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Dedicatum: seducente interpretazione di una Valpolicella inconsueta

Valpolicella, patria di grandi vini rossi. Un territorio da sempre considerato fertile per la presenza di corsi d’acqua, come dimostrano i segni evidenti della presenza dell’uomo sin dal Paleolitico.
Numerose sono le ipotesi e le interpretazioni per il nome “Valpolicella”, la più accreditata è quella latina “policellae” cioè terra dalle tante cantine.

Il nostro viaggio – è l’inverno 2019 – in questa valle ricca di tradizioni in cui il vino è protagonista assoluto, è il pretesto per parlare di una cantina piuttosto atipica per questi luoghi e di un vino altrettanto singolare nonostante la sua spiccata territorialità: il Dedicatum di Terre di Leone.

Percorrendo la provinciale che ci porta nel cuore della Valpolicella, ci lasciamo alle spalle San Pietro in Cariano ed arriviamo a Marano, incastonata tra le valli di Negrar e di Fiumane. Forse una delle località più suggestive della zona, con le sue colline tappezzate di frutteti e di ordinate marogne.
In passato, questi muri a secco erano costruiti utilizzando sassi di diversa grandezza. Avevano il compito, oltre che di rendere il terreno più sicuro, di accumulare il calore del sole portando tepore alle radici degli alberi e delle viti.

Viaggiamo spesso in auto. Questo ci permettere di cogliere molti dettagli del panorama.
Particolari che rimangono impressi nella nostra mente come le tracce di un percorso. Come le briciole nella fiaba di Pollicino, sassolini che inconsapevolmente lasciamo lungo il nostro percorso come punti di riferimento e che affiorano nella memoria quando torniamo in un luogo a distanza di tempo.
Succede anche a voi?
Oggi, la “X” che marca il luogo in cui si cela il forziere della nostra personalissima Mappa del Tesoro è l’imponente cancello che delimita la cantina di Terre di Leone.
Quel dettaglio che immediatamente ci fa pensare «siamo arrivati». Ma non ci facciamo impressionare: Chiara ci accoglie sempre con entusiasmo. E mentre Federico e i figli sono impegnati a spostare cassette di uva, lei ci racconta che stanno iniziando a vinificare l’amarone 2018.

Si offre di accompagnarci a visitare il fruttaio, costantemente a 10 gradi di temperatura.
«Quest’anno c’è stata veramente tanta uva. Io non ho mai visto il fruttaio così carico» continua Chiara mentre ci porge qualche piccolo acino, appassito ma sugoso.
«Abbiamo cercato di lavorare velocemente. Finita la vendemmia abbiamo vinificato il Valpolicella, poi il Superiore e a seguire il Dedicatum per arrivare ad avere in fruttaio solo l’Amarone».

È piacevole ascoltare Chiara mentre ci racconta le varie fasi della vinificazione, la sua voce pacata non nasconde la dedizione e la passione per queste terre che l’hanno accolta come una figlia.
Perché di questi luoghi, dei suoi panorami e dei suoi profumi se ne è innamorata anni fa, quando Federico le fece conoscere Leone, suo nonno.
Saggio e pieno di vita, insegnò loro il valore della pazienza e l’amore per la terra, ma anche che dalla passione si trova la volontà di realizzare un’idea.

Ed è così che, dopo tanti anni di studio, dopo la sistemazione dei campi e la ristrutturazione della cantina, pian piano il progetto di Federico e Chiara ha iniziato a prendere forma.
Un progetto basato su strategia e saggezza, con metodi inconsueti (e spesso non compresi) per la Valpolicella.
A partire dalle scelte in vigna: in queste terre la tradizione impone l’impianto a pergola, mentre Federico e Chiara hanno scelto di potare i vigneti a guyot, consapevoli che terreno ed esposizione avrebbero meglio supportato questo tipo di allevamento dalle rese bassissime.
Anche in cantina le scelte non sono convenzionali, come il ricorso a lavorazioni per gravità. In questo modo favoriscono un’estrazione dolce, senza dover temere surriscaldamenti dovuti né ai macchinari né a variazioni di pressione e senza estrazioni dai vinaccioli e dalla buccia.

C’è chi si limita a storcere il naso e ci sono i “puristi” delle tradizioni per partito preso. Ma Federico e Chiara sono consapevoli che l’innovazione tecnologica va necessariamente posta al servizio del corso naturale del tempo.

Dopo la visita del fruttaio, ritorniamo con Chiara nella sala degustazione, dove ci fa assaggiare un calice di Dedicatum, annata 2013. Un vino di territorio, che innegabilmente racconta la Valpolicella anzi, racconta la vallata di Marano dove nasce.
14 sono i vitigni che lo compongono: corvina veronese, corvinone, rondinella, oseléta, molinara, negrara, dindarella, croatina, marzemino, incrocio Manzoni rosso, teroldego e sangiovese, rebo e barbera, sparsi qui e là nei vigneti dell’azienda.
Le uve vengono raccolte a mano e subiscono un appassimento in fruttaio per circa 80 giorni prima di essere vinificate.

Rosso rubino nel bicchiere, il nostro naso si riempie di sentori di geranio e frutti rossi, accompagnato da profumi balsamici di liquirizia e pepe nero.
Una volta assaggiato, è impossibile non rimanere colpiti dall’eleganza “francese” di questo vino dalla piacevole persistenza. Fascinoso e ammaliante come un’orchidea selvaggia, un’intrigante nota alcolica lo rende morbido e accompagna bene i tannini setosi. Ma non aspettatevi di rimanere appagati dopo il primo assaggio: nonostante il buon corpo, il Dedicatum nasconde un’insospettabile freschezza salina.
Il palato, avido, ne reclama un altro calice.

Chiara e Federico si definiscono interpreti di questo territorio. Noi possiamo dire che il Dedicatum è il loro seducente modo di raccontarlo.

 

Terre di Leone
Marano di Valpolicella (Verona)

Maribor, la vecchia vite e il vino. Viaggio nella Stiria slovena

Ah, il vino. Quanto è stato e quanto ancora viene raccontato ogni giorno sulla preziosa bevanda di Bacco.
Storie che affondano le radici in un passato lontano, di diverse migliaia di anni.
Ha attraversato i secoli con altre bevande che, ripetutamente, hanno cercato di detronizzarlo, eppure il nettare degli dei continua sempre a far parlare di sé.

Cosa potremmo mai aggiungere che non sia già stato detto? Forse giusto qualche piccola curiosità. Perché se buona parte degli eno-appassionati ormai sa che la zona di origine della vitis vinifera è il Caucaso, forse non tutti sanno che una (?) delle più antiche viti viventi e attualmente in produzione ha trovato casa, ormai da qualche secolo, in una insospettabile regione europea: la Slovenia.
Ma attenzione, non nel famoso Slovenski kras – il Carso sloveno – e nemmeno nella Goriška Brda – il Collio sloveno – da dove oggi arrivano i vini macerati, non filtrati più apprezzati dagli enofighetti (e non), ma nella Štajerska, semisconosciuta regione al confine con l’Austria meglio nota come Stiria slovena.regioni vinicole slovene

Noi ci siamo “inciampati” quasi per caso, durante una micro-vacanza di relax dove ci eravamo ripromessi «in questi pochi giorni di riposo niente vino, niente enoteca, niente lavoro».
Già, eravamo. Perché forse abbiamo fatto i conti senza l’oste (o meglio, la vite): evidentemente esiste un legame con questo mondo talmente forte e intenso che se non siamo noi alla ricerca del vino è lui a trovare noi.

E così in un simpatico quanto appartato localino di un’inaspettatamente vivace Lubiana scopriamo che ci sono diversi produttori di organic wines in tutta la Slovenia, non solo nelle regioni vicine al confine nazionale. Con il naso ancora nel calice impariamo che l’Anarchia di Aci Urbajs è il suo – oseremmo dire – quasi poetico modo di interpretare la natura.

Un inaspettato, sorprendente Renski Rizling lontano dalle dolcezze degli Spatlese della Mosella. Lontano da quegli intensi sentori idrocarburici e dalla limpidezza dei Trocken dei (quasi) vicini di casa.
Ma si svela anche l’audacia del Pinot Nero che, in una terra di bianchi, trova un posto di tutto rispetto.
È il caso del Modri Pinot di Sumenjak, un pinot robusto ma agile al tempo stesso, secco, dai profumi delicati di erbe e legno.

