Aenaria (dal greco “Oinaria”), per Virgilio e Ovidio era invece Inarim, la “vite”.
I vitigni allevati, il sistema di terrazzamento – che fa rientrare il territorio ischitano nella cosiddetta viticoltura eroica – finanche la struttura delle cantine sono le evidenti prove di quanto l’impronta greca sia presente ancora oggi.

Federica si affaccia dalla cantina e ci accoglie con un caloroso sorriso. La tavola sotto la pergola di canne è apparecchiata con i colori dell’isola.
Mentre attendiamo l’arrivo di Pasquale impegnato nell’imbottigliamento, ci facciamo accompagnare da Federica in una passeggiata nei vigneti circostanti.

Ci dirigiamo verso una piccola altura e nel frattempo ascoltiamo attenti la storia della cantina. Cogliamo una scintilla nei suoi occhi colore del cielo mentre ci parla della filosofia con cui si dedicano alla cura delle viti, una filosofia che abbraccia la biodinamica e che si basa sul profondo rispetto che Pasquale nutre per la terra.

E in questo contesto fatto di ripidi terrazzamenti che paiono abbracciare il Monte Epomeo – le parracine – dove i pochi filari ospitati sembrano snodarsi tra i muretti a secco di tufo verde, è chiaro che l’intervento manuale dell’uomo è l’unico possibile.
Lo spazio è poco, come dappertutto sull’isola, ma il panorama lascia senza fiato.
Ovunque si volga lo sguardo è possibile cogliere la meraviglia che circonda Tenuta Kalimera, con le verdi colline che scendo fino alla costa, dove incontrano il blu profondo del mare. Siamo fortunati, il piacevole venticello fresco che ci fa compagnia dalla mattina ci permette anche di ammirare Capri e Punta Campanella.
Il senso di pace che questo luogo incantato sa trasmettere non ha eguali.

Nel frattempo ci raggiunge Pasquale, è visibilmente stanco ma trova ugualmente un po’ di tempo da dedicarci. Questi piccoli gesti di profonda gentilezza e cura nei nostri riguardi sanno toccare le corde del cuore e lasciano inevitabilmente un segno. Forse non è poi così incredibile credere che un lavoro che implica un contatto così intimo con la terra e la natura richieda una nobiltà d’animo non comune ma che accomuna tutti coloro che lo praticano con amore e rispetto, senza distinzione di regione o età.
Non finiremo mai di stupirci delle meravigliose sorprese che il mondo del vino riserva.

Ritorniamo sui nostri passi e raggiungiamo quella che sembra una grotta scavata nel tufo verde della collina: è l’ingresso dell’antica cantina e rappresenta la storia della viticultura ischitana.

La voce pacata di Pasquale ci guida in una sorta di viaggio nella storia dove scopriamo che la cisterna dell’acqua, la caldaia e il palmento sono da sempre elementi comuni a tutte le cantine dell’isola.
La cisterna raccoglieva l’acqua piovana che veniva utilizzata per pulire la cantina e le attrezzature, che venivano poi sterilizzate nell’acqua bollente ottenuta grazie alla caldaia.

Attingendo ai ricordi lasciati in eredità dal nonno, Pasquale ci racconta che in realtà lo scopo principale della caldaia era quello di ottenere il mosto ridotto, indispensabile per conferire maggiore rotondità e profumo al vino.
In tempo di vendemmia, infatti, erano soliti bollire in alcuni grossi pentoloni una parte di mosto fresco insieme a origano e mele cotogne. Una volta ridotto, veniva poi aggiunto al mosto normale.

Un altro salto nel passato ci porta sino all’epoca degli Antichi Greci, dai quali ha origine l’uso del palmento che troviamo accanto al portone della cantina.
Questa antica vasca veniva utilizzata per la pigiatura che, solitamente, si strutturava in due fasi.
La prima, manuale, era una pressatura a “piedi” dell’uva, la seconda, invece era necessaria per spremere a fondo le vinacce e avveniva con l’utilizzo di un torchio rudimentale ottenuto con pali di castagno e un grosso masso di tufo forato (Pietra Torcia).

Varchiamo il portone e nella penombra delle luci delle lampade continuiamo la visita alla cantina: la maestosità di questo ambiente lascia senza parole, soprattutto sapendo che è il frutto di un immenso lavoro umano. Non una, ma tre le cantine collegate tra loro, è davvero inimmaginabile la quantità di uva che veniva prodotta.
E con Pasquale ci avventuriamo all’interno, tra cunicoli che collegano altri palmenti e vecchie botti, per vedere l’ultimo elemento essenziale di una tipica cantina ischitana: la ventarola, un vero e proprio tunnel che arriva sino alle pendici del monte Epomeo da dove convoglia aria fresca.

