Archivi tag: vino bianco

Domus Giulii, la finezza del cedro, la forza del vento e l’intensità del mare.

La Sibilla. Domus Giulii 2010, Falanghina dei Campi Flegrei.

Vigneto a 350 mt s.l.m circa ovviamente su terreni sabbiosi e vulcanici.
Vino che sosta sulle sue bucce per 4 mesi.
Passaggio di un anno in legno ed affinamento di 4 mesi in bottiglia.
Stupendo colore giallo ambra con sfumature aranciate, intenso, limpido, pulito: è il biglietto da visita di un vino la cui eleganza si nota anche solo da come si muove nel calice.

Eleganza e grandissima complessità anche se la partenza al naso è un po’ contratta e principalmente dominata dai sentori idrocarburici.
Questi sono proprio comuni a tutti i bianchi della cantina, notevole la presenza anche nell’altra falanghina “Cruna deLago”.

Aprendosi, non ci mette poi tanto: giusto un paio di boccate d’ossigeno ed esce tutto il frutto maturo, candito, esotico, la bellezza e la freschezza degli agrumi, la finezza del cedro e la macchia mediterranea, il vento e lo iodio, il caldo ed il mare.

La bocca, a temperatura fresca ma non troppo, ha dato il meglio: è vellutata, morbida in entrata, timida sul principio delle labbra, il vino passa dalla zona centrale della lingua dove si concede a deliziose sensazioni tattili con carattere ed anche muscoli e corpo per poi piazzarsi bene ai lati del cavo orale con un bel finale fresco e sapido.

Bottiglia non certo da bere spensierati.
Qui vale davvero la pena fermarsi un po’ di più a godere delle sue mille sfaccettature ed evoluzioni nel calice.
Boccia strepitosa ma direi in perfetta coerenza con il resto della gamma della cantina.

Tanta roba !

Azienda Vitivinicola La Sibilla – Bacoli – NA

 

Precedentemente in questa regione: Una Falanghina… Ardente e Il Kalimera e la magia di Aenaria

Antonio Ognibene e le Anfore… Romane

In un caldo pomeriggio primaverile, l’auto scorre senza fretta lungo la fondovalle, ci aspetta un pomeriggio piuttosto istruttivo in compagnia di Antonio e del suo Pignoletto “Le Anfore”.

Il Pignoletto, o meglio il Grechetto Gentile, è un vitigno dal passato piuttosto controverso che ha trovato nei Colli Bolognesi la sua zona di elezione. Dalla vendemmia 2014, infatti, “Pignoletto” ha cessato di essere il nome di un vitigno ed è diventato ufficialmente quello di un vino e di una località nel comune di Monteveglio, lasciando all’uva l’appellativo di Grechetto Gentile. Questa storia presenta molte similitudini con la vicenda che ha riguardato in precedenza il Prosecco e che è derivata dalla necessità di proteggere le produzioni del nostro territorio dalle imitazioni estere che iniziavano ad invadere il mercato. Questo perché il nome del vitigno può essere utilizzato da chiunque, per poter tutelare il prodotto originale era dunque necessario legare la denominazione ad una località, ed è così che è nata la Doc Pignoletto da uve Grechetto Gentile.

Imbocchiamo una stretta stradina dal nome suggestivo che si inerpica dolcemente sulle colline bolognesi.
Ancora qualche metro di salita e giungiamo in una suggestiva terrazza con vista privilegiata sulle colline ricoperte di ordinati e rigogliosi vigneti.
Antonio esce dal portone della cantina in tenuta da lavoro: una camicia blu di cotone grosso e pantaloni mimetici i quali, con quel suo tono di voce pacato e il suo caldo sorriso, gli danno un’aria di ospitale benevolenza.

Entrando in cantina passiamo accanto ad una nicchia semi-nascosta da una cassa piena di bottiglie e vediamo spuntare timide tre grandi anfore con la scritta Gradizzolo: c’è il Pignoletto macerato che riposa in silenzio lì dentro.
Incuriositi chiediamo ad Antonio cosa lo abbia spinto a tentare l’azzardo di seguire la strada della vinificazione in anfora di terracotta per creare un Pignoletto così “alternativo”.
E così scopriamo che Antonio vinifica in questo modo già da 10 anni, da prima, quindi, che diventasse una moda. Ha avuto la sua “folgorazione” quando, nel 2008, nel comune di Castello di Serravalle venne riportato alla luce un antico dolium romano (sferiche e tozze anfore in terracotta) al cui interno custodiva vinaccioli e bucce di un’uva antichissima.