Il richiamo della scoperta del vino è suadente come quello delle sirene di Ulisse. I buoni propositi del riposo abbandonati in pochi istanti, giusto il tempo di pagare i nostri calici e uscire dal locale con l’App di Raisin aperta sul cellulare.

In tempi non sospetti avevamo programmato di raggiungere Maribor, capoluogo e maggiore città della Stiria slovena.
Ma dopo quanto assaggiato, documentarsi sui vini di questa regione diventa quasi un imperativo.
Se Raisin non è stata di grande aiuto – a parte Urbajs nessuna segnalazione di produttori in zona – il web è, in compenso, piuttosto ricco di informazioni.

A dispetto delle enormi distese di campi con gli impianti già pronti ad ospitare le coltivazioni dei luppoli della prossima stagione, apprendiamo che in realtà la Stiria slovena è da secoli una regione vocata per il vino.
Sarà, forse, per la vite ultra-centenaria che ha trovato dimora nel quartiere storico di Lent, il vecchio centro storico del capoluogo?
È bastato trovarla tra i risultati proposti da Big G per farci cambiare programma.
Potremmo, in effetti, chiamarla coincidenza. Ma se così non fosse?
In qualunque modo la vogliate definire, non possiamo ignorare il fatto di essere nella stessa città di quella che – secondo gli sloveni – è la più antica vite vivente al mondo: una visita è d’obbligo.

Ma attenzione! Toglietevi subito dalla testa le immagini bucoliche di antichi vigneti o sperdute campagne. La Stara trta è proprio lì, in bella vista in una via del centro storico di Maribor, assicurata con dei sostegni al muro dell’edificio chiamato – senza troppa fantasia – “La Casa della Vecchia Vite”.
La si trova facilmente, attraversando uno dei ponti sul Drava e imboccando la strada che costeggia l’argine del fiume.

Maribor, la vecchia vite e il vino
Maribor e la Casa della Vecchia Vite
© Enoteca Giro di Vite

E proprio in questo impensabile luogo, da oltre 450 anni cresce il vitigno Žametovka (o Franconia blu) più longevo al mondo.
Stando a quanto riporta l’opuscolo informativo, sarebbe addirittura stata inserita nel Guinness World Records anche se una seppur veloce ricerca nel sito non mostra alcuna voce sull’argomento.

Record a parte, ciò che tuttavia pare certo è che la Vecchia Vite venne piantata a fine del Medioevo, quando Maribor fu assediata dai Turchi.
È sopravvissuta fino ad oggi nonostante le battaglie e gli incendi dei secoli bui e né l’infestazione di fillossera – che distrusse invece la maggior parte delle altre viti – né i bombardamenti della città da parte degli Alleati l’hanno toccata.

Stara trta la vecchia vite
Stara trta la vecchia vite
© Hiša Stare trte

La vite vive ancora e la sua tenacia è oggetto di venerazione e affetto da parte della gente del luogo, tanto da dedicarle un vero e proprio evento in concomitanza con la vendemmia dei suoi rari, preziosi grappoli.

Se la vite in questo periodo dell’anno ha un aspetto piuttosto dimesso (nonostante le dimensioni significative del suo tronco), l’edificio che la ospita è un’accogliente quanto preziosa fonte di informazioni. Oltre ad essere il centro della cultura vinicola slovena, ospita una piccola enoteca dove una gentilissima ragazza ci racconta, in un inglese decisamente più fluente del nostro, le caratteristiche e le peculiarità di alcuni organic wines della Stiria slovena.

Dopo qualche assaggio e qualche acquisto di rito – non possiamo tornare a casa a mani vuote, nonostante i buoni propositi – appare ormai chiaro che dobbiamo rivedere gli obiettivi della vacanza: riposo sì, giretti turistici, anche.
Ma pivo e cevapčiči possono aspettare: ci sono troppi vini interessanti da assaggiare!

 

Qualche indirizzo da non perdere:

La Casa della Vecchia Vite – Hiša Stare trte
Indirizzo: Vojašniška ulica 8, 2000 Maribor, Slovenia

Gostilna Vida
Indirizzo: Gornji trg 15, 1000 Ljubljana, Slovenia

Hiša Denk
Indirizzo: Zgornja Kungota 11a, 2201 Zgornja Kungota, Slovenia

Galerija okusov
Indirizzo: Novo Celje 9, 3301 Petrovče, Slovenia

Regina Viarum e le Terre del Falerno

È da poco passata l’ora di pranzo quando lasciamo l’autostrada. Siamo nell’Ager Falernus, territorio sospeso tra mito e realtà alle pendici del monte Massico, tra il Vulcano spento di Roccamonfina e il Litorale Domitio.
È il fertile terreno che la leggenda vuole donato da Bacco ad un contadino generoso, lo stesso da cui i Romani ricavarono il vino più celebrato dell’antichità, il Falerno.
Lo testimoniano i ritrovamenti di anfore usate per il commercio e l’esportazione del vino, con tanto di etichette riportanti anno, tipologia e zona di origine, timbro e ceralacca sui tappi.

Regina Viarum e le Terre del Falerno
©Regina Viarum

Una fitta vegetazione di infestanti popola i bordi delle strade semi deserte, tanto da nascondere in parte il panorama circostante fatto di campi punteggiati di enormi ulivi dai tronchi annodati.

Nel silenzio della campagna raggiungiamo Falciano del Massico, un paesino apparentemente sospeso in uno stato di torpore e accidia ma dal sorprendente fascino decadente.
Un cane, un piccolo arruffato meticcio sdraiato sul selciato, guarda con indifferenza la nostra auto che passa poco distante.
Alcuni anziani sembrano gli unici avventori del bar. Radunati attorno ad un tavolino, discutono pacificamente.

Regina Viarum e le Terre del Falerno
showroom – ©Enoteca Giro di Vite

Ci infiliamo in un labirinto di strette viuzze per raggiungere Regina Viarum, cantina il cui nome è ispirato all’antica Via Appia che collegava Roma ai territori del Sud Italia.
Un cancello la separa da questa dimensione assurdamente onirica, al di là del quale veniamo accolti in un altro mondo, fatto di lavoro e meraviglia.
Nel giardino curato trovano posto, tra statue e scenografiche piramidi di bottiglie, la casa di famiglia e un delizioso showroom in legno che porta l’insegna della cantina.
Poco distante, diverse pile di cassette rosse ci annunciano che la vendemmia è già iniziata.
È la signora Elda che si occupa di tutte le fasi di vinificazione. Ma ad accoglierci oggi c’è Amalia, dall’aspetto di un vivace folletto ma con le idee ben chiare e tanta voglia di fare.

Stile – ©Enoteca Giro di Vite

L’assaggio della nuova annata e la presentazione di una nuova referenza sono la scusa per pranzare insieme in un posticino non lontano dalla cantina. Friselle e caprese accompagnano la degustazione: in fin dei conti siamo nel regno della mozzarella di bufala.Il primo calice è per Stile, un nuovissimo rifermentato in bottiglia da uve di primitivo. A prima vista ritornano alla mente ricordi di infanzia, di quei bicchieroni di aranciata sanguinella che si bevevano in estate.
Impossibile non associarlo immediatamente ad un’idea di freschezza e bevibilità. Poi Petali e Zer05, rispettivamente un rosato da uve di primitivo e un Falerno del Massico DOP da uve di primitivo.

Dopo il rifermentato e il rosato, un vino di corpo decisamente più consistente. Un bellissimo colore rosso rubino intenso suggerisce profumi – poi confermati – di frutta rossa e nera matura, non molto lontani da quelli percepiti nel Petali. Il tannino vellutato e la buona acidità invogliano a berne un altro calice.

È tardi, Amalia deve lasciarci ma non prima di averci accompagnato in cantina. Piccola e ordinata, le vasche in inox dove già riposa il mosto del Petali e dello Stile la occupano quasi interamente.

Amalia, Federico e l’anfora – ©Enoteca Giro di Vite

Quasi, perché una grande anfora fa bella mostra di sé in una nicchia a lei dedicata: è pronta per accogliere le uve di falanghina.
Un nuovo progetto, un ritorno alle vinificazioni antiche, un’unione tra passato e presente.
Una leggera macerazione sulle bucce e fermentazione in anfora per questo bianco ancora senza nome.
In famiglia il dibattito è aperto. C’è chi sostiene che sia meglio un nome che richiami il luogo in cui crescono le viti. E poi c’è chi preferirebbe evocasse l’importanza storica di questo tipo di vinificazione.
Aspettiamo curiosi di scoprire il vincitore. Noi puntiamo tutto su Amalia.

