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Regina Viarum e le Terre del Falerno

È da poco passata l’ora di pranzo quando lasciamo l’autostrada. Siamo nell’Ager Falernus, territorio sospeso tra mito e realtà alle pendici del monte Massico, tra il Vulcano spento di Roccamonfina e il Litorale Domitio.
È il fertile terreno che la leggenda vuole donato da Bacco ad un contadino generoso, lo stesso da cui i Romani ricavarono il vino più celebrato dell’antichità, il Falerno.
Lo testimoniano i ritrovamenti di anfore usate per il commercio e l’esportazione del vino, con tanto di etichette riportanti anno, tipologia e zona di origine, timbro e ceralacca sui tappi.

Regina Viarum e le Terre del Falerno
©Regina Viarum

Una fitta vegetazione di infestanti popola i bordi delle strade semi deserte, tanto da nascondere in parte il panorama circostante fatto di campi punteggiati di enormi ulivi dai tronchi annodati.

Nel silenzio della campagna raggiungiamo Falciano del Massico, un paesino apparentemente sospeso in uno stato di torpore e accidia ma dal sorprendente fascino decadente.
Un cane, un piccolo arruffato meticcio sdraiato sul selciato, guarda con indifferenza la nostra auto che passa poco distante.
Alcuni anziani sembrano gli unici avventori del bar. Radunati attorno ad un tavolino, discutono pacificamente.

Regina Viarum e le Terre del Falerno
showroom – ©Enoteca Giro di Vite

Ci infiliamo in un labirinto di strette viuzze per raggiungere Regina Viarum, cantina il cui nome è ispirato all’antica Via Appia che collegava Roma ai territori del Sud Italia.
Un cancello la separa da questa dimensione assurdamente onirica, al di là del quale veniamo accolti in un altro mondo, fatto di lavoro e meraviglia.
Nel giardino curato trovano posto, tra statue e scenografiche piramidi di bottiglie, la casa di famiglia e un delizioso showroom in legno che porta l’insegna della cantina.
Poco distante, diverse pile di cassette rosse ci annunciano che la vendemmia è già iniziata.
È la signora Elda che si occupa di tutte le fasi di vinificazione. Ma ad accoglierci oggi c’è Amalia, dall’aspetto di un vivace folletto ma con le idee ben chiare e tanta voglia di fare.

Stile – ©Enoteca Giro di Vite

L’assaggio della nuova annata e la presentazione di una nuova referenza sono la scusa per pranzare insieme in un posticino non lontano dalla cantina. Friselle e caprese accompagnano la degustazione: in fin dei conti siamo nel regno della mozzarella di bufala.Il primo calice è per Stile, un nuovissimo rifermentato in bottiglia da uve di primitivo. A prima vista ritornano alla mente ricordi di infanzia, di quei bicchieroni di aranciata sanguinella che si bevevano in estate.
Impossibile non associarlo immediatamente ad un’idea di freschezza e bevibilità. Poi Petali e Zer05, rispettivamente un rosato da uve di primitivo e un Falerno del Massico DOP da uve di primitivo.

Dopo il rifermentato e il rosato, un vino di corpo decisamente più consistente. Un bellissimo colore rosso rubino intenso suggerisce profumi – poi confermati – di frutta rossa e nera matura, non molto lontani da quelli percepiti nel Petali. Il tannino vellutato e la buona acidità invogliano a berne un altro calice.

È tardi, Amalia deve lasciarci ma non prima di averci accompagnato in cantina. Piccola e ordinata, le vasche in inox dove già riposa il mosto del Petali e dello Stile la occupano quasi interamente.

Amalia, Federico e l’anfora – ©Enoteca Giro di Vite

Quasi, perché una grande anfora fa bella mostra di sé in una nicchia a lei dedicata: è pronta per accogliere le uve di falanghina.
Un nuovo progetto, un ritorno alle vinificazioni antiche, un’unione tra passato e presente.
Una leggera macerazione sulle bucce e fermentazione in anfora per questo bianco ancora senza nome.
In famiglia il dibattito è aperto. C’è chi sostiene che sia meglio un nome che richiami il luogo in cui crescono le viti. E poi c’è chi preferirebbe evocasse l’importanza storica di questo tipo di vinificazione.
Aspettiamo curiosi di scoprire il vincitore. Noi puntiamo tutto su Amalia.

Cantina Regina Viarum
Falciano del Massico (CE)

Precedentemente in questa regione: Il Kalimera e la magia di Aenaria

Un Mercoledì da Vignaioli

Terza Edizione per l’evento Un Mercoledì da Vignaioli, in programma mercoledì 23 ottobre, ad un mese esatto dal Mercato dei Vini dei Vignaioli di Piacenza.

Lo scopo è quello di raccontare la realtà dei Vignaioli Indipendenti FIVI e per far ciò saranno presenti presso ciascun Punto di Affezione due vignaioli che spiegheranno agli ospiti cos’è la Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti e qual è lo spirito che la anima.
Si parlerà anche del Mercato dei Vini dei Vignaioli di Piacenza, per il quale a fine serata tutti i partecipanti riceveranno un biglietto omaggio per entrare il 23, 24 o il 25 novembre.