E’ stata quindi come una sorta di richiamo ancestrale quello che Antonio ha avuto il coraggio di seguire proponendo il suo Pignoletto in anfora quale tributo a quegli ingegnosi Romani che già 2000 anni fa vinificavano nella terracotta.
Osserviamo le anfore più attentamente, assumono quasi un altro significato ora che sappiamo il motivo che le ha fatte giungere nel nostro Appennino dalla Toscana.

Antonio continua il racconto spiegandoci che sono realizzate in terracotta senese e sono molto più spesse di quelle georgiane, per questo motivo, essendo meno fragili, non necessitano di essere interrate.
L’invecchiamento in anfora migliora la qualità gusto-olfattiva del vino”, prosegue. “Non solo, la terracotta è la fase finale di un ciclo cosmico naturale di una produzione che nasce dalla terra, perché la vite attinge dalla terra i sali minerali e l’acqua, e, in questo modo, termina la sua evoluzione sempre nella terra”.

E’ evidente che il vino “Le Anfore” sia il risultato di tanta passione.
Con crescente entusiasmo Antonio, infatti,  ci spiega come viene vinificato: il mosto rimane tre mesi in anfora sulle bucce poi, una volta eliminate, l’anfora viene ricolmata e il liquido al suo interno lasciato a riposare per altri nove mesi.
Il vino, poi, viene trasferito in un altro contenitore che gli consenta di decantarsi e poi viene imbottigliato. In questo modo le anfore sono pronte per ospitare l’uva del nuovo anno.

Il tempo vola ascoltando questa entusiasmante storia e, uscendo dalla cantina, Antonio si offre di preparaci un piccolo spuntino per cena come scusa per stappare una bottiglia ed assaggiare la nuova annata.

Nel calice questo vino dal color giallo dorato regala aromi complessi di frutta a polpa gialla come una mela o una nespola, e floreali, come di fiori di campo.
Lo assaggiamo e già al primo sorso rimaniamo colpiti dal suo equilibrio. L’alcol, che lo rende caldo e avvolgente, è ben bilanciato da una buona acidità e da una sapidità che invoglia a berne un altro sorso.
E’ un Pignoletto ma con una sua precisa identità.

L’anfora – continua Antonio – non rilascia nel mosto sentori aromatici come il legno, è neutra“.
Per farci capire meglio gli effetti che ha sul vino, ci fa l’esempio della cottura della carne nelle pentole in coccio invece che in quelle di acciaio. “Nel coccio – spiega – il calore è più morbido, passa meglio dalla fiamma alla carne rispetto all’acciaio. E la stessa cosa è per il vino. Il vino sta bene nella terracotta. Ci gode”.

Ecco spiegato perché il Pignoletto di Antonio accolga con risultati così lodevoli la vinificazione in anfora, traendone tutti i benefici in termini di struttura ed eleganza senza, tuttavia, perdere l’identità del vitigno.

E così, salumi e formaggi accompagnati da tigelle e chiacchiere tra amici, regalano una serata davvero speciale, di quelle che non si possono dimenticare per il senso di benessere che hanno saputo trasmettere.

E’ quasi ora di rientrare, ci concediamo due passi fuori, nella terrazza, per sgranchire le gambe rimaste troppo tempo sotto la tavola imbandita. Nel buio compaiono alcune lucciole. Affascinati ci godiamo ancora per qualche istante le tenui luci svolazzanti nella notte prima di salire in auto e ripartire.

 

Precedentemente in questa regione:  Il Giovin Andrea e l’Albana da… Panico

Roero ways? Roero Arneis!

Il nostro viaggio enologico nelle colline piemontesi continua e ci porta nel cuore del Roero, terra privilegiata per la coltivazione del vitigno Arneis. Si tratta di uve profumate ma non aromatiche, quindi particolarmente adatte per realizzare un grande bianco secco.

Pian piano, mentre la strada si srotola davanti a noi, godiamo dell’incredibile paesaggio roerino con le sue colline dai versanti ripidi e i calanchi creati dall’antico corso del Tanaro.