Cantina Regina Viarum
Falciano del Massico (CE)

Precedentemente in questa regione: Il Kalimera e la magia di Aenaria

Vendemmia, l’ancestrale rito settembrino

Settembre, mese dei buoni propositi, dell’inizio della scuola e del ritorno alla routine quotidiana.
Ma soprattutto è il mese convenzionalmente associato alla vendemmia, il momento in cui i vignaioli possono finalmente tirare le somme di un’intera annata di lavoro e di fatiche.

Il valore antropologico della vendemmia risale a tempi molto antichi e per millenni è stata associata a rituali religiosi.
Le prime testimonianze, infatti, risalgono addirittura al 10.000 a.C. nelle zone della Mezzaluna Fertile, dove la raccolta dell’uva ha fatto parte di una vera e propria cerimonia di ringraziamento agli dei per i frutti donati dalla terra.

Questo momento ha conservato le caratteristiche di sacralità almeno fino alla metà del secolo scorso assumendo, al contempo, un significato sociale e di forte comunione.

vendemmia
vendemmia @vignameridio – © Enoteca Giro di Vite

Ancora oggi conserva il fascino del rituale ancestrale che si tramanda di generazione in generazione, attraverso metodi di lavoro agricolo, saperi contadini e tradizioni popolari.

Qual è il periodo migliore per la raccolta dell’uva?

Tecnicamente, con “vendemmia” si intende il processo di raccolta delle uve destinate alla vinificazione. Il momento giusto è quello in cui l’acino raggiunge la perfetta maturazione o, meglio, quando il contenuto zuccherino degli acini è in quantità tale da permettere di ricavarne un vino con un determinato grado alcolico.

Quindi la vera domanda è “quando si può considerare matura l’uva?

Innanzitutto è necessario un periodo di attenta osservazione dei grappoli in vigna. L’enologo e l’agronomo hanno solitamente l’onere di questa valutazione, analizzando tre differenti tipi di maturazione che permettono di stabilire se l’uva sia pronta o meno per essere colta:

  • Tecnologica, ovvero l’equilibrio tra la concentrazione degli zuccheri e quella degli acidi. Questo rapporto è chiamato indice di maturazione. Man mano che l’uva matura, gli zuccheri presenti negli acini aumentano mentre gli acidi diminuiscono. Per gli spumanti o per i vini prodotti da viti allevate in zone climatiche più calde, la raccolta viene fatta un po’ prima della completa maturazione per avere un mosto più ricco di acidità.
  • Fenolica, ovvero la concentrazione nelle bucce e nei vinaccioli di antociani e tannini. In generale si può dire che si ottiene quando la buccia è in grado di rilasciare il maggior numero di sostanze fenoliche e i tannini dei vinaccioli assumono maggiore importanza.
    Queste sostanze naturali sono in grado di influenzare il gusto amaro, l’astringenza, il colore e la sensibilità all’ossidazione. Inoltre sono un conservante importante utile per gettare le basi di un lungo invecchiamento del vino.
    Solitamente avviene dopo quella tecnologica e determina un aumento della componente fenolica e una diminuzione di quella degli antociani, che rendono il colore del vino pieno e compatto.
  • Aromatica, ovvero la concentrazione degli aromi varietali, cioè caratteristici di quel vitigno. L’accumulo di sostanze aromatiche aumenta durante la maturazione, per poi diminuire se questa viene prolungata.
vendemmia
vendemmia @vignameridio – © Enoteca Giro di Vite

Questi parametri, ovviamente, variano a seconda del vitigno, del tipo di vino che si vuole ottenere, della zona climatica in cui crescono le viti, dell’andamento dell’annata e del tipo di gestione del vigneto.
Il viticoltore o l’enologo che conoscono le proprie uve sanno scegliere il momento migliore per la raccolta osservandone il colore e analizzando la consistenza e il sapore dell’acino.

Ecco perché, per assicurare il giusto equilibrio fra tutti i parametri, in una stessa zona o regione si possono susseguire tre differenti periodi: agosto-settembre, settembre-ottobre e ottobre-novembre.

Le “altre” vendemmie

In funzione agli obiettivi produttivi del vignaiolo, l’uva può essere raccolta anche in altri periodi dell’anno. In particolare:

  • I vini da vendemmia tardiva. Si ottengono raccogliendo i grappoli da alcuni giorni fino a una-due settimane dopo il periodo consueto per quella varietà di vitigno. Con questo sistema si ottengono vini più ricchi di corpo – grazie soprattutto all’aumento di polifenoli – e dell’aroma più complesso.
  • I vini passiti o da uve stramature. In questo caso la vendemmia avviene ancora più tardi, lasciando l’uva sulla pianta fino all’appassimento. L’evaporazione dell’acqua comporta un aumento nella concentrazione dello zucchero. Lo stesso risultato si ottiene anche raccogliendola nel periodo consueto e lasciandola ad essiccare in fruttaio.
  • Eiswein o Icewine (cioè i “vini di ghiaccio”). In Germania e Austria si raccolgono le uve gelate, cioè quando la temperatura atmosferica è di qualche grado sotto lo 0. Tale pratica ha preso piede anche nelle zone italiane dove il clima lo consente, come la Valle d’Aosta e l’Alto Adige.
La raccolta

La prima fase consiste nella raccolta dei grappoli, che può avvenire sia per mezzo di macchine a scuotimento, garantendo un processo più rapido ed economico, sia manualmente.

I problemi che la meccanizzazione comporta riguardano soprattutto la rottura degli acini (con rischio di fermentazioni più elevato), la presenza accidentale di materiali estranei come frammenti di foglie e tralci (che possono influire sul profilo sensoriale dei vini prodotti) e l’impossibilità di fare una selezione in funzione dello stato di maturazione e di sanità.
La meccanizzazione in vigna è diffusa soprattutto nei paesi esteri, in Francia, ad esempio, si raccoglie in questo modo circa il 65% dell’uva prodotta.
In Italia invece incontra notevoli difficoltà, sia per le pendenze o la presenza di terrazzamenti nei vigneti, che per le forme non adatte di allevamento delle viti. Per questo motivo si raccoglie a macchina solo il 5% della produzione italiana.

La vendemmia manuale, invece, garantisce un rispetto maggiore della pianta e viene utilizzata soprattutto per produzioni artigianali e di vini di qualità.
In questo caso viene reciso il grappolo alla base con appositi strumenti, separando gli acini in cattivo stato di sanità e le foglie.
I migliori vengono adagiati in cassette di plastica che non superano i 15-20 kg di contenuto per evitarne lo schiacciamento, causa di fermentazioni indesiderate.

vendemmia
vendemmia @vignameridio – © Enoteca Giro di Vite

Queste cassette sono poi trasportate in cantina con piccoli carrelli, che vengono pesati e registrati dal personale di cantina.

Leggi e disciplinari di produzione impongono ai produttori di dichiarare con precisione la quantità di uva vendemmiata che deve essere trascritta in appositi registri di vinificazione e comunicata alle autorità preposte.

La pigiatura

Una volta terminata la raccolta, si trasportano i grappoli raccolti in cantina per dirasparli e pigiarli.
La separazione dai raspi è fondamentale perché cederebbero al vino sostanze dal gusto legnoso e allappante.
Grazie alle macchine pigiadiraspatrici è possibile separare direttamente mosto, bucce e vinaccioli dai raspi.

È fondamentale che passi meno tempo possibile tra la raccolta e la pigiatura, per evitare che gli acini si deteriorino: grappoli sodi, con la buccia ben integra sono la premessa indispensabile per ottenere un buon vino.

vendemmia
vendemmia @vignameridio presso la cantina Poggio di Bortolone – © Enoteca Giro di Vite

Una volta separati i raspi, si pompa il mosto ottenuto in vasche dette fermentatori, dove inizia finalmente la fase della fermentazione.

 

Ma questa è un’altra storia!

Antonio Ognibene e le Anfore… Romane

In un caldo pomeriggio primaverile, l’auto scorre senza fretta lungo la fondovalle, ci aspetta un pomeriggio piuttosto istruttivo in compagnia di Antonio e del suo Pignoletto “Le Anfore”.