Insieme agli altri due Punti di Affezione di Bologna, abbiamo creato un volantino comune, con tre differenti proposte per raccontare la FIVI ciascuno a proprio modo.

Noi proponiamo una cena con  5 piatti abbinati a 5 vini di Vignaioli Indipendenti, in un ideale viaggio enologico attraverso l’Italia.

Mercoledì 23 Ottobre, alle 20:30

 

un mercoledì da vignaioli

Menù e Abbinamenti

Benvenuto della cucina

Malbolle – Podere il Saliceto (Emilia Romagna)
La Cunza (Pancetta, Parmigiano Reggiano, Rosmarino e Aglio Nero Fermentato)

Capovolto – Verdicchio dei Castelli di Jesi – La Marca di San Michele (Marche)
MAR(ch)E

Domus Giulii – Falanghina – La Sibilla (Campania)
Ripieno Flegreo (Provola,Salsiccia e Broccoletti)

Boca – Silvia Barbaglia (Piemonte)
Tapulà (Somarino, Polenta, Patate e Verza)

Pre-Dessert

Picolit – Sara&Sara (Friuli Venezia Giulia)
Dolci Valli del Natisone (Strucchi, Burro e Cannella)

***

Per la serata è richiesto un contributo di € 60,00 a persona, pane e acqua compresi.

Ricordiamo che la degustazione inizia per tutti alle 20:30.

Data la natura dell’evento è necessaria la prenotazione.

Per informazioni e prenotazioni potete contattarci allo 051.35.46.171 oppure tramite mail info@enotecagirodivite.it

Vi Aspettiamo!

Antonio Ognibene e le Anfore… Romane

In un caldo pomeriggio primaverile, l’auto scorre senza fretta lungo la fondovalle, ci aspetta un pomeriggio piuttosto istruttivo in compagnia di Antonio e del suo Pignoletto “Le Anfore”.

Il Pignoletto, o meglio il Grechetto Gentile, è un vitigno dal passato piuttosto controverso che ha trovato nei Colli Bolognesi la sua zona di elezione. Dalla vendemmia 2014, infatti, “Pignoletto” ha cessato di essere il nome di un vitigno ed è diventato ufficialmente quello di un vino e di una località nel comune di Monteveglio, lasciando all’uva l’appellativo di Grechetto Gentile. Questa storia presenta molte similitudini con la vicenda che ha riguardato in precedenza il Prosecco e che è derivata dalla necessità di proteggere le produzioni del nostro territorio dalle imitazioni estere che iniziavano ad invadere il mercato. Questo perché il nome del vitigno può essere utilizzato da chiunque, per poter tutelare il prodotto originale era dunque necessario legare la denominazione ad una località, ed è così che è nata la Doc Pignoletto da uve Grechetto Gentile.

Imbocchiamo una stretta stradina dal nome suggestivo che si inerpica dolcemente sulle colline bolognesi.
Ancora qualche metro di salita e giungiamo in una suggestiva terrazza con vista privilegiata sulle colline ricoperte di ordinati e rigogliosi vigneti.
Antonio esce dal portone della cantina in tenuta da lavoro: una camicia blu di cotone grosso e pantaloni mimetici i quali, con quel suo tono di voce pacato e il suo caldo sorriso, gli danno un’aria di ospitale benevolenza.

Entrando in cantina passiamo accanto ad una nicchia semi-nascosta da una cassa piena di bottiglie e vediamo spuntare timide tre grandi anfore con la scritta Gradizzolo: c’è il Pignoletto macerato che riposa in silenzio lì dentro.
Incuriositi chiediamo ad Antonio cosa lo abbia spinto a tentare l’azzardo di seguire la strada della vinificazione in anfora di terracotta per creare un Pignoletto così “alternativo”.
E così scopriamo che Antonio vinifica in questo modo già da 10 anni, da prima, quindi, che diventasse una moda. Ha avuto la sua “folgorazione” quando, nel 2008, nel comune di Castello di Serravalle venne riportato alla luce un antico dolium romano (sferiche e tozze anfore in terracotta) al cui interno custodiva vinaccioli e bucce di un’uva antichissima.

E’ stata quindi come una sorta di richiamo ancestrale quello che Antonio ha avuto il coraggio di seguire proponendo il suo Pignoletto in anfora quale tributo a quegli ingegnosi Romani che già 2000 anni fa vinificavano nella terracotta.
Osserviamo le anfore più attentamente, assumono quasi un altro significato ora che sappiamo il motivo che le ha fatte giungere nel nostro Appennino dalla Toscana.

Antonio continua il racconto spiegandoci che sono realizzate in terracotta senese e sono molto più spesse di quelle georgiane, per questo motivo, essendo meno fragili, non necessitano di essere interrate.
L’invecchiamento in anfora migliora la qualità gusto-olfattiva del vino”, prosegue. “Non solo, la terracotta è la fase finale di un ciclo cosmico naturale di una produzione che nasce dalla terra, perché la vite attinge dalla terra i sali minerali e l’acqua, e, in questo modo, termina la sua evoluzione sempre nella terra”.