E in queste colline, il vitigno di Arneis è coltivato da sempre. Alcuni documenti lo legherebbero al Roero già fin dal Quattrocento. Nel ‘700 acquista popolarità, al punto che si parlava dell’Arneis come di una tra le uve più pregiate, quanto quella di Moscato, e proprio come questa, l’Arneis veniva principalmente vinificato dolce o sotto forma di vermouth.
Ma durante il ‘900 questo vitigno, dopo anni di assoluta prosperità, viene fatalmente colpito dalla crisi della viticoltura causata, tra le altre cose, dalla fillossera.
Pensate che negli anni ’60, per via dei suoi acini dolcissimi e della sua precoce maturazione, era ridotto a pochi filari sparsi tra quelli di Nebbiolo per proteggere i grappoli destinati ai pregiati rossi piemontesi.

Fortunatamente negli ultimi decenni ha avuto la sua rivincita per merito di alcuni produttori che hanno saputo rivalutarne le potenzialità.

Uno di questi è sicuramente la famiglia Careglio, che raggiungiamo in tarda mattina a Baldissero d’Alba, dove porta avanti il suo lavoro contadino da decenni.
A cominciare è stato Pierangelo, che negli anni Ottanta ha scelto di aiutare il padre a coltivare i terreni di famiglia. Si interessava soprattutto alla vigna per questo motivo, insieme a un amico enologo, ha deciso di iniziare l’avventura della vinificazione.
Oggi insieme a lui c’è il figlio Andrea, che ci accoglie al nostro arrivo facendoci accomodare nella sala degustazione.

Ci apre una bottiglia di Roero Arneis mentre ci racconta dell’ultima vendemmia e delle recenti attività dell’azienda. E’ inevitabile non sentirsi subito amici di Andrea. Sarà per il suo sguardo attento ma non invadente o forse per la passione che lo anima quando racconta il suo territorio e la sua vigna.
Di certo le idee e le capacità non gli mancano, lo dimostra anche il suo impegno nelle attività del Consorzio del Roero e nelle iniziative di promozione del territorio dove spesso si pone in prima linea.
La sua passione è coinvolgente ma, del resto, conosciamo questa azienda già da tempo e vedere come, vendemmia dopo vendemmia, il loro percorso di crescita sia già segnato, è davvero una grande soddisfazione anche per noi.

Tra un pezzo di toma e qualche grissino ci godiamo il nostro calice di Arneis: sarà per la sua genuina personalità che lo rende unico e riconoscibile, ma chi si aspetta un vino che appaghi la curiosità di chi lo assaggia dopo il primo bicchiere deve necessariamente ricredersi!

Intenso e sapido come il terreno sabbioso su cui crescono le uve e con la stessa riservata classe e cortese eleganza di Andrea, questo vino dal colore dell’oro ha una freschezza e una piacevole persistenza. Al naso note agrumate e floreali, in bocca una lunghezza sapida e una beva disarmante.
La sua gradazione alcolica è importante ma questo assicura una rotondità e una pienezza di gusto davvero interessanti.

In un periodo storico in cui c’è grande interesse per i vini con lunghe macerazioni o affinamenti in anfora, Andrea continua a cercare la tipicità del vitigno e del vino attraverso vinificazioni tradizionali e fermentazioni classiche. Non fa eccezione il suo Roero Arneis che viene vinificato rigorosamente in inox in regime di riduzione, con una sosta sur lies di 3-4 mesi con frequenti batonnage.

Per le sue caratteristiche gustative, il Roero Arneis dà il meglio di sé con piatti di pesce semplici e non troppo saporiti. È ottimo anche con minestre a base di verdure o cereali, con paste dal ripieno delicato e con formaggi molli o di media stagionatura.

Le chiacchiere con un amico, la bottiglia aperta sul tavolo e il piacere di riscoprire ad ogni sorso questo incredibile vino ci fanno quasi perdere la cognizione del tempo.
Carichiamo le ultime scorte di vino e si riparte, con la consapevolezza che i vitigni autoctoni possono regalare davvero grandi vini.

Cantina Careglio 
Baldissero d’Alba

 

Roero Days - Roero Week

Se sei curioso di approfondire la conoscenza del mondo dei vini del Roero, dal 25 marzo al 5 aprile ti aspetta la Roero Week! Il Giro di Vite è tra i “Locali Amici del Roero Docg” e per l’occasione potrai trovare in mescita oltre ai vini in carta della Cantina Careglio, anche i Roero Arneis e Roero Docg di altre due cantine del territorio!