Il Pignoletto, o meglio il Grechetto Gentile, è un vitigno dal passato piuttosto controverso che ha trovato nei Colli Bolognesi la sua zona di elezione. Dalla vendemmia 2014, infatti, “Pignoletto” ha cessato di essere il nome di un vitigno ed è diventato ufficialmente quello di un vino e di una località nel comune di Monteveglio, lasciando all’uva l’appellativo di Grechetto Gentile. Questa storia presenta molte similitudini con la vicenda che ha riguardato in precedenza il Prosecco e che è derivata dalla necessità di proteggere le produzioni del nostro territorio dalle imitazioni estere che iniziavano ad invadere il mercato. Questo perché il nome del vitigno può essere utilizzato da chiunque, per poter tutelare il prodotto originale era dunque necessario legare la denominazione ad una località, ed è così che è nata la Doc Pignoletto da uve Grechetto Gentile.

Imbocchiamo una stretta stradina dal nome suggestivo che si inerpica dolcemente sulle colline bolognesi.
Ancora qualche metro di salita e giungiamo in una suggestiva terrazza con vista privilegiata sulle colline ricoperte di ordinati e rigogliosi vigneti.
Antonio esce dal portone della cantina in tenuta da lavoro: una camicia blu di cotone grosso e pantaloni mimetici i quali, con quel suo tono di voce pacato e il suo caldo sorriso, gli danno un’aria di ospitale benevolenza.

Entrando in cantina passiamo accanto ad una nicchia semi-nascosta da una cassa piena di bottiglie e vediamo spuntare timide tre grandi anfore con la scritta Gradizzolo: c’è il Pignoletto macerato che riposa in silenzio lì dentro.
Incuriositi chiediamo ad Antonio cosa lo abbia spinto a tentare l’azzardo di seguire la strada della vinificazione in anfora di terracotta per creare un Pignoletto così “alternativo”.
E così scopriamo che Antonio vinifica in questo modo già da 10 anni, da prima, quindi, che diventasse una moda. Ha avuto la sua “folgorazione” quando, nel 2008, nel comune di Castello di Serravalle venne riportato alla luce un antico dolium romano (sferiche e tozze anfore in terracotta) al cui interno custodiva vinaccioli e bucce di un’uva antichissima.

E’ stata quindi come una sorta di richiamo ancestrale quello che Antonio ha avuto il coraggio di seguire proponendo il suo Pignoletto in anfora quale tributo a quegli ingegnosi Romani che già 2000 anni fa vinificavano nella terracotta.
Osserviamo le anfore più attentamente, assumono quasi un altro significato ora che sappiamo il motivo che le ha fatte giungere nel nostro Appennino dalla Toscana.

Antonio continua il racconto spiegandoci che sono realizzate in terracotta senese e sono molto più spesse di quelle georgiane, per questo motivo, essendo meno fragili, non necessitano di essere interrate.
L’invecchiamento in anfora migliora la qualità gusto-olfattiva del vino”, prosegue. “Non solo, la terracotta è la fase finale di un ciclo cosmico naturale di una produzione che nasce dalla terra, perché la vite attinge dalla terra i sali minerali e l’acqua, e, in questo modo, termina la sua evoluzione sempre nella terra”.

E’ evidente che il vino “Le Anfore” sia il risultato di tanta passione.
Con crescente entusiasmo Antonio, infatti,  ci spiega come viene vinificato: il mosto rimane tre mesi in anfora sulle bucce poi, una volta eliminate, l’anfora viene ricolmata e il liquido al suo interno lasciato a riposare per altri nove mesi.
Il vino, poi, viene trasferito in un altro contenitore che gli consenta di decantarsi e poi viene imbottigliato. In questo modo le anfore sono pronte per ospitare l’uva del nuovo anno.

Il tempo vola ascoltando questa entusiasmante storia e, uscendo dalla cantina, Antonio si offre di preparaci un piccolo spuntino per cena come scusa per stappare una bottiglia ed assaggiare la nuova annata.

Nel calice questo vino dal color giallo dorato regala aromi complessi di frutta a polpa gialla come una mela o una nespola, e floreali, come di fiori di campo.
Lo assaggiamo e già al primo sorso rimaniamo colpiti dal suo equilibrio. L’alcol, che lo rende caldo e avvolgente, è ben bilanciato da una buona acidità e da una sapidità che invoglia a berne un altro sorso.
E’ un Pignoletto ma con una sua precisa identità.

L’anfora – continua Antonio – non rilascia nel mosto sentori aromatici come il legno, è neutra“.
Per farci capire meglio gli effetti che ha sul vino, ci fa l’esempio della cottura della carne nelle pentole in coccio invece che in quelle di acciaio. “Nel coccio – spiega – il calore è più morbido, passa meglio dalla fiamma alla carne rispetto all’acciaio. E la stessa cosa è per il vino. Il vino sta bene nella terracotta. Ci gode”.

Ecco spiegato perché il Pignoletto di Antonio accolga con risultati così lodevoli la vinificazione in anfora, traendone tutti i benefici in termini di struttura ed eleganza senza, tuttavia, perdere l’identità del vitigno.

E così, salumi e formaggi accompagnati da tigelle e chiacchiere tra amici, regalano una serata davvero speciale, di quelle che non si possono dimenticare per il senso di benessere che hanno saputo trasmettere.

E’ quasi ora di rientrare, ci concediamo due passi fuori, nella terrazza, per sgranchire le gambe rimaste troppo tempo sotto la tavola imbandita. Nel buio compaiono alcune lucciole. Affascinati ci godiamo ancora per qualche istante le tenui luci svolazzanti nella notte prima di salire in auto e ripartire.

 

Precedentemente in questa regione:  Il Giovin Andrea e l’Albana da… Panico

Le Campeur à Vin, ovvero il nostro viaggio alla scoperta dei vitigni della Valle della Loira

deuxième partie

Raduniamo un po’ le idee e ripensiamo al nostro lungo viaggio alla scoperta dei vitigni della Valle della Loira iniziato a Bourges, cittadina della Regione Centre – Val del Loire e terminato circa cinquecento chilometri più a ovest, sulle coste dell’Oceano Atlantico. Ritorniamo allora a costeggiare le acque del più lungo fiume di Francia a bordo del nostro camper e riprendiamo il viaggio da dove ci eravamo fermati.

Abbiamo parlato di Sancerre con le sue distese di vigneti mozzafiato e dei Pays Nantais, con lo spettacolo delle saline di Guérande, ad un passo dall’Oceano. Abbiamo anche imparato che la produzione in queste due aree “esterne” è prevalentemente dedicata ai vini bianchi. Ritorniamo indietro, allora, e fermiamoci nella zona centrale dove, seguendo l’ideale divisione da un punto di vista strettamente produttivo, troviamo invece una grande varietà di vini. E anche la maggiore concentrazione di castelli da favola.

Barricaia a Montluis Sur Loire © Enoteca Giro di Vite
Barricaia a Montluis Sur Loire © Enoteca Giro di Vite

Le terre bucoliche dei dipartimenti di Anjou-Saumur e della Touraine sono infatti punteggiate di castelli e manieri prestigiosi che hanno fatto la storia di Francia e dei suoi re. Antiche dimore dai meravigliosi giardini che fanno pensare ai tumulti del Medioevo e ai fasti del Rinascimento.

Touraine

Lasciamo allora alle spalle i rigogliosi vigneti di Sancerre ed entriamo nella Touraine. Le colline cedono il posto alla pianura e il panorama si fa più piatto e monotono. Anche le estensioni dei vigneti si riducono, alternati a fitti boschi delle tenute reali che si susseguono lungo la Loira.

Cheverny © Enoteca Giro di Vite
Cheverny © Enoteca Giro di Vite

In questo distretto, le origini dei vigneti risalgono all’antichità: la presenza della viticoltura è infatti legata al processo di romanizzazione della campagna gallica. La mancanza di sicurezza delle strade rendeva la Loira un mezzo di circolazione ideale, appare quindi chiara la ragione dello sviluppo dei vigneti lungo questa linea.

Qui i terreni sono molto vari e composti prevalentemente da tufo, argille, selce e ghiaia formati dai depositi alluvionali del fiume. Da un punto di vista climatico, invece, il distretto della Touraine rappresenta un vero e proprio crocevia delle influenze oceaniche e continentali.
Queste differenze climatiche, combinate con la varietà della composizione dei suoli, determinano una differenziazione nella scelta delle varietà di uve allevate e, di conseguenza, alla ricchezza di stili di vini.