E’ evidente che il vino “Le Anfore” sia il risultato di tanta passione.
Con crescente entusiasmo Antonio, infatti,  ci spiega come viene vinificato: il mosto rimane tre mesi in anfora sulle bucce poi, una volta eliminate, l’anfora viene ricolmata e il liquido al suo interno lasciato a riposare per altri nove mesi.
Il vino, poi, viene trasferito in un altro contenitore che gli consenta di decantarsi e poi viene imbottigliato. In questo modo le anfore sono pronte per ospitare l’uva del nuovo anno.

Il tempo vola ascoltando questa entusiasmante storia e, uscendo dalla cantina, Antonio si offre di preparaci un piccolo spuntino per cena come scusa per stappare una bottiglia ed assaggiare la nuova annata.

Nel calice questo vino dal color giallo dorato regala aromi complessi di frutta a polpa gialla come una mela o una nespola, e floreali, come di fiori di campo.
Lo assaggiamo e già al primo sorso rimaniamo colpiti dal suo equilibrio. L’alcol, che lo rende caldo e avvolgente, è ben bilanciato da una buona acidità e da una sapidità che invoglia a berne un altro sorso.
E’ un Pignoletto ma con una sua precisa identità.

L’anfora – continua Antonio – non rilascia nel mosto sentori aromatici come il legno, è neutra“.
Per farci capire meglio gli effetti che ha sul vino, ci fa l’esempio della cottura della carne nelle pentole in coccio invece che in quelle di acciaio. “Nel coccio – spiega – il calore è più morbido, passa meglio dalla fiamma alla carne rispetto all’acciaio. E la stessa cosa è per il vino. Il vino sta bene nella terracotta. Ci gode”.

Ecco spiegato perché il Pignoletto di Antonio accolga con risultati così lodevoli la vinificazione in anfora, traendone tutti i benefici in termini di struttura ed eleganza senza, tuttavia, perdere l’identità del vitigno.

E così, salumi e formaggi accompagnati da tigelle e chiacchiere tra amici, regalano una serata davvero speciale, di quelle che non si possono dimenticare per il senso di benessere che hanno saputo trasmettere.

E’ quasi ora di rientrare, ci concediamo due passi fuori, nella terrazza, per sgranchire le gambe rimaste troppo tempo sotto la tavola imbandita. Nel buio compaiono alcune lucciole. Affascinati ci godiamo ancora per qualche istante le tenui luci svolazzanti nella notte prima di salire in auto e ripartire.

 

Precedentemente in questa regione:  Il Giovin Andrea e l’Albana da… Panico

Vignaioli in Quartiere – seconda edizione

Torna martedì 2 luglio Vignaioli in Quartiere, l’appuntamento con i Vignaioli FIVI di inizio estate! 

Anche in per questa nuova edizione l’Enoteca sarà la sede di un piccolo Mercato dei Vini,  un Banco d’assaggio in collaborazione con i vignaioli FIVI dove degustare, chiacchierare ed eventualmente acquistare le bottiglie direttamente dal produttore.

Per chi ha appetito

Accanto alle tapas a finger food preparate dalla nostra cucina, quest’anno potete trovare le straordinarie bombette dell’Associazione Quelli della Bombetta e il caffè della  Torrefazione Caffè Penazzi 1926 Ferrara per una pausa caffè… d’autore!
Street food  sì, ma gourmet!

Dove e Quando

Vignaioli in Quartiere si svolgerà anche quest’anno nel dehor dell’Enoteca e nel portico antistante, comunque al riparo da un’eventuale pioggia.

Lunedì 2 luglio 2019, dalle 18:30.

Quanto costa partecipare

Il contributo di partecipazione sarà di € 15,00 per il pubblico per l’ingresso al banco di assaggio e due tapas finger food preparate dall’Enoteca.
I bicchieri per la degustazione sono disponibili previo versamento di una cauzione di € 5,00 che verrà rimborsata contestualmente alla restituzione del bicchiere.

E’ prevista una riduzione di 2,00 € sul costo dell’ingresso per i soci AIS, AIES, ONAV e FISAR.
Le tapas saranno vendute a € 2,50 l’una, con la possibilità di un carnet da 5 tapas a € 10,00.