 

Precedentemente in questa regione: Pörlapa: la Barbera che stupisce

I vulcanici fratelli Skok e l’esuberante Zabura del Collio

Il nostro viaggio enologico continua e ci conduce in terra friulana, più precisamente nel Collio.

Diviso dal Carso dal corso dell’Isonzo, questo lembo di terra ancorato tra Italia e Slovenia dove, da sempre, la natura non ha confini precisi, offre un incantevole paesaggio di dolci colline votate sin dai tempi antichi alla viticultura per la particolarità del clima e per il tipo di terreno.
E’ una terra di confine e di vini unici, ma il più conosciuto e diffuso della regione ha origine da un antichissimo vitigno autoctono ed è il Tocai Friulano.

E’ difficile districarsi tra leggenda e realtà quando si parla delle origini di questo antico vitigno. Di certo c’è solo il fatto che da sempre hanno incrociato la strada del Tokaji ungherese ed è il motivo per il quale, dopo il 31 marzo del 2007, il Tocai ha perso il suo nome.

Il Consiglio dell’Unione Europea decretò, infatti, che solo il vino ungherese potesse chiamarsi Tokaji impedendo, di fatto, di utilizzare quel nome e le sue varianti di grafia a tutti gli altri vini ugualmente o similmente nominati.
La decisione suscitò numerose polemiche, sostenute dal fatto che il Tocai Friulano era l’unico Tocai a prendere il nome dall’uva stessa.
Ma proprio in virtù delle norme sulla proprietà intellettuale della Organizzazione Mondiale del Commercio, in caso di omonimia tra un’indicazione geografica e una denominazione che riprende il nome di un vitigno è la prima che deve prevalere.

Se vi state chiedendo il motivo di tale similitudine nei nomi nonostante le evidenti differenze di tipologia di vino, possiamo dirvi che anche in questo caso il confine tra storia e leggenda è piuttosto labile.
Le origini di questa diatriba, infatti, risalgono a tempi ben più lontani del marzo 2007 tuttavia, non è facile stabilire con certezza quale dei due vini abbia avuto origine per primo proprio in virtù dei numerosi  scambi di vitigni tra Friuli Venezia Giulia e Ungheria avvenuti nel corso dei secoli.

Ed è così che la storia di questo vino dal passato glorioso continua, anche se sotto il nuovo nome di “Friulano”.

Eccoci allora raggiungere, in un tiepido pomeriggio autunnale, San Floriano del Collio e più precisamente la bellissima Giasbana.
Ad attenderci troviamo Orietta e Edi Skok che, da ottimi padroni di casa, ci accolgono con consueto calore e affetto e ci accompagnano nella splendida terrazza immersa nel verde dei filari di Villa Jasbinae.
Ci accomodiamo su morbidi cuscini e godiamo del lussureggiante panorama dei vigneti di Sauvignon e Friulano che sembrano rincorrersi lungo i dolci declivi delle colline circostanti.

E così, in questa oasi di silenzio e di pace, sorseggiamo un calice di Zabura.
Ne approfittiamo per scambiare qualche parola con i vulcanici fratelli Skok, che con la stessa complicità degli amici di vecchia data, ci raccontano con dovizia di particolari l’impegnativo lavoro in vigna e le origini di questo vino.
Apprendiamo così che il suo è un nome antico, legato direttamente alla loro azienda. Già nelle antiche mappe catastali dell’Impero Austriaco che rappresentano la tenuta Skok è indicato l’appezzamento di terreno – il Cru – proprio con questo nome.
Edi ci mostra le vigne che sono messe a dimora sulla cima di una collina esposta ad est: sono solo otto i filari di Zabura.

Dimentichi del tempo che scorre, degustiamo sorso a sorso questo vino accattivante e lo scopriamo particolarmente minerale e sapido. Orietta ci spiega che sono caratteristiche proprie dei vini che nascono nelle soleggiate colline di Giasbana, dove la Ponca, un particolare terreno composto da stratificazioni di marne argillose e arenarie sabbiose ricche di minerali, dona al vino un impronta particolare e unica.
L’evoluzione nel calice ci fa percepire sentori di fiori di campo e piacevoli profumi di mandorla e miele, e quello stesso sentore di mandorla che lascia nel finale in bocca ci permette di apprezzarne l’eleganza.