E questo distretto è anche il trait d’union tra i vini della Regione Centre con quelli di Anjou-Saumur.

L’Appellation Cheverny è quella nella parte più occidentale del distretto, dove il confine con la regione Centre è davvero vicino. Difatti questa Appellation racchiude vini rossi nati dell’assemblaggio di Gamay, Pinot Nero e Malbec (in queste zone chiamato Côt) e vini bianchi ottenuti prevalentemente da uve Sauvignon Blanc, Chardonnay e Menu Pineau, ai quali si affianca il Romorantin la cui denominazione Cour-Cheverny ne rappresenta l’esclusività.

vitigni della Valle della Loira
Tratto da Atlas des vignobles de Loire © Patrick Merienne

Man mano che ci si sposta verso il centro del distretto cambiano i vitigni. Ecco allora che le Appellations Vouvray e Montluis Sur Loire, rispettivamente sulla riva destra e sinistra del fiume, racchiudono vini bianchi spumanti ma anche secchi, semisecchi, abboccati e liquorosi provenienti da un unico vitigno – lo Chenin – apprezzati per la loro eleganza e delicatezza con ottimi sviluppi organolettici nel tempo. L’Appellation Chinon, invece, include vini rossi e rosé d’eccezione, tutti prodotti a partire dal Cabernet Franc, vitigno che si è magnificamente adattato alle condizioni climatiche nella valle della Loira e che qui trova la sua piena dimensione.

Per le sue peculiarità lo Chenin Blanc – chiamato anche “Pineau de la Loire” – meriterebbe un approfondimento a parte. Tuttavia possiamo dire che in nessun altro luogo del mondo come nella Valle della Loira questo poliedrico vitigno riesce ad esprime meglio la ricchezza del territorio. Qui infatti, grazie alle particolari condizioni ambientali e climatiche, lo Chenin Blanc è capace di produrre vini con piacevole mineralità, freschezza e aromi complessi.

Vitigno affascinante e versatile, se raccolto all’inizio della vendemmia, lo Chenin permette di elaborare vini bianchi secchi o dei raffinati spumanti metodo classico. Se raccolto tardivamente, la sottile buccia lo rende sensibile alla “muffa nobile” (Botrytis Cinerea), permettendo così la produzione di straordinari vini demi-secs, moelleux e liquorosi che possono raggiungere decine di anni di affinamento in bottiglia.

La caratteristica organolettica principale dello Chenin Blanc è l’acidità, una caratteristica che quest’uva è capace di mantenere sia nelle zone a clima fresco sia in quelle a clima caldo che, insieme al buon grado zuccherino e al suo elevato potenziale alcolico, gli conferiscono un alto potenziale di invecchiamento.

A nostro avviso è sotto la denominazione Vouvray che mette in luce maggior eleganza e profondità, grazie ai terreni a forte presenza calcarea su cui vengono allevate le viti.

Il filo conduttore che unisce i vini della Regione Centre con la Touraine è sicuramente la freschezza e la grande bevibilità, ancora più marcata ed evidente nei vini rossi.
La tecnica di vinificazione con macerazione a freddo è molto spesso utilizzata e, combinata con le caratteristiche dei vitigni locali, conferisce ai vini Touraine un profilo molto aperto, fruttato e aromatico.

Cinque sono le aziende che abbiamo avuto occasione di visitare o, quantomeno, di assaggiare: due nella denominazione Cheverny, una nella denominazione Montluis sur Loire e due nella denominazione Chinon, tutte in agricoltura naturale.

 

Le due aziende visitate nella denominazione Cheverny si trovano sulla sponda sinistra della Loira a pochi minuti di distanza l’una dall’altra. Simile è la produzione di vini: per entrambe le cantine diverse referenze sia in bianco che in rosso dai vitigni della zona. Mentre la prima cantina, con le sue vinificazioni con macerazione carbonica, ci presenta dei vini sorprendentemente freschi, leggeri e profumati e piuttosto immediati, dalla seconda abbiamo degustato vini eleganti, diretti e dall’agile beva, accompagnati da due referenze di intriganti macerati in anfora. Le vinificazioni avvengono tutte in riduzione, con solamente una minima percentuale di solforosa aggiunta in fase di imbottigliamento.

Dopo i Gamay, i Pinot Noir e Côt della AOP Cheverny, ci aspettano i rossi fruttati, complessi ma estremamente beverini della AOP Chinon, terra d’elezione per la produzione di Cabernet Franc. Se c’è un vino che, in questo viaggio, ci ha colpito per le sue peculiarità e per le sue sostanziali differenze rispetto alle produzioni nostrane, quello è il Cabernet Franc.

Anche in questo caso, due diverse aziende a pochi minuti di distanza l’una dall’altra, separate dal corso della Vienne.

La prima cantina ha tre referenze di Cabernet Franc che restituiscono tre diverse espressioni di questo vitigno date dalla differenza dei suoli e dall’età delle vigne. A questi si uniscono un “vin d’ailleurs” 100% Merlot estremamente carnoso e beverino e un bianco, una vera e propria “lametta”, ottenuto, ça va sans dire, da uve Chenin Blanc.

Anche l’altra cantina, pur avendo più referenze, vinifica un solo bianco – sempre da uve Chenin Blanc – mentre le restanti etichette sono esclusivamente da uve Cabernet Franc.

Ben lontano dall’esprimere le classiche note di peperone che assume in Italia, troviamo in questi vini, così rotondi in bocca, morbidi e piacevoli, un crescendo di eleganza e bevibilità.
La gestione delle vigne è la più naturale possibile, lavorando il terreno e proteggendo le viti solo con l’ausilio di zolfo e rame.
In cantina, la pigiatura avviene per gravità in vasche di cemento. L’assaggio dell’uva, in vigna come durante la vinificazione, conduce le decisioni.

E dopo gli intriganti rossi della AOP Chinon, finiamo con l’azienda situata nell’Appellation Montluis sur Loire. Questa cantina produce sia una gamma di cuvée da uve di vigne di proprietà che cuvée da uve di altri viticoltori da cui le acquistano e a cui è dedicata una linea di referenze specifica. In effetti, abbiamo imparato che molti vigneron in queste zone sono soliti avere questa doppia proposta di referenze.

Vigneto a Saint Lambert du Lattay © Enoteca Giro di Vite
Vigneto a Saint Lambert du Lattay © Enoteca Giro di Vite

Ci concentriamo sulla AOP Montluis sur Loire, prodotta esclusivamente da uve Chenin Blanc di proprietà vinificate diversamente a seconda delle parcelle dei terreni. Qui lo Chenin regala vini abbastanza verticali ma meno “asciutti” di quelli della AOP Cheverny. Anche questa azienda produce in agricoltura naturale e in cantina non utilizzano chimica ma lasciano che sia “il vino a decidere”.

Anjou-Saumur

Lo Chenin Blanc è anche il protagonista dei vigneti nel distretto di Anjou-Saumur, dove si declina in una sorprendente tavolozza di vini. Questo perché qui i terreni sono molto vari, composti prevalentemente da ardesia, oltre a scisti composti da depositi carboniferi, tufo di gesso e argille di selce.

In questo distretto, sulla sponda sinistra della Loira, lo Chenin Blanc si esprime al meglio nella vinificazione di uve botritizzate. L’incontro tra i due fiumi, il Layon e la Loira, crea infatti le condizioni ideali per la formazione delle nebbie che aiutano il proliferare della muffa nobile. Sono vini notevoli, dotati di struttura, aromaticità ed eleganza, oltre che uno stile unico e abbastanza definito.

vitigni della Valle della Loira
Tratto da Atlas des vignobles de Loire © Patrick Merienne

La zona del Savennières, invece, sulla sponda destra della Loira, è la più famosa per lo Chenin Blanc vinificato secco che regala vini dotati di mineralità, freschezza e aromi complessi e una notevole longevità che può raggiungere decine di anni di affinamento in bottiglia.

Due sono le aziende che abbiamo visitato nel distretto di Anjou-Saumur: una in agricoltura biologica, l’altra naturale. Collocata sulla riva destra della Loira nella zona di produzione della AOP Savennières l’una, dall’altro lato del fiume e nella zona di produzione della AOP Coteaux du Layon, l’altra.
All’apparenza non potrebbero essere più diverse. Una, con la sua location raffinata ed elegante che sembra appena uscita da una rivista patinata di arredamento, l’altra più informale e “casalinga” con l’intera famiglia intenta a lavorare nella cantina accanto all’abitazione.