I vignaioli che hanno aderito all’iniziativa:

Anna Maria Abbona (Piemonte)
Ancarani (Romagna)
Barattieri (Emilia)
Barbaglia (Piemonte)
Casale (Toscana)
Cantina Mezzanotte (Marche)
Dornach – Patrick Uccelli (Alto Adige)
Failoni (Marche)
Flaibani (Friuli)
Fosso degli Angeli (Campania)
Il Rio (Toscana)
La Palazzina (Piemonte)
La Sibilla (Campania)
Lodi Corazza (Emilia)
Marta Valpiani (Romagna)
Mizzon (Veneto)
Palazzona di Maggio (Emilia)
Pardellerhof (Alto Adige)
Picchioni (Lombardia)
Podere il Saliceto (Emilia)
Riccardi Reale (Lazio)
Tenuta Enza La Fauci (Sicilia)
Villa Picta (Lombardia)
Zanotelli (Trentino)

Alcuni vignaioli non potranno partecipare di persona, ma saranno presenti i loro vini:

La Marca di San Michele (Marche)
Terre del Faet (Friuli)

Grazie a:

Gabriele Orsi e Gourmettoria Bologna per aver parlato di Vignaioli in Quartiere e del #girodestate2019!

Vi aspettiamo!

Roero ways? Roero Arneis!

Il nostro viaggio enologico nelle colline piemontesi continua e ci porta nel cuore del Roero, terra privilegiata per la coltivazione del vitigno Arneis. Si tratta di uve profumate ma non aromatiche, quindi particolarmente adatte per realizzare un grande bianco secco.

Pian piano, mentre la strada si srotola davanti a noi, godiamo dell’incredibile paesaggio roerino con le sue colline dai versanti ripidi e i calanchi creati dall’antico corso del Tanaro.

E in queste colline, il vitigno di Arneis è coltivato da sempre. Alcuni documenti lo legherebbero al Roero già fin dal Quattrocento. Nel ‘700 acquista popolarità, al punto che si parlava dell’Arneis come di una tra le uve più pregiate, quanto quella di Moscato, e proprio come questa, l’Arneis veniva principalmente vinificato dolce o sotto forma di vermouth.
Ma durante il ‘900 questo vitigno, dopo anni di assoluta prosperità, viene fatalmente colpito dalla crisi della viticoltura causata, tra le altre cose, dalla fillossera.
Pensate che negli anni ’60, per via dei suoi acini dolcissimi e della sua precoce maturazione, era ridotto a pochi filari sparsi tra quelli di Nebbiolo per proteggere i grappoli destinati ai pregiati rossi piemontesi.

Fortunatamente negli ultimi decenni ha avuto la sua rivincita per merito di alcuni produttori che hanno saputo rivalutarne le potenzialità.

Uno di questi è sicuramente la famiglia Careglio, che raggiungiamo in tarda mattina a Baldissero d’Alba, dove porta avanti il suo lavoro contadino da decenni.
A cominciare è stato Pierangelo, che negli anni Ottanta ha scelto di aiutare il padre a coltivare i terreni di famiglia. Si interessava soprattutto alla vigna per questo motivo, insieme a un amico enologo, ha deciso di iniziare l’avventura della vinificazione.
Oggi insieme a lui c’è il figlio Andrea, che ci accoglie al nostro arrivo facendoci accomodare nella sala degustazione.

Ci apre una bottiglia di Roero Arneis mentre ci racconta dell’ultima vendemmia e delle recenti attività dell’azienda. E’ inevitabile non sentirsi subito amici di Andrea. Sarà per il suo sguardo attento ma non invadente o forse per la passione che lo anima quando racconta il suo territorio e la sua vigna.
Di certo le idee e le capacità non gli mancano, lo dimostra anche il suo impegno nelle attività del Consorzio del Roero e nelle iniziative di promozione del territorio dove spesso si pone in prima linea.
La sua passione è coinvolgente ma, del resto, conosciamo questa azienda già da tempo e vedere come, vendemmia dopo vendemmia, il loro percorso di crescita sia già segnato, è davvero una grande soddisfazione anche per noi.

Tra un pezzo di toma e qualche grissino ci godiamo il nostro calice di Arneis: sarà per la sua genuina personalità che lo rende unico e riconoscibile, ma chi si aspetta un vino che appaghi la curiosità di chi lo assaggia dopo il primo bicchiere deve necessariamente ricredersi!

Intenso e sapido come il terreno sabbioso su cui crescono le uve e con la stessa riservata classe e cortese eleganza di Andrea, questo vino dal colore dell’oro ha una freschezza e una piacevole persistenza. Al naso note agrumate e floreali, in bocca una lunghezza sapida e una beva disarmante.
La sua gradazione alcolica è importante ma questo assicura una rotondità e una pienezza di gusto davvero interessanti.

In un periodo storico in cui c’è grande interesse per i vini con lunghe macerazioni o affinamenti in anfora, Andrea continua a cercare la tipicità del vitigno e del vino attraverso vinificazioni tradizionali e fermentazioni classiche. Non fa eccezione il suo Roero Arneis che viene vinificato rigorosamente in inox in regime di riduzione, con una sosta sur lies di 3-4 mesi con frequenti batonnage.

Per le sue caratteristiche gustative, il Roero Arneis dà il meglio di sé con piatti di pesce semplici e non troppo saporiti. È ottimo anche con minestre a base di verdure o cereali, con paste dal ripieno delicato e con formaggi molli o di media stagionatura.

