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Il Kalimera e la magia di Aenaria

E’ una soleggiata tarda mattina di fine primavera, quando lasciamo il caotico traffico di Ischia Porto per raggiungere Serrara Fontana dove, a Tenuta Kalimera, ci aspettano Federica e Pasquale.
E proprio in questo angolo di paradiso vengono allevate le viti di Biancolella che danno vita al vino che ne porta il nome: il Kalimera.

Questo antico vitigno a bacca bianca predilige i terreni di origine vulcanica e ha trovato in questa isola, come nei vicini Campi Flegrei, la sua terra d’elezione donando ai vini il caratteristico profumo fruttato e mediterraneo.
Si pensa che le prime barbatelle siano state introdotte sull’Isola dagli Antichi Greci, rimasti colpiti dalla fertilità delle sue terre di origine vulcanica e dal clima mite ideale per la crescita della vite.

Quella del vino dunque è molto più che un’antica tradizione, è l’anima stessa di Ischia.
Questo nesso indissolubile tra i primi insediamenti e la coltivazione della vite si ritrova anche nel nome con cui era conosciuta l’isola: se per i Romani era Aenaria (dal greco “Oinaria”), per Virgilio e Ovidio era invece Inarim, la “vite”.
I vitigni allevati, il sistema di terrazzamento – che fa rientrare il territorio ischitano nella cosiddetta viticoltura eroica – finanche la struttura delle cantine sono le evidenti prove di quanto l’impronta greca sia presente ancora oggi.

Federica si affaccia dalla cantina e ci accoglie con un caloroso sorriso. La tavola sotto la pergola di canne è apparecchiata con i colori dell’isola.
Mentre attendiamo l’arrivo di Pasquale impegnato nell’imbottigliamento, ci facciamo accompagnare da Federica in una passeggiata nei vigneti circostanti.

Ci dirigiamo verso una piccola altura e nel frattempo ascoltiamo attenti la storia della cantina. Cogliamo una scintilla nei suoi occhi colore del cielo mentre ci parla della filosofia con cui si dedicano alla cura delle viti, una filosofia che abbraccia la biodinamica e che si basa sul profondo rispetto che Pasquale nutre per la terra.

E in questo contesto fatto di ripidi terrazzamenti che paiono abbracciare il Monte Epomeo – le parracine – dove i pochi filari ospitati sembrano snodarsi tra i muretti a secco di tufo verde, è chiaro che l’intervento manuale dell’uomo è l’unico possibile.
Lo spazio è poco, come dappertutto sull’isola, ma il panorama lascia senza fiato.
Ovunque si volga lo sguardo è possibile cogliere la meraviglia che circonda Tenuta Kalimera, con le verdi colline che scendo fino alla costa, dove incontrano il blu profondo del mare. Siamo fortunati, il piacevole venticello fresco che ci fa compagnia dalla mattina ci permette anche di ammirare Capri e Punta Campanella.
Il senso di pace che questo luogo incantato sa trasmettere non ha eguali.

Nel frattempo ci raggiunge Pasquale, è visibilmente stanco ma trova ugualmente un po’ di tempo da dedicarci. Questi piccoli gesti di profonda gentilezza e cura nei nostri riguardi sanno toccare le corde del cuore e lasciano inevitabilmente un segno. Forse non è poi così incredibile credere che un lavoro che implica un contatto così intimo con la terra e la natura richieda una nobiltà d’animo non comune ma che accomuna tutti coloro che lo praticano con amore e rispetto, senza distinzione di regione o età.
Non finiremo mai di stupirci delle meravigliose sorprese che il mondo del vino riserva.

Ritorniamo sui nostri passi e raggiungiamo quella che sembra una grotta scavata nel tufo verde della collina: è l’ingresso dell’antica cantina e rappresenta la storia della viticultura ischitana.