Un breve giro tra i vigneti dell’una e dell’altra azienda ci mostrano quanto sia ampio il divario di vedute, anche oltralpe, tra i vignaioli che scelgono l’agricoltura biologica e quelli che si affidano esclusivamente a Madre Natura. Differenze che ben si rispecchiano nel divario delle strutture ricettive: da una parte vigneti perfettamente potati e terreni prontamente lavorati per eliminare tutte le erbacce, dall’altra, vigne dall’aria arruffata, con un’alternanza di viti giovani ad alcune vecchie di oltre 80 anni, tutte immerse in una rigogliosa vegetazione.

La prima cantina in prevalenza incentrata sulla produzione di bianchi, tra i quali spicca la parcella “Roche aux Moines” caratterizzata da suoli poco profondi e composti di scisti di grès d’origine vulcanica. L’influenza microclimatica del fiume permette loro di produrre vini bianchi secchi di alta maturazione, che vengono commercializzati solo con lunghissimo affinamento in bottiglia, perché lo Chenin non svolge mai malolattica ed è concepito per essere grande bianco da invecchiamento.

La seconda cantina, con una raccolta delicata, la pressatura leggera, l’uso esclusivo di lieviti indigeni e il rifiuto di additivi aromatici produce diverse referenze sia in bianco che in rosso, tutti dotati di un carattere speciale.

Nella sostanza, i vini assaggiati di entrambe le cantine sono precisi, ricchi e franchi, potenti e raffinati allo stesso tempo, con l’ovvia mineralità. Due visite decisamente appaganti e istruttive, sia per ciò che abbiamo visto, così immersi nei vigneti, che per quanto assaggiato, con la scoperta del ventaglio di aromi freschi, fruttati e minerali degli chenin.

Tra ordinati filari e suggestivi panorami, il nostro inebriante percorso alla scoperta dei vitigni della Valle della Loira termina qui. l vini, i territori, la cultura e le persone hanno reso questa vacanza un vero e proprio viaggio esperienziale. Il nostro unico rammarico? Non essere riusciti a visitare tutte le cantine che avremmo voluto. Ma a questo possiamo sempre rimediare!

Non hai ancora letto la prima parte del nostro viaggio alla scoperta dei vitigni della Valle della Loira?    Lo trovi qui!

Roero ways? Roero Arneis!

Il nostro viaggio enologico nelle colline piemontesi continua e ci porta nel cuore del Roero, terra privilegiata per la coltivazione del vitigno Arneis. Si tratta di uve profumate ma non aromatiche, quindi particolarmente adatte per realizzare un grande bianco secco.

Pian piano, mentre la strada si srotola davanti a noi, godiamo dell’incredibile paesaggio roerino con le sue colline dai versanti ripidi e i calanchi creati dall’antico corso del Tanaro.

E in queste colline, il vitigno di Arneis è coltivato da sempre. Alcuni documenti lo legherebbero al Roero già fin dal Quattrocento. Nel ‘700 acquista popolarità, al punto che si parlava dell’Arneis come di una tra le uve più pregiate, quanto quella di Moscato, e proprio come questa, l’Arneis veniva principalmente vinificato dolce o sotto forma di vermouth.
Ma durante il ‘900 questo vitigno, dopo anni di assoluta prosperità, viene fatalmente colpito dalla crisi della viticoltura causata, tra le altre cose, dalla fillossera.
Pensate che negli anni ’60, per via dei suoi acini dolcissimi e della sua precoce maturazione, era ridotto a pochi filari sparsi tra quelli di Nebbiolo per proteggere i grappoli destinati ai pregiati rossi piemontesi.

Fortunatamente negli ultimi decenni ha avuto la sua rivincita per merito di alcuni produttori che hanno saputo rivalutarne le potenzialità.

Uno di questi è sicuramente la famiglia Careglio, che raggiungiamo in tarda mattina a Baldissero d’Alba, dove porta avanti il suo lavoro contadino da decenni.
A cominciare è stato Pierangelo, che negli anni Ottanta ha scelto di aiutare il padre a coltivare i terreni di famiglia. Si interessava soprattutto alla vigna per questo motivo, insieme a un amico enologo, ha deciso di iniziare l’avventura della vinificazione.
Oggi insieme a lui c’è il figlio Andrea, che ci accoglie al nostro arrivo facendoci accomodare nella sala degustazione.

Ci apre una bottiglia di Roero Arneis mentre ci racconta dell’ultima vendemmia e delle recenti attività dell’azienda. E’ inevitabile non sentirsi subito amici di Andrea. Sarà per il suo sguardo attento ma non invadente o forse per la passione che lo anima quando racconta il suo territorio e la sua vigna.
Di certo le idee e le capacità non gli mancano, lo dimostra anche il suo impegno nelle attività del Consorzio del Roero e nelle iniziative di promozione del territorio dove spesso si pone in prima linea.
La sua passione è coinvolgente ma, del resto, conosciamo questa azienda già da tempo e vedere come, vendemmia dopo vendemmia, il loro percorso di crescita sia già segnato, è davvero una grande soddisfazione anche per noi.

Tra un pezzo di toma e qualche grissino ci godiamo il nostro calice di Arneis: sarà per la sua genuina personalità che lo rende unico e riconoscibile, ma chi si aspetta un vino che appaghi la curiosità di chi lo assaggia dopo il primo bicchiere deve necessariamente ricredersi!

Intenso e sapido come il terreno sabbioso su cui crescono le uve e con la stessa riservata classe e cortese eleganza di Andrea, questo vino dal colore dell’oro ha una freschezza e una piacevole persistenza. Al naso note agrumate e floreali, in bocca una lunghezza sapida e una beva disarmante.
La sua gradazione alcolica è importante ma questo assicura una rotondità e una pienezza di gusto davvero interessanti.

In un periodo storico in cui c’è grande interesse per i vini con lunghe macerazioni o affinamenti in anfora, Andrea continua a cercare la tipicità del vitigno e del vino attraverso vinificazioni tradizionali e fermentazioni classiche. Non fa eccezione il suo Roero Arneis che viene vinificato rigorosamente in inox in regime di riduzione, con una sosta sur lies di 3-4 mesi con frequenti batonnage.

Per le sue caratteristiche gustative, il Roero Arneis dà il meglio di sé con piatti di pesce semplici e non troppo saporiti. È ottimo anche con minestre a base di verdure o cereali, con paste dal ripieno delicato e con formaggi molli o di media stagionatura.

Le chiacchiere con un amico, la bottiglia aperta sul tavolo e il piacere di riscoprire ad ogni sorso questo incredibile vino ci fanno quasi perdere la cognizione del tempo.
Carichiamo le ultime scorte di vino e si riparte, con la consapevolezza che i vitigni autoctoni possono regalare davvero grandi vini.

Cantina Careglio 
Baldissero d’Alba

 

Roero Days - Roero Week

Se sei curioso di approfondire la conoscenza del mondo dei vini del Roero, dal 25 marzo al 5 aprile ti aspetta la Roero Week! Il Giro di Vite è tra i “Locali Amici del Roero Docg” e per l’occasione potrai trovare in mescita oltre ai vini in carta della Cantina Careglio, anche i Roero Arneis e Roero Docg di altre due cantine del territorio!

 

Precedentemente in questa regione: Pörlapa: la Barbera che stupisce

La vite: il ciclo biologico e il ciclo annuale

Quante volte avrete sentito dire la frase “il buon vino si fa in vigna”? Il senso metaforico è chiaro: all’origine di una buona bottiglia c’è la vite.
Negli ultimi decenni, infatti, assistiamo ad una sempre maggiore consapevolezza dell’aspetto naturale del processo produttivo del vino a partire proprio dalla vigna. Ecco perché se parliamo di vino dobbiamo necessariamente parlare anche della vite.

La vite: il ciclo biologico e il ciclo annuale
la vite – ©Enoteca Giro di Vite

Come per tutte le piante, anche per la vite possiamo definire un ciclo vitale, che corrisponde all’arco della vita della pianta.
Il ciclo vitale della vite ha inizio con la germinazione del seme, o nella maggior parte dei casi, con l’attecchimento della barbatella (una talea provvista di radici).

Nei primi 2-3 anni, a seconda del tipo di coltura adottata, la vite cresce ma non è produttiva.