Uscire dalla cantina è come risvegliarsi da un sogno, ma Federica ci aspetta per pranzo, insieme ad una bottiglia di Kalimera, annata 2011.
Il vino ha un bellissimo colore giallo paglierino, i tre mesi di permanenza sui lieviti e gli anni di riposo in bottiglia gli hanno conferito profumi fini ed eleganti di agrumi, erbe aromatiche e spezie.
Ne assaggiamo un sorso: la sua incredibile freschezza gli ha garantito una bella evoluzione e, insieme ad una buona sapidità minerale, conferiscono al Kalimera una personalità peculiare, che racchiude al suo interno tutta l’energia e la forza dell’isola.
Con i suoi sentori che spaziano dall’agrume al profumo della sabbia di mare e il suo armonico equilibrio, questo elegante vino bianco è particolarmente adatto per accompagnare piatti a base di pesce, crostacei, carni bianche (come il tradizionale coniglio all’ischitana) e formaggi.

E’ quasi ora di rientrare, Pasquale deve tornare al lavoro e noi gli abbiamo già rubato troppo tempo.
A nostra discolpa possiamo solo dire che la magia di Aenaria sa trasportare lontano.

Cantina Cenatiempo
Serrara Fontana – Ischia

Metodo Classico: la sboccatura

Abbiamo già parlato della spumantizzazione e dei due Metodi per ottenerla, quello Classico e quello Charmat, sottolineando che, a nostro avviso, non esiste un Metodo migliore dell’altro perché entrambi, ciascuno per le proprie peculiarità, sanno regalare vini interessanti.

Tuttavia, sarà forse per merito dello charme che suscitano i nomi francesi con cui ancora vengono chiamate le delicate fasi di questo processo, o piuttosto dell’ammirazione nei confronti delle mani sapienti dei cantinieri che ruotano una ad una le bottiglie disposte nelle pupitre e poi, con un rapido e preciso gesto, ne eseguono la sboccatura, fatto sta che la spumantizzazione ottenuta con il Metodo Classico rimane quella che attrae maggiormente per il fascino dell’atmosfera che sa evocare.

Mani sapienti come quelle di Antonio Ognibene, che ancora esegue questo rito in maniera tradizionale per la produzione del suo Pignoletto Metodo Classico PignOro.

Durante una nostra recente visita in cantina abbiamo avuto il privilegio di assistere alle fasi finali di questo affascinante processo. La consapevolezza di essere al cospetto di uno dei pochi artigiani che crede nel valore della tradizione e ancora esegue manualmente la fase del dégorgement – o sboccatura – ci ha spinto a volerne condividere la conoscenza.

Che cos’è la sboccatura?

E’ un’operazione che serve a donare al vino pulizia e limpidezza eliminando il sedimento feccioso che si è formato in bottiglia durante la presa di spuma e il lungo periodo di affinamento.
Come per i Metodi di spumantizzazione, anche nel caso della sboccatura sono due i metodi per poterla effettuare: il primo, quello più tradizionale, è il dégorgement à la volée mentre l’altro, maggiormente diffuso, è quello à la glace.

Come avviene il dégorgement à la volée?

E’ un metodo manuale che rappresenta la storia e la tradizione dello Champagne. Viene eseguito per ogni singola bottiglia e richiede una grande esperienza e professionalità.

Le bottiglie, per poter essere “sboccate” devono aver terminato il remuage nelle pupitre ed essere, quindi, in posizione verticale (sur pointe), con il collo della bottiglia verso il basso.
In questo modo i residui della fermentazione vengo raccolti nella bidule, un piccolo raccoglitore di plastica di forma cilindrica collocato sotto il tappo a corona.

Il cantiniere, quindi, con un gesto rapido e deciso, inclina la bottiglia e la stappa: la pressione dell’anidride carbonica in questo modo fa espellere i depositi fecciosi.
La sua abilità sta nel raddrizzarla nell’esatto momento in cui l’aria dal fondo arriva al collo, facendo si che escano solo le fecce senza perdite di vino.
E’ un’operazione che richiede molta attenzione perché se il tappo viene tolto troppo tardi i lieviti tornano ad intorbidire il vino e si attende troppo tempo prima di raddrizzare la bottiglia si rischia un’eccessiva fuoriuscita di vino.