La voce pacata di Pasquale ci guida in una sorta di viaggio nella storia dove scopriamo che la cisterna dell’acqua, la caldaia e il palmento sono da sempre elementi comuni a tutte le cantine dell’isola.
La cisterna raccoglieva l’acqua piovana che veniva utilizzata per pulire la cantina e le attrezzature, che venivano poi sterilizzate nell’acqua bollente ottenuta grazie alla caldaia.

Attingendo ai ricordi lasciati in eredità dal nonno, Pasquale ci racconta che in realtà lo scopo principale della caldaia era quello di ottenere il mosto ridotto, indispensabile per conferire maggiore rotondità e profumo al vino.
In tempo di vendemmia, infatti, erano soliti bollire in alcuni grossi pentoloni una parte di mosto fresco insieme a origano e mele cotogne. Una volta ridotto, veniva poi aggiunto al mosto normale.

Un altro salto nel passato ci porta sino all’epoca degli Antichi Greci, dai quali ha origine l’uso del palmento che troviamo accanto al portone della cantina.
Questa antica vasca veniva utilizzata per la pigiatura che, solitamente, si strutturava in due fasi.
La prima, manuale, era una pressatura a “piedi” dell’uva, la seconda, invece era necessaria per spremere a fondo le vinacce e avveniva con l’utilizzo di un torchio rudimentale ottenuto con pali di castagno e un grosso masso di tufo forato (Pietra Torcia).

Varchiamo il portone e nella penombra delle luci delle lampade continuiamo la visita alla cantina: la maestosità di questo ambiente lascia senza parole, soprattutto sapendo che è il frutto di un immenso lavoro umano. Non una, ma tre le cantine collegate tra loro, è davvero inimmaginabile la quantità di uva che veniva prodotta.
E con Pasquale ci avventuriamo all’interno, tra cunicoli che collegano altri palmenti e vecchie botti, per vedere l’ultimo elemento essenziale di una tipica cantina ischitana: la ventarola, un vero e proprio tunnel che arriva sino alle pendici del monte Epomeo da dove convoglia aria fresca.

Uscire dalla cantina è come risvegliarsi da un sogno, ma Federica ci aspetta per pranzo, insieme ad una bottiglia di Kalimera, annata 2011.
Il vino ha un bellissimo colore giallo paglierino, i tre mesi di permanenza sui lieviti e gli anni di riposo in bottiglia gli hanno conferito profumi fini ed eleganti di agrumi, erbe aromatiche e spezie.
Ne assaggiamo un sorso: la sua incredibile freschezza gli ha garantito una bella evoluzione e, insieme ad una buona sapidità minerale, conferiscono al Kalimera una personalità peculiare, che racchiude al suo interno tutta l’energia e la forza dell’isola.
Con i suoi sentori che spaziano dall’agrume al profumo della sabbia di mare e il suo armonico equilibrio, questo elegante vino bianco è particolarmente adatto per accompagnare piatti a base di pesce, crostacei, carni bianche (come il tradizionale coniglio all’ischitana) e formaggi.

E’ quasi ora di rientrare, Pasquale deve tornare al lavoro e noi gli abbiamo già rubato troppo tempo.
A nostra discolpa possiamo solo dire che la magia di Aenaria sa trasportare lontano.

Cantina Cenatiempo
Serrara Fontana – Ischia

Vignaioli in Quartiere

Difendere e diffondere la cultura del vino di qualità attraverso la figura centrale del Vignaiolo. Questo, in sintesi, il manifesto di FIVI, la Federazione Italiana dei Vignaioli Indipendenti attiva dal 2008 e sempre più protagonista negli ultimi anni del panorama vitivinicolo italiano.

Per raccontare la “Missione” FIVI e ribadire la nostra scelta, come locale, di costruire una carta dei vini prevalentemente incentrata sulla figura del vignaiolo indipendente, promuovendo prodotti e produttori di qualità nasce  Vignaioli in Quartiere, il banco d’assaggio di inizio estate nato in collaborazione con i Vignaioli FIVI.
Un piccolo Mercato dei Vini di Vignaioli FIVI e con Vignaioli FIVI, presenti personalmente per parlare dei loro vini.