Dopo tale periodo, normalmente, la vite ha raggiunto la forma definitiva che consente al viticoltore di produrre uva: è il periodo in cui la produttività è crescente e che normalmente varia in funzione del vitigno coltivato, del sistema di allevamento adattato e agli interventi del viticoltore.
In generale, il periodo di massima produttività è compreso tra i 20 e i 25 anni di vita della pianta, che costituisce la fase di piena maturità della vite e qualità delle uve prodotte.
Dopo 30-40 anni, la pianta inizia a invecchiare e la sua produttività inizia a calare.

Ciclo annuale: sottociclo vegetativo e produttivo

Nel corso del su suo ciclo vitale, le viti in produzione seguono anche un ciclo annuale che si manifesta con fasi fenologiche diverse, frutto delle caratteristiche della vite, delle interazioni con le condizioni ambientali e delle pratiche colturali.
Il ciclo annuale comprende il sottociclo vegetativo e quello produttivo.

Il sottociclo vegetativo

Inizia, in genere, a marzo quanto le temperature pian piano aumentano e riscaldano il terreno. La vite reagisce con il “pianto”: la linfa inizia a risalire lungo il tronco e, per alcuni giorni, fuoriesce dai tagli della potatura dell’inverno fino a che essi non si cicatrizzano completamente.

Circa 20 giorni dopo la fase del pianto, la vite comincia a germogliare: le gemme dapprima si ingrossano per poi dischiudersi nella conseguente uscita del germoglio.
La fase del germogliamento è estremamente delicata ed è influenzata sia da fattori climatici che dai metodi di coltivazione utilizzati come, ad esempio, la potatura o il tipo di impianto.
In questo periodo, i giovani germogli sono ricchissimi d’acqua e le gelate primaverili possono essere fatali.

La vite: il ciclo biologico e il ciclo annuale
la crescita dei germogli – ©Enoteca Giro di Vite

I germogli cominciano ad allungarsi ad una velocità sempre maggiore, raggiungendo il suo apice a metà giugno e continuano, seppur rallentati, fino ad agosto.
E’ in questo momento che inizia la fase di agostamento o maturazione del tralcio, durante la quale le sostanze elaborate vengono immagazzinate come riserve della pianta e i tralci cambiano colore diventando legnosi.
L’agostamento è molto importante per la produzione dell’anno successivo: una buona lignificazione permette alla pianta di superare meglio l’inverno e influisce anche sul suo ciclo vitale.

Questa fase continua fino a fine novembre. Con la caduta delle foglie inizia poi il periodo di riposo, che termina con la ripresa vegetativa dell’anno seguente.

Il sottociclo produttivo

Durante questo arco di tempo la vite segue anche un sottociclo produttivo, caratterizzato da due fenomeni paralleli:

  • lo sviluppo dei germogli uviferi nati da gemme ibernanti, differenziatesi l’anno precedente
  • formazione e differenziazione delle gemme ibernanti per l’anno successivo

Le gemme, infatti, sono di tre tipi: pronte (o estive), ibernanti e latenti. Le prime danno origine a rami improduttivi chiamati femminelle; le gemme ibernanti sono quelle da cui verrà generato il capo a frutto e che si apriranno l’anno successivo a quello della formazione.
Le gemme latenti, invece, possono rimanere inattive per molti anni e poi svilupparsi in caso di necessità formando quasi sempre rami sterili chiamati polloni.

La vite: il ciclo biologico e il ciclo annuale
la fioritura – ©Enoteca Giro di Vite

Tra la metà di maggio e quella di giugno inizia poi la fioritura. Può durare da una settimana a quindici giorni, a seconda delle condizioni ambientali.
Nella vite è possibile sia l’autoimpollinazione che la fecondazione incrociata. Se la fecondazione è imperfetta, gli acini saranno sprovvisti di vinaccioli e rimarranno, di conseguenza, verdi e immaturi: è la cosiddetta acinellatura.
I fiori invece che completano la fecondazione si dicono “allegati”.
Da questi si svilupperà una bacca, che inizierà ad aumentare in peso e volume in seguito alla divisione e distensione delle cellule.

Alcune infiorescenze anziché diventare grappoli si allungano (“filano”) e si trasformano in viticci; questo fenomeno, detto filatura, è una forma di autoregolazione per cui la pianta, a seconda delle proprie disponibilità nutritive, lascia cadere una certa quantità di fiori.
Alla fine del mese di giugno, i grappoli saranno già completamente formati.

A luglio avviene l’invaiatura: l’acino si ingrossa accumulando acqua, concentrando la gradazione zuccherina e diminuendo l’acidità. In questa fase l’acino cambia colore e diventa elastico, perdendo la durezza tipica del frutto acerbo.

La vite: il ciclo biologico e il ciclo annuale
maturazione – ©Enoteca Giro di Vite

Tra la metà di agosto e la fine di ottobre i grappoli giungono a maturazione. Dal punto di vista enologico si possono distinguere due tipi di maturazioni: uno a livello della polpa, corrispondente ad un rapporto zuccheri/acidità, ed uno a livello della buccia corrispondente all’accumulo di composti polifenolici ed aromatici.

Il controllo dell’uva durante il periodo della maturazione, permette al vignaiolo di scegliere con il momento più ottimale per la raccolta, in base, ovviamente, al risultato che vorrà ottenere.

🍷🍷🍷

“Il sole, con tutti quei pianeti che gli girano attorno e da lui dipendono, può ancora far maturare una manciata di grappoli d’uva come se non avesse nient’altro da fare nell’universo”
Galileo Galilei

Denominazioni e marchi del vino. Scegliere un vino in base alla Denominazione è garanzia di qualità?

Spesso si pensa che preferire un vino con Denominazione di Origine o Indicazione Geografica sia automaticamente assicurata la qualità del vino.
Ma è davvero così? E cosa rappresentano le “Denominazioni di Origine” e le “Indicazioni Geografiche”?

Un po’ di storia

Dalle civiltà più antiche fino ad oggi, il vino ha avuto la necessità di una corretta identificazione, sia per esigenze di controllo della produzione che per comunicare il tipo, la qualità e l’origine geografica.
Dalle antiche popolazioni della regione del Caucaso all’Egitto dei faraoni, dall’Antica Grecia all’Impero Romano, la necessità di avere una corretta identificazione del vino era fondamentale grazie al fiorente commercio nel bacino del Mediterraneo.

Nel corso dei secoli questa esigenza si è mantenuta e il marchio ha conosciuto una continua evoluzione anche grazie alla trasformazione dei recipienti di conservazione del vino, che ha portato nuove esigenze e opportunità.
Verso la fine del 1600, infatti, fanno la prima comparsa le bottiglie di vetro ed è proprio in questo periodo che, presumibilmente, nasce quella che oggi noi chiamiamo “etichetta”.

Ancora oggi l’identificazione e la tutela del vino sono fondamentali ecco perché, nello stesso secolo, l’Europa inizia a delimitare le prime aree dedicate a determinati vini. In questo modo, potevano essere chiamati con il nome geografico solo se prodotti in quelle specifiche zone.

In Italia, le prime forme di tutela delle produzioni vitivinicole risalgono invece al 1930 ma è solo nel 1963 che viene emanato il primo provvedimento a disciplina delle produzioni vitivinicole.
Con questo provvedimento viene introdotto l’attuale concetto di Denominazione di Origine e istituiti i Disciplinari di Produzione per rafforzare il legame col territorio.

Nel 1992 una nuova legge introduce significative novità: è in questo periodo che vengono introdotte le IGT e l’obbligo di analisi chimiche-fisiche prima della messa in commercio dei vini.

L’ultima importante riforma del settore vitivinicolo è ad opera della Comunità Europea. Nel 2008, infatti, per equiparare la normativa vitivinicola a quelle già vigenti per gli agli altri prodotti agroalimentari, vengono mantenute solo due categorie: vini con indicazione geografica (DOP e IGP) e vini senza Indicazione geografica (Vini generici o con indicazione del solo vitigno).

L’uso delle sigle DOCG, DOC E IGT è concesso unicamente per i vini commerciati in Italia.

Ma cosa significano esattamente queste sigle?

IGT significa Indicazione Geografica Tipica ed è il primo gradino che separa la base della piramide costituita dai vini senza indicazione da quelli con indicazione. Rientrano in questa categoria i vini prodotti in zone geografiche piuttosto estese e il disciplinare di produzione non è tanto restrittivo quanto quello previsto per le Denominazioni.