Antonio ha adattato personalmente una botte per questa delicata operazione, incidendo una sorta di “finestra” nella parte centrale con lo scopo di fermare il tappo e raccogliere i sedimenti espulsi a seguito della stappatura, illuminandola internamente per consentirgli di controllare meglio il contenuto della bottiglia.
Per l’operazione di stappatura utilizza un apribottiglie piuttosto lungo, acquistato nella Champagne, e che gli permette di lavorare più agevolmente.
Ci ha spiegato, infatti, che si potrebbe eseguire anche con un semplice apribottiglie per tappi a corona ma, essendo corto, non permetterebbe di gestire al meglio la fuoriuscita delle fecce.

Esaurite le spiegazioni del processo, Antonio preleva una bottiglia dalla pupitre accanto a lui, appoggia l’apribottiglie sul tappo a corona e con un rapido movimento lo toglie.
Il botto secco del tappo che urta sulla parete di fondo della botte è immediatamente seguito da un inaspettato nugolo di goccioline che piovono addosso agli spettatori vicini.

Come non concordare, allora, con il pensiero comune? E’ davvero uno spettacolo unico e entusiasmante assistere alle abili mani di Antonio che con gesti veloci e precisi “risveglia” il vino permettendogli di esprimere il carattere e l’energia che ha acquisito in tutti gli anni in cui ha riposato.

Le fasi finali del processo di spumantizzazione

Con un gesto rapido la bottiglia viene nuovamente raddrizzata e subito viene aggiunta la Liqueur d’Expedition che ha l’importante compito sia di ricolmare la bottiglia dell’eventuale perdita di vino avvenuta durante la sboccatura ma anche di conferirgli i sentori che lo renderanno riconoscibile da quelli di altre Maisons.
Siamo ormai alle fasi conclusive del processo: alle bottiglie viene quindi inserito un nuovo tappo che sarà bloccato dalla gabbietta. Poi è la volta dell’etichetta e della capsula e finalmente le bottiglie sono pronte.

Il dégorgement à la glace

Certamente meno spettacolare rispetto al precedente, il sistema di sboccatura à la glace inventato alla fine del ‘800 ha costituito un fondamentale passo avanti nel progresso della tecnica di spumantizzazione con il metodo Champenoise.

Come avviene?

Come sappiamo, terminato il remuage la bottiglia è in posizione verticale. In questa fase, il collo viene immerso in una soluzione a -25° che provoca il congelamento dei primi 4 cm di vino, quelli contenenti il deposito feccioso. Contestualmente, la temperatura dello spumante contenuto nella bottiglia si abbassa di diversi gradi, riducendo in questo modo la forza dirompente dell’anidride carbonica.
La bottiglia viene poi riportata in posizione normale e, togliendo il tappo a corona, il contenuto della bidule viene espulso insieme alla parte di vino ghiacciata.

L’introduzione di questo metodo di sboccatura ha permesso di velocizzare e semplificare questa delicata fase della spumantizzazione, con minori perdite sia di vino che di pressione rispetto al dégorgement à la volée.
Probabilmente oggi il dégorgement à la glace è il metodo di sboccatura più usato per la sua maggiore praticità, tuttavia il metodo tradizionale viene ancora utilizzato anche nelle grandi aziende per le bottiglie di dimensioni superiori al Jeroboam – che non sono tappabili a corona – oppure per speciali cuvée alle quali vuole essere riservato maggiore prestigio.

 

Grazie di cuore all’Agriturismo Gradizzolo e ad Antonio Ognibene per la pazienza e la preziosa collaborazione.

Pörlapà: la Barbera che stupisce

Il Piemonte è colline vitate e noccioleti, è il pranzo della domenica e le strade libere dal traffico, è la tradizione e la culla della filosofia Slow Food.
Il Piemonte è una bellezza quieta da apprezzare senza correre e la nostra evasione dalla frenesia quotidiana.
Non abbiamo bisogno di scuse o pretesti per tornare: è il dolce richiamo di casa.

E così, in una assolata domenica primaverile, raggiungiamo Costigliole d’Asti, terra d’elezione per la coltivazione del più importante, per diffusione sul territorio, vitigno a bacca nera del Piemonte: la Vitis Vinifera Montisferratensis, meglio conosciuto come Barbera.
Dalle sue uve si ricava la Barbera (rigorosamente al femminile), per decenni ha rappresentato il classico vino rosso “da pasto”, legato alle antiche tradizioni contadine. E’ un vitigno le cui uve hanno una buona resa, che regalano vini piuttosto alcolici e colorati e con un’elevata acidità fissa che ne facilita la conservazione.