Dal tardo pomeriggio e per tutta la serata, degustazione libera dei vini proposti da parte dei partecipanti e vendita diretta delle bottiglie attraverso l’enoteca.

Il nostro obiettivo? Trasformarlo in un appuntamento fisso di inizio estate, per incontrarci e scambiarci, come in ogni occasione, pensieri e sensazioni.

Edizione 2018

Edizione 2019

 

Vignaioli in Quartiere – prima edizione

Vignaioli in Quartiere è il nuovo appuntamento dell’estate. E’ un Banco d’assaggio in collaborazione con i vignaioli FIVI, un piccolo Mercato dei Vini dove degustare, chiacchierare ed eventualmente acquistare le bottiglie direttamente dal produttore.
Coglieremo l’occasione per spiegare la “Missione“ FIVI e inoltre per motivare la nostra scelta, come locale, di costruire una carta prevalentemente incentrata sulla figura del vignaiolo indipendente, promuovendo prodotti e produttori di qualità.

L’evento si svolgerà all’aperto, nel dehor dell’enoteca e nel portico antistante, comunque al riparo da un’eventuale pioggia.

Per chi ha appetito

La cucina del Giro di Vite non svolgerà il normale servizio ma si prepareranno piccole tapas a finger food in modo da rendere la serata meno impegnativa.

Quanto costa partecipare

L’ingresso al banco di assaggio sarà di € 10,00 per il pubblico con € 5,00 di cauzione per il bicchiere.
E’ prevista una riduzione di 2,00 € sul costo dell’ingresso per i soci AIS, AIES, ONAV e FISAR.
Le tapas saranno vendute a € 2,50 l’una, con la possibilità di un carnet da 5 tapas a € 10,00.

I vignaioli che hanno aderito all’iniziativa:

Lodi Corazza – Colli Bolognesi
Luigi Boni – Emilia
Ancarani – Romagna
Flaibani – Colli Orientali del Friuli
Terre del Faet – Collio
Ermes Pavese – Valle d’Aosta
Enza la Fauci – Sicilia
Dornach – Alto Adige
Mizzon – Valpolicella
Tomassetti – Marche
Zanotelli – Trentino
Manincor – Alto Adige
H.Lentsch – Alto Adige
Le Ragose – Valpolicella
Villa Job – Colli Orientali del Friuli
Marta Valpiani – Romagna
Terre di Macerato – Romagna
Mariotto – Colli Tortonesi
Picchioni – OltrePo Pavese
I Carpini – Colli Tortonesi
Colle del Bricco – OltrePo Pavese
Raina – Umbria
Conventino – Romagna
Cantine Viola – Calabria

Grazie a:

The Foodie FighterGabriele OrsiSala&CucinaGourmettoria per aver parlato di noi!

Punto d’Affezione Nazionale FIVI

Sabato 25 novembre 2017 è stata una giornata speciale per l’Enoteca Giro di Vite!

Siamo stati invitati a Piacenza per partecipare alla cerimonia di apertura del Mercato dei Vini in occasione della quale abbiamo ricevuto il prestigioso riconoscimento di Punto d’Affezione Nazionale FIVI da parte della Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti.

Questo speciale progetto di collaborazione tra la FIVI e i locali che scelgono di proporre ai propri ospiti vini di Vignaioli Indipendenti è nato per riconoscere e premiare l’impegno nella valorizzazione del  patrimonio enologico nazionale anche attraverso la presentazione della Federazione e di quale sia lo spirito che la anima.