DOC significa invece Denominazione di Origine Controllata e può essere riconosciuta a vini prodotti in zone piuttosto delimitate e avere caratteristiche legate sia all’ambiente naturale che a fattori umani di produzione.

Il marchio DOCG indica invece i vini a Denominazione di Origine Controllata e Garantita. Possono utilizzare questa Denominazione solo i vini già riconosciuti DOC da almeno dieci anni e con particolare “pregio qualitativo”. Il disciplinare di produzione è piuttosto rigido e impone anche la numerazione delle bottiglie prodotte.

Denominazioni, sinonimi di identificazione, tutela e valorizzazione. Ma non sempre

L’evoluzione delle denominazioni dimostra che ancora oggi distinguere, identificare, tutelare, garantire e valorizzare la produzione vitivinicola siano esigenze fondamentali.
Così come lo stretto legame con il territorio che si è voluto rafforzare per garantire la zona di provenienza delle uve.
Ma questo “vincolo territorialesi è rivelato essere oggetto di querelle nell’evolversi dello scenario della nuova Europa. La normativa Europea, infatti, tutela i vini che prendono il nome dalla zone geografica ma non quelli che derivano dal nome del vitigno, anche se storicamente conosciuto.

La vicenda più nota e discussa è stata la sentenza che ha imposto all’Italia di sostituire il nome “Tocai” con “Friulano” nelle etichette delle bottiglie dello storico vino friulano, per non confonderlo con quello prodotto nella regione ungherese del Tokaj.

Ma abbiamo un esempio anche sulle nostre colline: è il caso del Pignoletto. Per ottenere la denominazione a tutela di questo vino già noto in epoca romana è stato necessario associarne il nome ad una località.
Per questo motivo la Giunta di Monteveglio ha istituito l’omonima località Pignoletto nel comune di Valsamoggia, territorio di confine tra Modena e Bologna. Il Sindaco aveva infatti manifestato la preoccupazione che il vino-simbolo dei nostri colli potesse essere prodotto altri Paesi del mondo dove, peraltro, erano già a quel tempo segnalati impianti di Grechetto Gentile.
Ne è nato quindi un disciplinare che espressamente prevede, all’articolo 3: “Zona di produzione delle uve – La zona di produzione delle uve della DOC “Pignoletto”, corrispondente al nome geografico della omonima località ricadente nel Comune di Monteveglio in Provincia di Bologna, comprende l’intero territorio amministrativo dei Comuni sotto indicati […]”.

Indicazione geografica non è sempre sinonimo di qualità

 Ma allora, l’appartenenza di un vino ad una Denominazione di origine garantisce che sia un prodotto di qualità?

Si e no. L’intenzione dei disciplinari è quello di valorizzare le tipicità e di tutelare i consumatori rispetto a frodi e sofisticazioni ma, soprattutto per quel che riguarda le caratteristiche organolettiche del vino, i requisiti richiesti sono molto generici. Ecco perché spesso troviamo dei vini che pur appartenendo alla stessa denominazione hanno livelli qualitativi molto diversi.
Infatti, il termine stesso (Denominazione di Origine) garantisce la “zona di produzione” che comprende sia fattori ambientali (il territorio) che umani (il processo produttivo) ma non garantisce necessariamente la qualità del vino stesso.

E’ chiaro che la zona di coltivazione delle uve (il cosiddetto Terroir) o il processo di vinificazione rappresentino fattori fondamentali per determinare le caratteristiche di un vino ma, purtroppo, da soli non bastano per farne un buon vino.
La qualità “vera” del prodotto è legata alla serietà e alle scelte del vignaiolo piuttosto che alle indicazioni dei disciplinari tant’è che spesso un’azienda decide di far rientrare un vino in una delle Denominazioni semplicemente per fini commerciali. Si può possedere un vigneto nel luogo più vocato al mondo ma se le pratiche produttive sono approssimative o votate al puro guadagno, quasi sicuramente non si otterrà un prodotto di qualità.

Riconoscibilità o Conoscenza

Ma allora le denominazioni sono strumenti per la tutela della qualità del vino o sono solo un altro mezzo che consente speculazioni commerciali? La verità, come spesso accade, sta nel mezzo.
Se l’etichetta può essere considerata come “il biglietto da visita della bottiglia”, è anche vero che rappresenta uno strumento per il consumatore utile per conoscere e riconoscere il prodotto che acquista.
Le informazioni presenti, marchi compresi, sono normate con l’obiettivo di offrire una garanzia al consumatore rispetto al vino contenuto all’interno della bottiglia.

Tuttavia, l’unico modo che abbiamo per scegliere un vino di qualità è la conoscenza.
Conoscenza di coloro che producono il vino e della loro filosofia, ma anche conoscenza del prodotto. E questo meraviglioso bagaglio si costruisce in tanti anni di confronti con i produttori, di lezioni e di studio ma, soprattutto, di vini bevuti.

Insomma, degustare in maniera consapevole significa imparare a bere meglio e a riconoscere la vera qualità, indipendentemente dal marchio apposto sulla bottiglia.

L’autentica poesia del Santa Maddalena

Di ritorno dal recente viaggio in terre altoatesine, oggi vi raccontiamo della nostra visita al podere Messnerhof, sui pendii a nord di Bolzano, zona di produzione classica del Santa Maddalena.

E’ ormai notte fonda quando imbocchiamo lo stretto stradello che conduce alla Tenuta, dove un caldo ed accogliente letto ci aspetta. Viaggiare di notte è faticoso, ma è il modo migliore per avere qualche ora in più a disposizione per le nostre visite. L’indomani mattina ci alziamo di buona lena e raggiungiamo Bernhard, che ci accoglie con un garbato sorriso e la sua autentica gentilezza.

L’autentica poesia del Santa Maddalena
© Enoteca Giro di Vite

Insieme percorriamo un breve tratto a piedi costeggiando i vigneti. Il rigore dell’inverno ha spogliato le viti del loro verde brillante permettendo così di cogliere una distesa di ordinatissimi filari che si inerpicano sulle colline circostanti. Lo sguardo spazia e coglie la città sottostante, le montagne che incorniciano il panorama e una piccola chiesetta dal caratteristico campanile, riempiendo gli occhi e il cuore di una pace assoluta. Raggiungiamo il vecchio fienile, oggi trasformato in un’elegante sala degustazione rigorosamente in legno con una vista mozzafiato sulla città.

Seduti al bancone, Bernhard versa un calice di Santa Maddalena e ci racconta dell’ultima vendemmia e delle recenti attività dell’azienda. Sarà per il suo ruolo di docente all’Istituto Tecnico Agrario, ma Bernhard ha la capacità di rendere particolarmente piacevole la conversazione.

Questo elegante uvaggio color rosso rubino viene ottenuto da due vitigni autoctoni, la Schiava e, in piccola parte, il Lagrein che gli conferisce colore e struttura. In passato questo vino, che prende il nome dal paese di Santa Maddalena alle porte di Bolzano, oltre a rivestire un ruolo di primo piano nella produzione vinicola altoatesina, era anche uno dei rossi più noti d’Italia. La Schiava, frutto di uno dei più antichi vitigni autoctoni dell’Alto Adige troppo spesso rimasta nell’ombra a causa della sua delicatezza e aromaticità, raggiunge in questo vino una delle sue massime espressioni, grazie al particolare terroir che contraddistingue la sua zona produzione.

L’autentica poesia di questo vino è nella sua capacità di entrare nel cuore di chi lo assaggia con la stessa eleganza e garbo delle persone che abitano la sua terra d’origine. La sua unicità e quella classe tipica dei vitigni poco tannici lo rendono piacevole e appagante come la compagnia di Bernhard.

Con i suoi sentori di frutta e fiori e il suo armonico equilibrio tra tannini e acidità, questo vino è particolarmente versatile, perfetto per accompagnare antipasti e specialità tipiche della cucina tirolese, speck e affettati, ma anche con carni bianche, pesce e formaggi.

Il tempo scorre veloce quando si è in piacevole compagnia: Bernhard e il suo Santa Maddalena hanno anche questo magico potere. E’ tardi dovremmo ripartire, altre visite in cantina ci aspettano. Ma la pace che permea queste colline è un chiaro invito a restare. D’altra parte, cosa ci può essere di meglio che risvegliarsi al mattino, aprire la finestra e respirare la frizzante aria dicembrina tra i filari del vigneto?

Tenuta Messnerhof 
Bolzano

Precedentemente in questa regione: Il Riesling, lo Speck e il Vecchio Maso