Il calore con cui Giorgio e Roberto ci accolgono ogni volta che facciamo ritorno tra queste dolci colline, la semplice e raffinata bellezza della sala di degustazione e il senso di sopraffazione che inevitabilmente proviamo alla vista spettacolare dei vigneti che si coglie dalle ampie vetrate, sanno infondere una sensazione di pace e tranquillità, la stessa sensazione di benessere che si prova quando si torna a casa dopo tanto tempo.

Ci accomodiamo ad un tavolo, davanti ad una bottiglia di Pörlapà.
Il suo colore rosso rubino intenso e quei suoi caratteristici profumi di frutta matura e spezie rendono questa Barbera un vino affascinante, il suo affinamento in barrique per 18 mesi, fa si che al palato abbia tannini decisi ma non aggressivi e un buon corpo ma è la sua incredibile freschezza ad invogliarci a berne un altro calice.
Ed è chiaro già dal primo sorso per quale motivo abbiano scelto questo nome per il loro vino più importante: questa tipica esclamazione dialettale significa, infatti, restare senza parole ammirati e stupiti.
Stupiti per l’eleganza particolare, molto fine ed equilibrata, stupiti perché in un solo calice c’è tutta la storia della famiglia Boeri.

E’ il lontano 1936 quando Giovanni Boeri, nonno di Giorgio e Roberto, impianta questo vigneto sulla collina di Bricco Quaglia, e da allora i suoi frutti sono utilizzati per dare vita a questo superbo vino che ad ogni assaggio sa svelare una parte di sé, così incredibilmente fiero della sua personalità e che nulla ha da invidiare per qualità e gusto ai più rinomati “cugini” da uve Nebbiolo.

E come ogni vino fatto con il cuore, ha la capacità di trasmettere emozioni.
Perché, vedete, quello del vignaiolo non è solamente un mestiere, bisogna averlo nel sangue: il vino è come uno specchio che riflette l’anima di chi lo ha creato.
Quando si fa la conoscenza di persone come Giorgio e Roberto, si ha il privilegio di scoprire un mondo fatto di legami di amicizia forti, che vanno ben oltre a rapporti meramente commerciali.
E ci si ritrova a parlare per ore, del vino e della vita.
Ed è così piacevole rallentare il passo, ogni tanto.

Boeri Vini
Costigliole d’Asti – Asti

Precedentemente in questa regione: Bruno Porro e la Terra del Dolcetto

Metodo Classico o Metodo Charmat?

Vi siete mai chiesti per quale motivo un Prosecco di Valdobbiadene sia così diverso da un Franciacorta? La differenza di profumi, di gusto, di corpo e di grana delle bollicine non è data solo dalle uve o dalla zona di produzione ma è dovuta soprattutto al metodo di spumantizzazione.

Come avviene la spumantizzazione?

Le bollicine presenti nel vino altro non sono che anidride carbonica disciolta, che però, a differenza dell’acqua o delle bevande gassate, non può, per legge, essere inoculata nella bottiglia ma deve essere frutto della fermentazione degli zuccheri.

Questo processo, a differenza della vinificazione dei vini bianchi o rossi, non può avvenire direttamente perché nel mosto sono presenti molti più grammi di zucchero di quelli necessari per ottenere le giuste atmosfere in bottiglia previste da disciplinare. Per questo motivo sono necessarie due fermentazioni, la prima per svolgere tutti gli zuccheri portando così il vino a secco, la seconda per la “presa di spuma” e avverrà necessariamente in un ambiente nel quale non venga dispersa l’anidride carbonica prodotta.

Due sono i metodi maggiormente conosciuti, il più antico, nasce in Francia nel XVII secolo a seguito di un errore di vinificazione. Si notò, infatti, che la presenza di zuccheri non svolti nel vino imbottigliato, causava una nuova fermentazione spontanea. Poiché il mercato dell’epoca iniziò ad apprezzare le bollicine nel vino, nel corso del tempo ne è stato affinato il processo, oggi conosciuto come Metodo Classico o Metodo Champenoise.

Questo metodo consiste nel stimolare la seconda fermentazione direttamente in bottiglia, mediante l’introduzione del “Liqueur de Tirage”, un sciroppo zuccherino contenente lieviti selezionati. Le bottiglie vengono lasciate a riposare in cantina per diversi mesi, durante i quali si formerà sia la spuma che un sedimento di fecce (o lieviti “morti”).

Le bottiglie vengono poi poste nelle pupitre, appositi portabottiglie che, mediante un processo di remuage (rotazione), permettono al deposito di lieviti di scendere dal fondo della bottiglia sino alla parte alta del collo.