Le chiacchiere con un amico, la bottiglia aperta sul tavolo e il piacere di riscoprire ad ogni sorso questo incredibile vino ci fanno quasi perdere la cognizione del tempo.
Carichiamo le ultime scorte di vino e si riparte, con la consapevolezza che i vitigni autoctoni possono regalare davvero grandi vini.

Cantina Careglio 
Baldissero d’Alba

 

Roero Days - Roero Week

Se sei curioso di approfondire la conoscenza del mondo dei vini del Roero, dal 25 marzo al 5 aprile ti aspetta la Roero Week! Il Giro di Vite è tra i “Locali Amici del Roero Docg” e per l’occasione potrai trovare in mescita oltre ai vini in carta della Cantina Careglio, anche i Roero Arneis e Roero Docg di altre due cantine del territorio!

 

Precedentemente in questa regione: Pörlapa: la Barbera che stupisce

L’autentica poesia del Santa Maddalena

Di ritorno dal recente viaggio in terre altoatesine, oggi vi raccontiamo della nostra visita al podere Messnerhof, sui pendii a nord di Bolzano, zona di produzione classica del Santa Maddalena.

E’ ormai notte fonda quando imbocchiamo lo stretto stradello che conduce alla Tenuta, dove un caldo ed accogliente letto ci aspetta. Viaggiare di notte è faticoso, ma è il modo migliore per avere qualche ora in più a disposizione per le nostre visite. L’indomani mattina ci alziamo di buona lena e raggiungiamo Bernhard, che ci accoglie con un garbato sorriso e la sua autentica gentilezza.

L’autentica poesia del Santa Maddalena
© Enoteca Giro di Vite

Insieme percorriamo un breve tratto a piedi costeggiando i vigneti. Il rigore dell’inverno ha spogliato le viti del loro verde brillante permettendo così di cogliere una distesa di ordinatissimi filari che si inerpicano sulle colline circostanti. Lo sguardo spazia e coglie la città sottostante, le montagne che incorniciano il panorama e una piccola chiesetta dal caratteristico campanile, riempiendo gli occhi e il cuore di una pace assoluta. Raggiungiamo il vecchio fienile, oggi trasformato in un’elegante sala degustazione rigorosamente in legno con una vista mozzafiato sulla città.

Seduti al bancone, Bernhard versa un calice di Santa Maddalena e ci racconta dell’ultima vendemmia e delle recenti attività dell’azienda. Sarà per il suo ruolo di docente all’Istituto Tecnico Agrario, ma Bernhard ha la capacità di rendere particolarmente piacevole la conversazione.

Questo elegante uvaggio color rosso rubino viene ottenuto da due vitigni autoctoni, la Schiava e, in piccola parte, il Lagrein che gli conferisce colore e struttura. In passato questo vino, che prende il nome dal paese di Santa Maddalena alle porte di Bolzano, oltre a rivestire un ruolo di primo piano nella produzione vinicola altoatesina, era anche uno dei rossi più noti d’Italia. La Schiava, frutto di uno dei più antichi vitigni autoctoni dell’Alto Adige troppo spesso rimasta nell’ombra a causa della sua delicatezza e aromaticità, raggiunge in questo vino una delle sue massime espressioni, grazie al particolare terroir che contraddistingue la sua zona produzione.

L’autentica poesia di questo vino è nella sua capacità di entrare nel cuore di chi lo assaggia con la stessa eleganza e garbo delle persone che abitano la sua terra d’origine. La sua unicità e quella classe tipica dei vitigni poco tannici lo rendono piacevole e appagante come la compagnia di Bernhard.

Con i suoi sentori di frutta e fiori e il suo armonico equilibrio tra tannini e acidità, questo vino è particolarmente versatile, perfetto per accompagnare antipasti e specialità tipiche della cucina tirolese, speck e affettati, ma anche con carni bianche, pesce e formaggi.

Il tempo scorre veloce quando si è in piacevole compagnia: Bernhard e il suo Santa Maddalena hanno anche questo magico potere. E’ tardi dovremmo ripartire, altre visite in cantina ci aspettano. Ma la pace che permea queste colline è un chiaro invito a restare. D’altra parte, cosa ci può essere di meglio che risvegliarsi al mattino, aprire la finestra e respirare la frizzante aria dicembrina tra i filari del vigneto?

Tenuta Messnerhof 
Bolzano

Precedentemente in questa regione: Il Riesling, lo Speck e il Vecchio Maso

Un Mercoledì da Vignaioli

Seconda Edizione per l’evento Un Mercoledì da Vignaioli, in programma mercoledì 24 ottobre, ad un mese esatto dal Mercato dei Vini dei Vignaioli di Piacenza.

Lo scopo è quello di raccontare la realtà dei Vignaioli Indipendenti FIVI e per far ciò saranno presenti presso ciascun Punto di Affezione due vignaioli che spiegheranno agli ospiti cos’è la Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti e qual è lo spirito che la anima.
Si parlerà anche del Mercato dei Vini dei Vignaioli di Piacenza, per il quale a fine serata tutti i partecipanti riceveranno un biglietto omaggio per entrare il 24 o il 25 novembre.