Spirito che anima anche noi del Giro di Vite, che abbiamo scelto di mettere al centro della nostra Carta dei Vini la figura del vignaiolo. In ogni bottiglia che aprite, in ogni calice che degustate, c’è sempre la sua passione per la vigna e il suo costante lavoro. Ed è grazie al solido rapporto  di  fiducia che abbiamo costruito con tutti loro nel corso di questi anni,  fatto di conoscenza e di momenti di condivisione, se abbiamo avuto il privilegio di ottenere questo importante riconoscimento.

punto d'affezione FIVI
Cerimonia d’apertura del Mercato FIVI 2017

E per raccontare la realtà dei Vignaioli Indipendenti, è nato l’evento Un Mercoledì da Vignaioli, ogni anno in calendario esattamente un mese prima del Mercato dei Vini di Piacenza.
In questa data ciascun Punto d’Affezione Nazionale FIVI ha il compito di organizzare una serata in compagnia di due vignaioli dove tutti i partecipanti ricevono in omaggio un biglietto di ingresso al Mercato dei Vini.

Il nostro primo Mercoledì da Vignaioli:

Pörlapà: la Barbera che stupisce

Il Piemonte è colline vitate e noccioleti, è il pranzo della domenica e le strade libere dal traffico, è la tradizione e la culla della filosofia Slow Food.
Il Piemonte è una bellezza quieta da apprezzare senza correre e la nostra evasione dalla frenesia quotidiana.
Non abbiamo bisogno di scuse o pretesti per tornare: è il dolce richiamo di casa.

E così, in una assolata domenica primaverile, raggiungiamo Costigliole d’Asti, terra d’elezione per la coltivazione del più importante, per diffusione sul territorio, vitigno a bacca nera del Piemonte: la Vitis Vinifera Montisferratensis, meglio conosciuto come Barbera.
Dalle sue uve si ricava la Barbera (rigorosamente al femminile), per decenni ha rappresentato il classico vino rosso “da pasto”, legato alle antiche tradizioni contadine. E’ un vitigno le cui uve hanno una buona resa, che regalano vini piuttosto alcolici e colorati e con un’elevata acidità fissa che ne facilita la conservazione.

Il calore con cui Giorgio e Roberto ci accolgono ogni volta che facciamo ritorno tra queste dolci colline, la semplice e raffinata bellezza della sala di degustazione e il senso di sopraffazione che inevitabilmente proviamo alla vista spettacolare dei vigneti che si coglie dalle ampie vetrate, sanno infondere una sensazione di pace e tranquillità, la stessa sensazione di benessere che si prova quando si torna a casa dopo tanto tempo.

Ci accomodiamo ad un tavolo, davanti ad una bottiglia di Pörlapà.
Il suo colore rosso rubino intenso e quei suoi caratteristici profumi di frutta matura e spezie rendono questa Barbera un vino affascinante, il suo affinamento in barrique per 18 mesi, fa si che al palato abbia tannini decisi ma non aggressivi e un buon corpo ma è la sua incredibile freschezza ad invogliarci a berne un altro calice.
Ed è chiaro già dal primo sorso per quale motivo abbiano scelto questo nome per il loro vino più importante: questa tipica esclamazione dialettale significa, infatti, restare senza parole ammirati e stupiti.
Stupiti per l’eleganza particolare, molto fine ed equilibrata, stupiti perché in un solo calice c’è tutta la storia della famiglia Boeri.

E’ il lontano 1936 quando Giovanni Boeri, nonno di Giorgio e Roberto, impianta questo vigneto sulla collina di Bricco Quaglia, e da allora i suoi frutti sono utilizzati per dare vita a questo superbo vino che ad ogni assaggio sa svelare una parte di sé, così incredibilmente fiero della sua personalità e che nulla ha da invidiare per qualità e gusto ai più rinomati “cugini” da uve Nebbiolo.