Quando le bottiglie sono pronte, viene eseguito il dégorgement – o sboccatura – per eliminare il deposito feccioso dal vino. Ancora oggi, tra alcuni vigneron, c’è chi lo fa “à la volé”, cioè si stappa la bottiglia con un gesto veloce, in modo che con il tappo esca anche il deposito, ma molto più frequentemente viene eseguito “à la glace”, ovvero si porta il collo della bottiglia a -25° per qualche minuto in modo che il deposito congeli insieme ad una minima parte di vino, poi si stappa la bottiglia.

Terminata la sboccatura, verrà aggiunto lo sciroppo di dosaggio o “Liqueur d’Expedition”, costituito da zucchero e vino e la bottiglia verrà poi tappata definitivamente con i classici tappi a fungo.

La particolarità di questi vini è che derivano da uve non molto profumate, con elevato grado di acidità per questo motivo, per dare a questi vini corpo e struttura, si utilizzano i lieviti che conferiscono il caratteristico sentore di crosta di pane. Generalmente vini eleganti e strutturati, con un bouquet di aromi terziari complesso, una bollicina fine ed elegante.

In Francia, il vino più famoso ottenuto con questo metodo è lo Champagne e, al di fuori della sua area di produzione, il Cremant, e viene prodotto con un assemblaggio – o “cuvée” –  prevalentemente di uve: Chardonnay, che conferiscono eleganza olfattiva, Pinot Noir, e Pinot Meunier che conferiscono pienezza di aromi e struttura.

A seconda del residuo zuccherino presente, dei vitigni utilizzati e delle annate di produzione, si trovano in commercio differenti tipologie di Champagne.
Si parte dal più secco, chiamato in diversi modi, il più diffuso è Pas Dosé (ma anche Brut Nature o Pas Operé), seguono poi l’Extra Brut, il Brut, e, per coloro che amano un sapore decisamente più morbido, l’Extra Dry, il Sec, il Demi Sec e il Doux. Se l’etichetta non riporta ulteriori informazioni, solitamente questi vini vengono prodotti con uve di diverse annate allo scopo di garantire uno stile riproducibile nel tempo.
Il Millesimato è invece un vino prodotto unicamente con uve di una sola annata mentre il Blanc de Blancs e il Blanc de Noirs, sono ottenuti rispettivamente da sole uve bianche o da sole uve nere vinificate in bianco.
Infine i Rosè, che possono essere ottenuti o per macerazione (de saignée) o unendo il vino rosso alla base bianca (d’assemblage).

In Italia abbiamo diverse eccellenze, le principali sono il Franciacorta, l’Alta Langa, l’Oltrepò Pavese e il Trento DOC.
Per produrre questi vini si usano per lo più uve Pinot Nero, Pinot Bianco e Chardonnay. Le tipologie sono le medesime degli Champagne, alle quali si aggiunge, per i Franciacorta, anche il Saten, ottenuto da sole uve bianche e con una spuma “setosa” (da qui il nome) dovuta ad una pressione inferiore del vino in bottiglia.

Ultimamente si parla spesso di Metodo Ancestrale. Questo vino è in realtà prodotto con Metodo Classico senza che venga effettuata la sboccatura e conferendo, in questo modo, una caratteristica torbidità al vino.

Il Metodo Martinotti o Charmat (dall’inventore del contenitore in cui avviene la fermentazione) è molto diffuso in Italia e prevede sia la vinificazione che la rifermentazione in autoclave. L’autoclave è una cisterna a pressione e temperatura controllata, che svolge la stessa funzione della bottiglia, cioè non permette la dispersione dell’anidride carbonica prodotta velocizzando, in questo modo il processo di spumantizzazione. Il Prosecco, ad esempio, dopo 2 – 3 mesi può essere imbottigliato ed è già pronto per essere bevuto. Questo Metodo viene solitamente usato per spumantizzare uve che abbiano loro profumi e aromatiche caratteristiche, che non vengono, in questo modo, alterate dei lieviti. Sono quindi vini con aromi secondari fruttati e floreali, in generale, meno complessi e strutturati. La grana delle bollicine, solitamente, è più grossa e meno persistente.

Anche per i vini prodotti con Metodo Charmat abbiamo la distinzione a seconda del residuo zuccherino presente e quindi anche in questo caso avremo il Brut, l’Extra Dry, il Dry, e il Millesimato.

Quindi, meglio Metodo Classico o Metodo Charmat?

Noi possiamo rispondere che non esiste un Metodo migliore dell’altro e, se lavorati correttamente senza eccessivo “maquillage di cantina”, regalano entrambi vini interessanti. Per questo motivo ci sentiamo di darvi un solo consiglio, e cioè di scegliere con cura il produttore, privilegiando i vignaioli più orientati al prodotto piuttosto che alla vendita dello stesso.