Insieme agli altri due Punti di Affezione di Bologna, abbiamo creato un volantino comune, con tre differenti proposte per raccontare la FIVI ciascuno a proprio modo.

Noi proponiamo una cena con  5 piatti abbinati a 5 vini di Vignaioli Indipendenti, in un ideale viaggio enologico attraverso l’Italia.

Mercoledì 24 Ottobre, alle 20:30


Menù e Abbinamenti

Belmount – Boni Luigi (Emilia Romagna)
Av  Arcurdé la Lasagna?

Case Bianche – Enza la Fauci (Sicilia)
La Pasta e le Sarde

Santa Maddalena Classico – Messnerhof  (Trentino Alto Adige)
Porcini, Speck e Pane Vecchio

Aglianico di Baal – Casa di Baal (Campania)
Un Pacchero Genovese

Recioto della Valpolicella Classico – Mizzon (Veneto)
Cioccolato, Crema e Frutti Rossi

***

Per la serata è richiesto un contributo di € 40,00 a persona.

Ricordiamo che la degustazione inizia per tutti alle 20:30.

Data la natura dell’evento è necessaria la prenotazione.

Per informazioni e prenotazioni potete contattarci allo 051.35.46.171 oppure tramite mail info@enotecagirodivite.it

Vi Aspettiamo!

I vulcanici fratelli Skok e l’esuberante Zabura del Collio

Il nostro viaggio enologico continua e ci conduce in terra friulana, più precisamente nel Collio.

Diviso dal Carso dal corso dell’Isonzo, questo lembo di terra ancorato tra Italia e Slovenia dove, da sempre, la natura non ha confini precisi, offre un incantevole paesaggio di dolci colline votate sin dai tempi antichi alla viticultura per la particolarità del clima e per il tipo di terreno.
E’ una terra di confine e di vini unici, ma il più conosciuto e diffuso della regione ha origine da un antichissimo vitigno autoctono ed è il Tocai Friulano.

E’ difficile districarsi tra leggenda e realtà quando si parla delle origini di questo antico vitigno. Di certo c’è solo il fatto che da sempre hanno incrociato la strada del Tokaji ungherese ed è il motivo per il quale, dopo il 31 marzo del 2007, il Tocai ha perso il suo nome.

Il Consiglio dell’Unione Europea decretò, infatti, che solo il vino ungherese potesse chiamarsi Tokaji impedendo, di fatto, di utilizzare quel nome e le sue varianti di grafia a tutti gli altri vini ugualmente o similmente nominati.
La decisione suscitò numerose polemiche, sostenute dal fatto che il Tocai Friulano era l’unico Tocai a prendere il nome dall’uva stessa.
Ma proprio in virtù delle norme sulla proprietà intellettuale della Organizzazione Mondiale del Commercio, in caso di omonimia tra un’indicazione geografica e una denominazione che riprende il nome di un vitigno è la prima che deve prevalere.

Se vi state chiedendo il motivo di tale similitudine nei nomi nonostante le evidenti differenze di tipologia di vino, possiamo dirvi che anche in questo caso il confine tra storia e leggenda è piuttosto labile.
Le origini di questa diatriba, infatti, risalgono a tempi ben più lontani del marzo 2007 tuttavia, non è facile stabilire con certezza quale dei due vini abbia avuto origine per primo proprio in virtù dei numerosi  scambi di vitigni tra Friuli Venezia Giulia e Ungheria avvenuti nel corso dei secoli.

Ed è così che la storia di questo vino dal passato glorioso continua, anche se sotto il nuovo nome di “Friulano”.

Eccoci allora raggiungere, in un tiepido pomeriggio autunnale, San Floriano del Collio e più precisamente la bellissima Giasbana.
Ad attenderci troviamo Orietta e Edi Skok che, da ottimi padroni di casa, ci accolgono con consueto calore e affetto e ci accompagnano nella splendida terrazza immersa nel verde dei filari di Villa Jasbinae.
Ci accomodiamo su morbidi cuscini e godiamo del lussureggiante panorama dei vigneti di Sauvignon e Friulano che sembrano rincorrersi lungo i dolci declivi delle colline circostanti.

E così, in questa oasi di silenzio e di pace, sorseggiamo un calice di Zabura.
Ne approfittiamo per scambiare qualche parola con i vulcanici fratelli Skok, che con la stessa complicità degli amici di vecchia data, ci raccontano con dovizia di particolari l’impegnativo lavoro in vigna e le origini di questo vino.
Apprendiamo così che il suo è un nome antico, legato direttamente alla loro azienda. Già nelle antiche mappe catastali dell’Impero Austriaco che rappresentano la tenuta Skok è indicato l’appezzamento di terreno – il Cru – proprio con questo nome.
Edi ci mostra le vigne che sono messe a dimora sulla cima di una collina esposta ad est: sono solo otto i filari di Zabura.