Il Friulano è, per definizione e sentimento, il vino dei friulani, per questo motivo si sposa bene con un altro prodotto autoctono per eccellenza: il Prosciutto di Cormòns di D’Osvaldo. La mineralità del vino, infatti, ben si abbina alla morbida grassezza di questo prosciutto.
Interessante anche l’incontro con gli asparagi e le erbe primaverili, che ben si coniugano alla piacevole aromaticità dello Zabura. Splendido con pesce e crostacei.

La grande struttura di questo vino dal colore dell’oro accompagnata al tempo stesso da gentilezza e rotondità inevitabilmente rimanda, in un piacevole ed intrigante equilibrio, alla forza di questa terra selvaggia e all’amore profondo per il vino buono a cui i fratelli Skok portano avanti con grande dedizione.

Perché se fai vino solo per venderlo non hai capito neanche la metà della verità invece se lo fai per dare piacere agli altri è tutta un altra storia. Parola di Orietta Skok.

Azienda Vinicola Skok 
Località Giasbana – San Floriano del Collio (Gorizia)

 

Precedentemente in questa regione: La Vitovska e il Castello della Memoria

Il Kalimera e la magia di Aenaria

E’ una soleggiata tarda mattina di fine primavera, quando lasciamo il caotico traffico di Ischia Porto per raggiungere Serrara Fontana dove, a Tenuta Kalimera, ci aspettano Federica e Pasquale.
E proprio in questo angolo di paradiso vengono allevate le viti di Biancolella che danno vita al vino che ne porta il nome: il Kalimera.

Questo antico vitigno a bacca bianca predilige i terreni di origine vulcanica e ha trovato in questa isola, come nei vicini Campi Flegrei, la sua terra d’elezione donando ai vini il caratteristico profumo fruttato e mediterraneo.
Si pensa che le prime barbatelle siano state introdotte sull’Isola dagli Antichi Greci, rimasti colpiti dalla fertilità delle sue terre di origine vulcanica e dal clima mite ideale per la crescita della vite.

Quella del vino dunque è molto più che un’antica tradizione, è l’anima stessa di Ischia.
Questo nesso indissolubile tra i primi insediamenti e la coltivazione della vite si ritrova anche nel nome con cui era conosciuta l’isola: se per i Romani era Aenaria (dal greco “Oinaria”), per Virgilio e Ovidio era invece Inarim, la “vite”.
I vitigni allevati, il sistema di terrazzamento – che fa rientrare il territorio ischitano nella cosiddetta viticoltura eroica – finanche la struttura delle cantine sono le evidenti prove di quanto l’impronta greca sia presente ancora oggi.

Federica si affaccia dalla cantina e ci accoglie con un caloroso sorriso. La tavola sotto la pergola di canne è apparecchiata con i colori dell’isola.
Mentre attendiamo l’arrivo di Pasquale impegnato nell’imbottigliamento, ci facciamo accompagnare da Federica in una passeggiata nei vigneti circostanti.

Ci dirigiamo verso una piccola altura e nel frattempo ascoltiamo attenti la storia della cantina. Cogliamo una scintilla nei suoi occhi colore del cielo mentre ci parla della filosofia con cui si dedicano alla cura delle viti, una filosofia che abbraccia la biodinamica e che si basa sul profondo rispetto che Pasquale nutre per la terra.

E in questo contesto fatto di ripidi terrazzamenti che paiono abbracciare il Monte Epomeo – le parracine – dove i pochi filari ospitati sembrano snodarsi tra i muretti a secco di tufo verde, è chiaro che l’intervento manuale dell’uomo è l’unico possibile.
Lo spazio è poco, come dappertutto sull’isola, ma il panorama lascia senza fiato.
Ovunque si volga lo sguardo è possibile cogliere la meraviglia che circonda Tenuta Kalimera, con le verdi colline che scendo fino alla costa, dove incontrano il blu profondo del mare. Siamo fortunati, il piacevole venticello fresco che ci fa compagnia dalla mattina ci permette anche di ammirare Capri e Punta Campanella.
Il senso di pace che questo luogo incantato sa trasmettere non ha eguali.