E come ogni vino fatto con il cuore, ha la capacità di trasmettere emozioni.
Perché, vedete, quello del vignaiolo non è solamente un mestiere, bisogna averlo nel sangue: il vino è come uno specchio che riflette l’anima di chi lo ha creato.
Quando si fa la conoscenza di persone come Giorgio e Roberto, si ha il privilegio di scoprire un mondo fatto di legami di amicizia forti, che vanno ben oltre a rapporti meramente commerciali.
E ci si ritrova a parlare per ore, del vino e della vita.
Ed è così piacevole rallentare il passo, ogni tanto.

Boeri Vini
Costigliole d’Asti – Asti

Precedentemente in questa regione: Bruno Porro e la Terra del Dolcetto

Il Riesling, lo Speck e il Vecchio Maso

Marzo. Dopo un abbondante nevicata la voglia di vacanze si fa sentire. Quale scusa migliore di andare a fare una visita in cantina per salire sull’auto e partire?
Questa volta andiamo nella Valle Isarco, in Sudtirolo, per parlare di un vitigno originario della Germania: il Riesling.

Il principe di Mosella e Alsazia è sicuramente tra i vini più apprezzati dagli appassionati per le caratteristiche uniche che lo contraddistinguono, a partire dai tipici profumi di idrocarburi.
Il vitigno è stato inserito in Alto Adige dall’arciduca Giovanni d’Austria nell’Ottocento e nei pendii scoscesi della Valle Isarco ha trovato le condizioni ideali per regalare vini molto equilibrati, minerali e puliti.

La voglia di assaporare ogni istante del viaggio ci fa decidere di evitare l’autostrada e di raggiungere la Tenuta Röck percorrendo la statale che segue il corso del fiume Isarco.
Imboccata una strada con ampi tornanti risaliamo dalla valle e raggiungiamo Villandro, una bella insegna in legno ci informa che abbiamo raggiunto la cantina.
Un antico maso, che scopriremo essere del 16° secolo, attira subito la nostra attenzione. Ci accoglie Konrad, occhi castani e sguardo penetrante. Ci accomodiamo nella stube, storicamente la stanza più importante e cuore pulsante del maso, pervasa da un inebriante profumo di legno. Davanti ad un tagliere di speck tagliato al coltello e Schüttelbrot, Konrad ci presenta una dopa l’altra le bottiglie dei suoi vini con l’amore e l’entusiasmo di un padre.

Ci soffermiamo sul Riesling, dal colore giallo paglierino dai leggeri riflessi verdognoli: è bastato avvicinare il calice al naso per rimanere colpiti da quel suo profumo intenso di frutta bianca acerba che si discosta dai più classici sentori solitamente associati a questo vino.
E con il primo sorso entra nel cuore. Dapprima in in punta di piedi,  poi, così diretto e senza fronzoli, ti avvolge come una stretta di mano decisa ma non opprimente, è l’entusiasmo sussurrato di Konrad, è il suo profondo sguardo che sembra leggerti dentro.

Appagato dalla nostra curiosità, Konrad ci racconta dalla insolita vendemmia delle uve, che vengono raccolte tre volte, nel mese di ottobre, novembre e all’inizio di gennaio. Quest’ultima, viene poi lasciata in fienile per l’appassimento.
Il primo esperimento di induzione alla fermentazione con pied de cuve ha portato un risultato piuttosto interessante, un vino non banale con una buona acidità che, se giustamente conservato, potrebbe garantirgli una bella evoluzione nel tempo.
Ottimo come aperitivo, si sposa molto bene con piatti a base di crostacei, pesce crudo, carni bianche e con i formaggi freschi.

Nonostante la natura sia ancora in letargo, la pace che ci circonda ci invoglia e restare. Konrad ci guida in un ultimo giro prima di ripartire. Una porta nasconde l’ultima meraviglia di questo maso: la sala di affumicatura dello speck. La luce della piccola finestra sul fondo della stanza dalle pareti nere di fumo, illumina come in un dipinto di Caravaggio speck appesi e una vecchia stufa economica. Saliamo in auto con la stessa esaltazione di chi è appena uscito da una macchina del tempo, consapevoli che il profumo di carne stagionata e di fuliggine al legno di ginepro sarà un ricordo indelebile di questo viaggio .