Dimentichi del tempo che scorre, degustiamo sorso a sorso questo vino accattivante e lo scopriamo particolarmente minerale e sapido. Orietta ci spiega che sono caratteristiche proprie dei vini che nascono nelle soleggiate colline di Giasbana, dove la Ponca, un particolare terreno composto da stratificazioni di marne argillose e arenarie sabbiose ricche di minerali, dona al vino un impronta particolare e unica.
L’evoluzione nel calice ci fa percepire sentori di fiori di campo e piacevoli profumi di mandorla e miele, e quello stesso sentore di mandorla che lascia nel finale in bocca ci permette di apprezzarne l’eleganza.

Il Friulano è, per definizione e sentimento, il vino dei friulani, per questo motivo si sposa bene con un altro prodotto autoctono per eccellenza: il Prosciutto di Cormòns di D’Osvaldo. La mineralità del vino, infatti, ben si abbina alla morbida grassezza di questo prosciutto.
Interessante anche l’incontro con gli asparagi e le erbe primaverili, che ben si coniugano alla piacevole aromaticità dello Zabura. Splendido con pesce e crostacei.

La grande struttura di questo vino dal colore dell’oro accompagnata al tempo stesso da gentilezza e rotondità inevitabilmente rimanda, in un piacevole ed intrigante equilibrio, alla forza di questa terra selvaggia e all’amore profondo per il vino buono a cui i fratelli Skok portano avanti con grande dedizione.

Perché se fai vino solo per venderlo non hai capito neanche la metà della verità invece se lo fai per dare piacere agli altri è tutta un altra storia. Parola di Orietta Skok.

Azienda Vinicola Skok 
Località Giasbana – San Floriano del Collio (Gorizia)

 

Precedentemente in questa regione: La Vitovska e il Castello della Memoria

Il Kalimera e la magia di Aenaria

E’ una soleggiata tarda mattina di fine primavera, quando lasciamo il caotico traffico di Ischia Porto per raggiungere Serrara Fontana dove, a Tenuta Kalimera, ci aspettano Federica e Pasquale.
E proprio in questo angolo di paradiso vengono allevate le viti di Biancolella che danno vita al vino che ne porta il nome: il Kalimera.

Questo antico vitigno a bacca bianca predilige i terreni di origine vulcanica e ha trovato in questa isola, come nei vicini Campi Flegrei, la sua terra d’elezione donando ai vini il caratteristico profumo fruttato e mediterraneo.
Si pensa che le prime barbatelle siano state introdotte sull’Isola dagli Antichi Greci, rimasti colpiti dalla fertilità delle sue terre di origine vulcanica e dal clima mite ideale per la crescita della vite.

Quella del vino dunque è molto più che un’antica tradizione, è l’anima stessa di Ischia.
Questo nesso indissolubile tra i primi insediamenti e la coltivazione della vite si ritrova anche nel nome con cui era conosciuta l’isola: se per i Romani era Aenaria (dal greco “Oinaria”), per Virgilio e Ovidio era invece Inarim, la “vite”.
I vitigni allevati, il sistema di terrazzamento – che fa rientrare il territorio ischitano nella cosiddetta viticoltura eroica – finanche la struttura delle cantine sono le evidenti prove di quanto l’impronta greca sia presente ancora oggi.

Federica si affaccia dalla cantina e ci accoglie con un caloroso sorriso. La tavola sotto la pergola di canne è apparecchiata con i colori dell’isola.
Mentre attendiamo l’arrivo di Pasquale impegnato nell’imbottigliamento, ci facciamo accompagnare da Federica in una passeggiata nei vigneti circostanti.

Ci dirigiamo verso una piccola altura e nel frattempo ascoltiamo attenti la storia della cantina. Cogliamo una scintilla nei suoi occhi colore del cielo mentre ci parla della filosofia con cui si dedicano alla cura delle viti, una filosofia che abbraccia la biodinamica e che si basa sul profondo rispetto che Pasquale nutre per la terra.

E in questo contesto fatto di ripidi terrazzamenti che paiono abbracciare il Monte Epomeo – le parracine – dove i pochi filari ospitati sembrano snodarsi tra i muretti a secco di tufo verde, è chiaro che l’intervento manuale dell’uomo è l’unico possibile.
Lo spazio è poco, come dappertutto sull’isola, ma il panorama lascia senza fiato.
Ovunque si volga lo sguardo è possibile cogliere la meraviglia che circonda Tenuta Kalimera, con le verdi colline che scendo fino alla costa, dove incontrano il blu profondo del mare. Siamo fortunati, il piacevole venticello fresco che ci fa compagnia dalla mattina ci permette anche di ammirare Capri e Punta Campanella.
Il senso di pace che questo luogo incantato sa trasmettere non ha eguali.

Nel frattempo ci raggiunge Pasquale, è visibilmente stanco ma trova ugualmente un po’ di tempo da dedicarci. Questi piccoli gesti di profonda gentilezza e cura nei nostri riguardi sanno toccare le corde del cuore e lasciano inevitabilmente un segno. Forse non è poi così incredibile credere che un lavoro che implica un contatto così intimo con la terra e la natura richieda una nobiltà d’animo non comune ma che accomuna tutti coloro che lo praticano con amore e rispetto, senza distinzione di regione o età.
Non finiremo mai di stupirci delle meravigliose sorprese che il mondo del vino riserva.