Nel frattempo ci raggiunge Pasquale, è visibilmente stanco ma trova ugualmente un po’ di tempo da dedicarci. Questi piccoli gesti di profonda gentilezza e cura nei nostri riguardi sanno toccare le corde del cuore e lasciano inevitabilmente un segno. Forse non è poi così incredibile credere che un lavoro che implica un contatto così intimo con la terra e la natura richieda una nobiltà d’animo non comune ma che accomuna tutti coloro che lo praticano con amore e rispetto, senza distinzione di regione o età.
Non finiremo mai di stupirci delle meravigliose sorprese che il mondo del vino riserva.

Ritorniamo sui nostri passi e raggiungiamo quella che sembra una grotta scavata nel tufo verde della collina: è l’ingresso dell’antica cantina e rappresenta la storia della viticultura ischitana.

La voce pacata di Pasquale ci guida in una sorta di viaggio nella storia dove scopriamo che la cisterna dell’acqua, la caldaia e il palmento sono da sempre elementi comuni a tutte le cantine dell’isola.
La cisterna raccoglieva l’acqua piovana che veniva utilizzata per pulire la cantina e le attrezzature, che venivano poi sterilizzate nell’acqua bollente ottenuta grazie alla caldaia.

Attingendo ai ricordi lasciati in eredità dal nonno, Pasquale ci racconta che in realtà lo scopo principale della caldaia era quello di ottenere il mosto ridotto, indispensabile per conferire maggiore rotondità e profumo al vino.
In tempo di vendemmia, infatti, erano soliti bollire in alcuni grossi pentoloni una parte di mosto fresco insieme a origano e mele cotogne. Una volta ridotto, veniva poi aggiunto al mosto normale.

Un altro salto nel passato ci porta sino all’epoca degli Antichi Greci, dai quali ha origine l’uso del palmento che troviamo accanto al portone della cantina.
Questa antica vasca veniva utilizzata per la pigiatura che, solitamente, si strutturava in due fasi.
La prima, manuale, era una pressatura a “piedi” dell’uva, la seconda, invece era necessaria per spremere a fondo le vinacce e avveniva con l’utilizzo di un torchio rudimentale ottenuto con pali di castagno e un grosso masso di tufo forato (Pietra Torcia).

Varchiamo il portone e nella penombra delle luci delle lampade continuiamo la visita alla cantina: la maestosità di questo ambiente lascia senza parole, soprattutto sapendo che è il frutto di un immenso lavoro umano. Non una, ma tre le cantine collegate tra loro, è davvero inimmaginabile la quantità di uva che veniva prodotta.
E con Pasquale ci avventuriamo all’interno, tra cunicoli che collegano altri palmenti e vecchie botti, per vedere l’ultimo elemento essenziale di una tipica cantina ischitana: la ventarola, un vero e proprio tunnel che arriva sino alle pendici del monte Epomeo da dove convoglia aria fresca.

Uscire dalla cantina è come risvegliarsi da un sogno, ma Federica ci aspetta per pranzo, insieme ad una bottiglia di Kalimera, annata 2011.
Il vino ha un bellissimo colore giallo paglierino, i tre mesi di permanenza sui lieviti e gli anni di riposo in bottiglia gli hanno conferito profumi fini ed eleganti di agrumi, erbe aromatiche e spezie.
Ne assaggiamo un sorso: la sua incredibile freschezza gli ha garantito una bella evoluzione e, insieme ad una buona sapidità minerale, conferiscono al Kalimera una personalità peculiare, che racchiude al suo interno tutta l’energia e la forza dell’isola.
Con i suoi sentori che spaziano dall’agrume al profumo della sabbia di mare e il suo armonico equilibrio, questo elegante vino bianco è particolarmente adatto per accompagnare piatti a base di pesce, crostacei, carni bianche (come il tradizionale coniglio all’ischitana) e formaggi.

E’ quasi ora di rientrare, Pasquale deve tornare al lavoro e noi gli abbiamo già rubato troppo tempo.
A nostra discolpa possiamo solo dire che la magia di Aenaria sa trasportare lontano.

Cantina Cenatiempo
Serrara Fontana – Ischia

Il Riesling, lo Speck e il Vecchio Maso

Marzo. Dopo un abbondante nevicata la voglia di vacanze si fa sentire. Quale scusa migliore di andare a fare una visita in cantina per salire sull’auto e partire?
Questa volta andiamo nella Valle Isarco, in Sudtirolo, per parlare di un vitigno originario della Germania: il Riesling.