Tenuta Röck
Villandro – Bolzano

 

Il Giovin Andrea e l’Albana da… Panico

Se diciamo Albana immediatamente penserete alla Romagna. Ma forse non sapete che fino a qualche decennio fa questo vitigno era molto diffuso anche nei dintorni di Bologna.
Anche se siete ancora scettici, sul nostro appennino resistono gli ultimi ettari emiliani dedicati a questo vitigno e ne abbiamo le prove! Andrea, giovane e appassionato titolare nonché enologo della Tenuta Folesano, ha prodotto da queste uve un Albana in purezza, il Gariete.
E’ da qualche tempo che manchiamo dalla cantina, per questo motivo in un’assolata e calda domenica di fine maggio abbiamo deciso di imboccare la Strada Statale Porrettana per raggiungere la Tenuta e scambiare due chiacchiere con Andrea. Lo troviamo ad attenderci all’ingresso della barricaia, con il suo sorriso solare e sincero.
L’incredibile capacità comunicativa di Andrea ci mette subito a nostro agio, il Gariete nei nostri calici, invece, ci invoglia a conoscere qualcosa di più sulle origini di questo antico vitigno. Esistono documenti che provano l’esistenza dell’Albana già dal 1300, tuttavia, alcune fondate ipotesi farebbero risalire il nome a quello latino dei Colli Albani, collocando la sua coltivazione addirittura in epoca Romana.
Nonostante la calura, Andrea si offre di accompagnarci per una passeggiata tra i vigneti. Ogni giorno c’è qualcosa da fare in vigna, soprattutto in primavera: la cimatura, la sfogliatura, il diradamento dei grappoli, la lotta ai parassiti ma l’entusiasmo e l’amore che si percepiscono dalle parole di Andrea sono così intensi che è facile comprendere per quale motivo i suoi vini siano così speciali. Passeggiando tra i filari notiamo che i caratteristici lunghi grappoli di questo vitigno stanno già prendendo forma e iniziano a fare capolino tra le foglie.
Rientriamo nell’accogliente sala da degustazione e, accaldati da un incredibilmente vigoroso sole primaverile, ci prendiamo il tempo per rinfrancarci con un ultimo calice di Gariete.
Un vino che, nonostante la struttura, risulta particolarmente fresco e di grande bevibilità, grazie ad una mineralità che lo rende piacevolmente sapido e saporito.
Di colore giallo dorato, al naso è fruttato con note floreali, per queste sue caratteristiche si adatta bene a preparazioni di pesce, crostacei e zuppe. Può essere servito anche con carni bianche, con minestre in brodo o come aperitivo.

Tenuta Folesano
Marzabotto – Bologna

 

La Vitovska e il Castello della Memoria

La nostra ricerca delle identità territoriali ci porta oggi a raccontarvi qualche aneddoto sulla Vitovska di Castello di Rubbia.
Approdiamo così nel Carso, una terra di confine unica, un affascinate e misterioso crocevia di lingue, culture, storie e popoli, dove la natura non è particolarmente benevola con la sua terra dura, i suoi inverni gelidi e la Bora che sferza i campi.
In questa terra nasce la Vitovska, antico vitigno autoctono a bacca bianca, poco conosciuto ma presente da tempo immemorabile.
Da sempre usato in assemblaggio con la Malvasia Istriana, da qualche anno sta iniziando a farsi apprezzare in purezza per la sua rigorosa autenticità.