Ritorniamo sui nostri passi e raggiungiamo quella che sembra una grotta scavata nel tufo verde della collina: è l’ingresso dell’antica cantina e rappresenta la storia della viticultura ischitana.

La voce pacata di Pasquale ci guida in una sorta di viaggio nella storia dove scopriamo che la cisterna dell’acqua, la caldaia e il palmento sono da sempre elementi comuni a tutte le cantine dell’isola.
La cisterna raccoglieva l’acqua piovana che veniva utilizzata per pulire la cantina e le attrezzature, che venivano poi sterilizzate nell’acqua bollente ottenuta grazie alla caldaia.

Attingendo ai ricordi lasciati in eredità dal nonno, Pasquale ci racconta che in realtà lo scopo principale della caldaia era quello di ottenere il mosto ridotto, indispensabile per conferire maggiore rotondità e profumo al vino.
In tempo di vendemmia, infatti, erano soliti bollire in alcuni grossi pentoloni una parte di mosto fresco insieme a origano e mele cotogne. Una volta ridotto, veniva poi aggiunto al mosto normale.

Un altro salto nel passato ci porta sino all’epoca degli Antichi Greci, dai quali ha origine l’uso del palmento che troviamo accanto al portone della cantina.
Questa antica vasca veniva utilizzata per la pigiatura che, solitamente, si strutturava in due fasi.
La prima, manuale, era una pressatura a “piedi” dell’uva, la seconda, invece era necessaria per spremere a fondo le vinacce e avveniva con l’utilizzo di un torchio rudimentale ottenuto con pali di castagno e un grosso masso di tufo forato (Pietra Torcia).

Varchiamo il portone e nella penombra delle luci delle lampade continuiamo la visita alla cantina: la maestosità di questo ambiente lascia senza parole, soprattutto sapendo che è il frutto di un immenso lavoro umano. Non una, ma tre le cantine collegate tra loro, è davvero inimmaginabile la quantità di uva che veniva prodotta.
E con Pasquale ci avventuriamo all’interno, tra cunicoli che collegano altri palmenti e vecchie botti, per vedere l’ultimo elemento essenziale di una tipica cantina ischitana: la ventarola, un vero e proprio tunnel che arriva sino alle pendici del monte Epomeo da dove convoglia aria fresca.

Uscire dalla cantina è come risvegliarsi da un sogno, ma Federica ci aspetta per pranzo, insieme ad una bottiglia di Kalimera, annata 2011.
Il vino ha un bellissimo colore giallo paglierino, i tre mesi di permanenza sui lieviti e gli anni di riposo in bottiglia gli hanno conferito profumi fini ed eleganti di agrumi, erbe aromatiche e spezie.
Ne assaggiamo un sorso: la sua incredibile freschezza gli ha garantito una bella evoluzione e, insieme ad una buona sapidità minerale, conferiscono al Kalimera una personalità peculiare, che racchiude al suo interno tutta l’energia e la forza dell’isola.
Con i suoi sentori che spaziano dall’agrume al profumo della sabbia di mare e il suo armonico equilibrio, questo elegante vino bianco è particolarmente adatto per accompagnare piatti a base di pesce, crostacei, carni bianche (come il tradizionale coniglio all’ischitana) e formaggi.

E’ quasi ora di rientrare, Pasquale deve tornare al lavoro e noi gli abbiamo già rubato troppo tempo.
A nostra discolpa possiamo solo dire che la magia di Aenaria sa trasportare lontano.

Cantina Cenatiempo
Serrara Fontana – Ischia

Vignaioli in Quartiere

Difendere e diffondere la cultura del vino di qualità attraverso la figura centrale del Vignaiolo. Questo, in sintesi, il manifesto di FIVI, la Federazione Italiana dei Vignaioli Indipendenti attiva dal 2008 e sempre più protagonista negli ultimi anni del panorama vitivinicolo italiano.

Per raccontare la “Missione” FIVI e ribadire la nostra scelta, come locale, di costruire una carta dei vini prevalentemente incentrata sulla figura del vignaiolo indipendente, promuovendo prodotti e produttori di qualità nasce  Vignaioli in Quartiere, il banco d’assaggio di inizio estate nato in collaborazione con i Vignaioli FIVI.
Un piccolo Mercato dei Vini di Vignaioli FIVI e con Vignaioli FIVI, presenti personalmente per parlare dei loro vini.

Dal tardo pomeriggio e per tutta la serata, degustazione libera dei vini proposti da parte dei partecipanti e vendita diretta delle bottiglie attraverso l’enoteca.

Il nostro obiettivo? Trasformarlo in un appuntamento fisso di inizio estate, per incontrarci e scambiarci, come in ogni occasione, pensieri e sensazioni.

Edizione 2018

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