Il principe di Mosella e Alsazia è sicuramente tra i vini più apprezzati dagli appassionati per le caratteristiche uniche che lo contraddistinguono, a partire dai tipici profumi di idrocarburi.
Il vitigno è stato inserito in Alto Adige dall’arciduca Giovanni d’Austria nell’Ottocento e nei pendii scoscesi della Valle Isarco ha trovato le condizioni ideali per regalare vini molto equilibrati, minerali e puliti.

La voglia di assaporare ogni istante del viaggio ci fa decidere di evitare l’autostrada e di raggiungere la Tenuta Röck percorrendo la statale che segue il corso del fiume Isarco.
Imboccata una strada con ampi tornanti risaliamo dalla valle e raggiungiamo Villandro, una bella insegna in legno ci informa che abbiamo raggiunto la cantina.
Un antico maso, che scopriremo essere del 16° secolo, attira subito la nostra attenzione. Ci accoglie Konrad, occhi castani e sguardo penetrante. Ci accomodiamo nella stube, storicamente la stanza più importante e cuore pulsante del maso, pervasa da un inebriante profumo di legno. Davanti ad un tagliere di speck tagliato al coltello e Schüttelbrot, Konrad ci presenta una dopa l’altra le bottiglie dei suoi vini con l’amore e l’entusiasmo di un padre.

Ci soffermiamo sul Riesling, dal colore giallo paglierino dai leggeri riflessi verdognoli: è bastato avvicinare il calice al naso per rimanere colpiti da quel suo profumo intenso di frutta bianca acerba che si discosta dai più classici sentori solitamente associati a questo vino.
E con il primo sorso entra nel cuore. Dapprima in in punta di piedi,  poi, così diretto e senza fronzoli, ti avvolge come una stretta di mano decisa ma non opprimente, è l’entusiasmo sussurrato di Konrad, è il suo profondo sguardo che sembra leggerti dentro.

Appagato dalla nostra curiosità, Konrad ci racconta dalla insolita vendemmia delle uve, che vengono raccolte tre volte, nel mese di ottobre, novembre e all’inizio di gennaio. Quest’ultima, viene poi lasciata in fienile per l’appassimento.
Il primo esperimento di induzione alla fermentazione con pied de cuve ha portato un risultato piuttosto interessante, un vino non banale con una buona acidità che, se giustamente conservato, potrebbe garantirgli una bella evoluzione nel tempo.
Ottimo come aperitivo, si sposa molto bene con piatti a base di crostacei, pesce crudo, carni bianche e con i formaggi freschi.

Nonostante la natura sia ancora in letargo, la pace che ci circonda ci invoglia e restare. Konrad ci guida in un ultimo giro prima di ripartire. Una porta nasconde l’ultima meraviglia di questo maso: la sala di affumicatura dello speck. La luce della piccola finestra sul fondo della stanza dalle pareti nere di fumo, illumina come in un dipinto di Caravaggio speck appesi e una vecchia stufa economica. Saliamo in auto con la stessa esaltazione di chi è appena uscito da una macchina del tempo, consapevoli che il profumo di carne stagionata e di fuliggine al legno di ginepro sarà un ricordo indelebile di questo viaggio .

Tenuta Röck
Villandro – Bolzano

 