In una assolata mattina autunnale percorriamo una tranquilla strada immersa nella spoglia campagna carsolina punteggiata di sommaco che in questa stagione si colora di un rosso fiammeggiante. Arriviamo davanti ad una grande porta di metallo che sembra condurre nelle viscere della collina, e proprio lì ad attenderci troviamo Nataša Černic, che ci accoglie con un solare sorriso.
Varchiamo la soglia di quella che una volta era una galleria di acceso ai rifugi della prima guerra mondiale in silenzio, consapevoli di trovarci al cospetto della Storia.
Ma è una volta entrati che abbiamo la sensazione di aver viaggiato nel tempo fino a giungere all’epoca di re, dame e cavalieri: davanti ai nostri occhi un’imponente cantina dall’austera bellezza, scavata nel grembo di un promontorio carsico alle spalle di una cannoniera, con le volte di pietra e le barricaie a vista.

Ci accomodiamo ad un tavolo per scambiare qualche parola, è difficile rimanere indifferenti all’entusiasmo e alla spontanea schiettezza di Nataša, le stesse caratteristiche che ritroviamo nella sua Vitovska, un vino genuino e senza ipocrisie, un sapiente equilibrio tra ragione ed emozione, con la capacità di arrivare diritto al cuore.
E’ l’espressione inconfondibile di questa terra, di buon spessore, con una particolare freschezza, minerale e con una buona acidità. E’ un vino piuttosto versatile, ottimo sia come aperitivo che degustato in accompagnamento a piatti di pesce e formaggi freschi.

E così ci rendiamo conto che, seduti nel silenzio della cantina, mentre sorseggiamo il vino che ci ha versato nel calice, stiamo assaporando la storia di questa famiglia e di questa terra di confine, unite fra loro da un legame indissolubile.

Castello di Rubbia
Savogna d’Isonzo – Gorizia

 

Bruno Porro e la Terra del Dolcetto

Esiste un legame profondo con il Piemonte e con le incredibili persone che abbiamo avuto il piacere di conoscere nel corso degli anni. Torniamo spesso in queste terre, è come una sorta di pellegrinaggio per rendere omaggio a quello che potremmo definire il punto di partenza della nostra avventura al Giro di Vite.
Oggi vi portiamo nella parte bassa delle Langhe, a Dogliani, dove il Dolcetto trova la sua massima espressione grazie alla sua eleganza e al suo potenziale evolutivo.

Meno conosciuto dei più blasonati Barolo e Barbaresco, il Dolcetto è il vino tradizionale di queste terre. E’ un vitigno di estrema delicatezza, sensibile al terreno, alle lavorazioni e alle variazioni del clima, per questo motivo richiede molto impegno e dedizione da parte di chi lo coltiva.
E così, guidando lungo le strade adagiate tra le colline disseminate di vigneti, godiamo del panorama mozzafiato che spazia dalle Alpi alla Langa del Barolo.

L’abbaiare di un cane annuncia il nostro arrivo all’Azienda Agricola Ribote e Bruno si affaccia al portone.
La “piemontesità” di Bruno è evidente già dalla sua semplice e genuina accoglienza, nulla ci fa sentire come a casa più del suo sorriso autentico e della sua stretta di mano vigorosa.
Ci accomodiamo al tavolo e innanzi ad un calice di Dolcetto ci raccontiamo le ultime novità di casa. Perché è quasi di famiglia, Bruno. Merito di Guido e Nadia che, soliti avventurarsi per vini in giro per l’Italia, arrivarono in azienda quasi per caso ormai più di 20 anni fa.

Assaggiamo un altro sorso di Dolcetto e realizziamo che questo vino dal carattere sincero, con una buona struttura e un sapore secco e armonico è l’espressione stessa della caparbietà e del profondo legame con le tradizioni di questa famiglia.

E’ un vino da tutto pasto elegante, che ben si sposa con piatti a base di carne o salumi, cotechino, primi piatti con sughi di carne e formaggi semi stagionati.

E’ un piacere ascoltare Bruno e i suoi aneddoti raccontati con il suo caratteristico intercalare piemontese, ma abbiamo altre cantine da visitare. Ripartiamo con il bagagliaio carico e la voglia di tornare presto tra queste colline.

Azienda Agricola Ribote
Dogliani – Cuneo