Il Giovin Andrea e l’Albana da… Panico

Se diciamo Albana immediatamente penserete alla Romagna. Ma forse non sapete che fino a qualche decennio fa questo vitigno era molto diffuso anche nei dintorni di Bologna.
Anche se siete ancora scettici, sul nostro appennino resistono gli ultimi ettari emiliani dedicati a questo vitigno e ne abbiamo le prove! Andrea, giovane e appassionato titolare nonché enologo della Tenuta Folesano, ha prodotto da queste uve un Albana in purezza, il Gariete.
E’ da qualche tempo che manchiamo dalla cantina, per questo motivo in un’assolata e calda domenica di fine maggio abbiamo deciso di imboccare la Strada Statale Porrettana per raggiungere la Tenuta e scambiare due chiacchiere con Andrea. Lo troviamo ad attenderci all’ingresso della barricaia, con il suo sorriso solare e sincero.
L’incredibile capacità comunicativa di Andrea ci mette subito a nostro agio, il Gariete nei nostri calici, invece, ci invoglia a conoscere qualcosa di più sulle origini di questo antico vitigno. Esistono documenti che provano l’esistenza dell’Albana già dal 1300, tuttavia, alcune fondate ipotesi farebbero risalire il nome a quello latino dei Colli Albani, collocando la sua coltivazione addirittura in epoca Romana.
Nonostante la calura, Andrea si offre di accompagnarci per una passeggiata tra i vigneti. Ogni giorno c’è qualcosa da fare in vigna, soprattutto in primavera: la cimatura, la sfogliatura, il diradamento dei grappoli, la lotta ai parassiti ma l’entusiasmo e l’amore che si percepiscono dalle parole di Andrea sono così intensi che è facile comprendere per quale motivo i suoi vini siano così speciali. Passeggiando tra i filari notiamo che i caratteristici lunghi grappoli di questo vitigno stanno già prendendo forma e iniziano a fare capolino tra le foglie.
Rientriamo nell’accogliente sala da degustazione e, accaldati da un incredibilmente vigoroso sole primaverile, ci prendiamo il tempo per rinfrancarci con un ultimo calice di Gariete.
Un vino che, nonostante la struttura, risulta particolarmente fresco e di grande bevibilità, grazie ad una mineralità che lo rende piacevolmente sapido e saporito.
Di colore giallo dorato, al naso è fruttato con note floreali, per queste sue caratteristiche si adatta bene a preparazioni di pesce, crostacei e zuppe. Può essere servito anche con carni bianche, con minestre in brodo o come aperitivo.

Tenuta Folesano
Marzabotto – Bologna

 

La Vitovska e il Castello della Memoria

La nostra ricerca delle identità territoriali ci porta oggi a raccontarvi qualche aneddoto sulla Vitovska di Castello di Rubbia.
Approdiamo così nel Carso, una terra di confine unica, un affascinate e misterioso crocevia di lingue, culture, storie e popoli, dove la natura non è particolarmente benevola con la sua terra dura, i suoi inverni gelidi e la Bora che sferza i campi.
In questa terra nasce la Vitovska, antico vitigno autoctono a bacca bianca, poco conosciuto ma presente da tempo immemorabile.
Da sempre usato in assemblaggio con la Malvasia Istriana, da qualche anno sta iniziando a farsi apprezzare in purezza per la sua rigorosa autenticità.

In una assolata mattina autunnale percorriamo una tranquilla strada immersa nella spoglia campagna carsolina punteggiata di sommaco che in questa stagione si colora di un rosso fiammeggiante. Arriviamo davanti ad una grande porta di metallo che sembra condurre nelle viscere della collina, e proprio lì ad attenderci troviamo Nataša Černic, che ci accoglie con un solare sorriso.
Varchiamo la soglia di quella che una volta era una galleria di acceso ai rifugi della prima guerra mondiale in silenzio, consapevoli di trovarci al cospetto della Storia.
Ma è una volta entrati che abbiamo la sensazione di aver viaggiato nel tempo fino a giungere all’epoca di re, dame e cavalieri: davanti ai nostri occhi un’imponente cantina dall’austera bellezza, scavata nel grembo di un promontorio carsico alle spalle di una cannoniera, con le volte di pietra e le barricaie a vista.

Ci accomodiamo ad un tavolo per scambiare qualche parola, è difficile rimanere indifferenti all’entusiasmo e alla spontanea schiettezza di Nataša, le stesse caratteristiche che ritroviamo nella sua Vitovska, un vino genuino e senza ipocrisie, un sapiente equilibrio tra ragione ed emozione, con la capacità di arrivare diritto al cuore.
E’ l’espressione inconfondibile di questa terra, di buon spessore, con una particolare freschezza, minerale e con una buona acidità. E’ un vino piuttosto versatile, ottimo sia come aperitivo che degustato in accompagnamento a piatti di pesce e formaggi freschi.

E così ci rendiamo conto che, seduti nel silenzio della cantina, mentre sorseggiamo il vino che ci ha versato nel calice, stiamo assaporando la storia di questa famiglia e di questa terra di confine, unite fra loro da un legame indissolubile.

Castello di Rubbia
Savogna d’Isonzo – Gorizia